Tre morti, sei casi confermati e centinaia di passeggeri evacuati: il punto sulla situazione, la spiegazione scientifica del virus Andes e il parere degli esperti internazionali
La nave da crociera MV Hondius è attraccata questa mattina nel porto di Granadilla, a Tenerife, portando con sé un focolaio di hantavirus che nelle ultime settimane ha provocato tre decessi e almeno sei casi confermati tra passeggeri ed equipaggio. Lo sbarco è iniziato alle 10:30 con i primi quattordici cittadini spagnoli: tutti asintomatici, tutti trasferiti sotto scorta militare verso un aereo diretto a Madrid. Ma cosa è esattamente l’hantavirus? Perché fa così paura? E c’è davvero il rischio di una nuova pandemia? Le risposte sono meno allarmanti di quanto i titoli dei giornali possano far credere.
La cronaca del focolaio: dalla Patagonia a Tenerife
La storia comincia il 1° aprile 2026, quando la MV Hondius, nave della società olandese Oceanwide Expeditions, salpa da Ushuaia, in Argentina, con a bordo turisti provenienti da tutto il mondo diretti all’Antartide e alle isole remote dell’Atlantico meridionale. Un itinerario di spedizione, riservato a un pubblico di appassionati di natura e avventura.
Nel giro di poche settimane, a bordo si verificano i primi casi gravi. Il 2 maggio una cittadina tedesca muore; il caso viene inizialmente trattato come sospetto hantavirus. Nei giorni successivi le condizioni di altri passeggeri peggiorano rapidamente. Il 4 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità riceve la notifica ufficiale e il 6 maggio viene confermato il ceppo responsabile: il virus Andes, la variante più pericolosa del gruppo, perché unica tra gli hantavirus ad avere una documentata — anche se limitata — capacità di trasmissione da persona a persona.
Al momento del suo arrivo a Tenerife, il bilancio conta tre morti e sei casi confermati in laboratorio, mentre tutti gli altri passeggeri — classificati dall’OMS come “contatti ad alto rischio” — sono considerati potenzialmente esposti. Lo sbarco avviene per gruppi suddivisi per nazionalità: prima gli spagnoli, poi gli olandesi, i greci e parte dell’equipaggio. Ogni gruppo viene trasferito con autobus scortati dall’Unità Militare delle Emergenze spagnola verso l’aeroporto di Tenerife Sud, dove aerei militari dei rispettivi Paesi li attendono sulla pista.
I passeggeri spagnoli, ad esempio, vengono portati alla base aerea di Torrejón de Ardoz e da lì all’ospedale centrale della Difesa “Gómez Ulla” a Madrid, dove trascorreranno 42 giorni di quarantena — il periodo di osservazione raccomandato dall’OMS, calcolato dall’ultimo contatto a bordo con casi infetti.
Anche in Italia la situazione è sotto controllo: il Ministero della Salute ha attivato la sorveglianza su quattro passeggeri che avevano viaggiato su un volo KLM con una delle vittime. Tutti asintomatici, tutti monitorati. Il Ministero ha confermato che non esiste alcun rischio di pandemia.
Cos’è l’hantavirus: un virus antico, non nuovo
L’hantavirus non è un virus sconosciuto né particolarmente recente. Appartiene alla famiglia Hantaviridae e comprende decine di specie diverse, diffuse in tutto il mondo. È classificato come virus zoonotico, il che significa che in natura infetta i roditori — principalmente topi selvatici — e solo occasionalmente viene trasmesso all’essere umano.
La trasmissione all’uomo avviene quasi sempre per contatto diretto o indiretto con roditori infetti: inalazione di polvere contaminata da urina, feci o saliva di topo; meno frequentemente, tramite il morso dell’animale. Non si tratta, dunque, di un virus che circola nell’aria come il Covid-19 o l’influenza: per infettarsi è necessaria un’esposizione specifica.
A seconda della zona geografica, il virus causa quadri clinici diversi:
- Sindrome polmonare da hantavirus (HCPS) — tipica delle Americhe, causa polmonite grave, accumulo di liquido nei polmoni e shock cardiopolmonare. È la forma più letale.
- Febbre emorragica con sindrome renale (HFRS) — presente in Europa e Asia, colpisce principalmente i reni e i vasi sanguigni. Esiste anche una variante più lieve, chiamata nefropatia epidemica (NE), diffusa soprattutto in Europa settentrionale e centrale.
I sintomi iniziali sono spesso aspecifici e possono facilmente essere confusi con un’influenza comune: febbre improvvisa, mal di testa, dolori muscolari, talvolta nausea, vomito e disturbi gastrointestinali. Il problema è che l’incubazione può durare da una a otto settimane, rendendo difficile collegare rapidamente i sintomi a un’esposizione avvenuta anche molto tempo prima.
Il virus Andes: l’unico hantavirus che si trasmette tra persone
Al centro del focolaio sulla MV Hondius c’è una variante specifica: il virus Andes (ANDV), caratterizzato da un aspetto epidemiologico che lo distingue da tutti gli altri hantavirus conosciuti. È infatti l’unico ceppo per cui sia stata documentata una trasmissione interumana, anche se limitata e in circostanze ben precise.
Il virus Andes è endemico in Argentina e Cile, dove circola tra i roditori selvatici locali. I casi documentati di contagio tra persone riguardano quasi sempre contatti stretti e prolungati, tipicamente all’interno del nucleo familiare o tra operatori sanitari non protetti che assistevano pazienti nella fase iniziale della malattia. Non si tratta di una trasmissione agevole come quella dei virus respiratori: non basta passare accanto a una persona infetta.
Come spiega il professor Carlo Federico Perno, responsabile dell’Unità di Microbiologia dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma: il virus Andes è l’unico hantavirus di cui sia stata dimostrata la trasmissione interumana, ma essa avviene a seguito di contatti ravvicinati e prolungati. Chi cerca trova, ma finora questi virus non hanno mostrato la capacità di diffondersi rapidamente nelle popolazioni.
Il tasso di mortalità del virus Andes nelle forme più gravi è tra il 35 e il 40%, un dato che impressiona ma che va contestualizzato: riguarda la sindrome cardiopolmonare conclamata, non ogni caso di esposizione. Molte infezioni possono manifestarsi in forma lieve o addirittura asintomatica.
Non esiste un trattamento antivirale specifico approvato né un vaccino. La terapia è di supporto: monitoraggio clinico intensivo, gestione delle complicanze respiratorie e cardiache, accesso precoce alla terapia intensiva se necessario. L’ECMO (ossigenazione extracorporea a membrana) è stato utilizzato nei casi più gravi a bordo della Hondius.
Perché non è come il Covid-19 e il rischio pandemia è basso
La domanda che tutti si pongono è inevitabile: stiamo andando verso una nuova pandemia? La risposta degli esperti è, per ora, rassicurante — ma non priva di sfumature.
Drew Weissman, l’immunologo Premio Nobel 2023 per i vaccini a mRNA contro il Covid-19, è stato esplicito: l’hantavirus si trasmette tra uomini, ma non si diffonde velocemente come il Covid. Una affermazione che riassume il punto chiave della differenza tra i due virus.
Il Covid-19 si è diffuso globalmente perché il virus SARS-CoV-2 è altamente trasmissibile per via aerea, con un numero di riproduzione di base (R0) iniziale stimato tra 2 e 3 — il che significa che ogni persona infetta ne contagiava in media due o tre altre. Il virus Andes, al contrario, si trasmette per via aerea solo in modo molto limitato e in condizioni di prossimità prolungata. Non esiste alcuna evidenza che abbia la capacità di innescare una catena di contagi su larga scala.
L’OMS ha classificato il rischio per la popolazione generale come “assolutamente basso”. L’ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha confermato che il rischio per la popolazione dell’Unione Europea e dello Spazio Economico Europeo rimane molto basso. Anche qualora si verificassero nuovi casi tra i passeggeri evacuati, le misure di quarantena in atto e il monitoraggio sanitario attivo rendono altamente improbabile una diffusione comunitaria.
| Caratteristica | Virus Andes (Hantavirus) | SARS-CoV-2 (Covid-19) |
|---|---|---|
| Trasmissione principale | Contatto con roditori; interumana solo ravvicinata | Via aerea, droplet |
| Contagiosità (R0 stimato) | Molto basso (<1 in contesti normali) | 2–4 (variante originale) |
| Vaccino disponibile | No | Sì |
| Mortalità (forme gravi) | 35–40% | 1–3% (varia per età) |
| Incubazione | 1–8 settimane | 2–14 giorni |
| Rischio pandemia attuale | Basso (OMS) | Controllato (vaccinazioni) |
L’hantavirus in Europa: una presenza già nota ma in espansione
Quello che molti non sanno è che l’hantavirus non è estraneo all’Europa. Secondo il Ministero della Salute italiano e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), diverse specie di hantavirus europei sono già presenti e in espansione nel continente, in particolare nelle aree forestali dell’Europa centrale e settentrionale.
In Europa circolano prevalentemente ceppi che causano la nefropatia epidemica, una forma relativamente lieve rispetto alle sindromi polmonari americane. I casi europei si verificano principalmente tra chi lavora in agricoltura, silvicoltura o svolge attività all’aperto in zone boscose, entrando in contatto con roditori selvatici. La trasmissione da persona a persona per questi ceppi europei non è stata documentata.
L’ISS ha pubblicato un vademecum per la prevenzione che raccomanda:
- Ridurre al minimo i contatti con roditori e i loro escrementi
- Mantenere puliti ambienti domestici e luoghi di lavoro, eliminando fonti di cibo e rifugi per i roditori
- Sigillare aperture, crepe e punti di accesso che possano consentire l’ingresso dei roditori negli edifici
- Nel caso specifico del virus Andes, seguire le normali precauzioni per le malattie respiratorie: igiene delle mani, etichetta respiratoria (coprire le vie aeree quando si tossisce), distanziamento fisico in caso di contatto con persone sintomatiche
Come si è diffuso il virus sulla nave: l’ipotesi più accreditata
La presenza del virus Andes su una nave da crociera partita dall’Argentina non sorprende gli epidemiologi. L’Argentina meridionale — la Patagonia e la Terra del Fuoco — è una delle aree endemiche del virus Andes. I roditori selvatici portatori del virus sono presenti in queste zone e i turisti che vi si avventurano in spedizioni naturalistiche, come quelle proposte dalla Oceanwide Expeditions, hanno potenzialmente contatti con ambienti in cui il virus circola.
L’ipotesi più probabile è che uno o più passeggeri abbiano contratto il virus durante le escursioni a terra in Patagonia, prima o durante l’imbarco. La particolarità è che i sintomi gravi si sono manifestati solo in navigazione, a causa dei lunghi tempi di incubazione. Una volta che i primi casi si sono sviluppati a bordo, la trasmissione interumana — pur limitata — ha fatto il resto, in un ambiente chiuso come quello di una nave.
Il fatto che la prima vittima si sia sentita male il 28 aprile con febbre, sintomi gastrointestinali e rapida progressione verso polmonite e shock, e sia poi deceduta il 26 aprile durante un volo diretto a Johannesburg, dà la misura di quanto rapida possa essere la progressione nelle forme gravi.
La risposta internazionale: cosa ha funzionato
La gestione del focolaio ha coinvolto in modo coordinato l’OMS, l’ECDC, i ministeri della salute di una dozzina di Paesi e le autorità spagnole delle Canarie — non senza qualche frizione politica iniziale, con il governatore delle Canarie che nella notte precedente lo sbarco si era ancora opposto all’attracco della nave.
Maria Van Kerkhove, direttrice dell’OMS per la prevenzione e la preparazione alle epidemie e alle pandemie, ha coordinato personalmente l’operazione sanitaria, raccomandando la quarantena di 42 giorni per tutti i passeggeri.
La catena di operazioni messa in atto a Tenerife è stata descritta dalla ministra spagnola della Sanità, Mónica García, come un successo: «Quello che ci dicono è che tutti i passeggeri continuano ad essere asintomatici. L’ancoraggio è stato un successo nonostante le avversità».
I quarantatré giorni di osservazione rappresentano la risposta razionale alla lunga incubazione del virus: si tratta di coprire anche il caso peggiore, ovvero un’esposizione avvenuta nell’ultimo giorno di possibile contatto a bordo.
Cosa fare se si è stati nelle aree a rischio
Per chi ha viaggiato di recente in Patagonia, Argentina meridionale o Cile, o ha avuto contatti con persone che si trovavano a bordo della MV Hondius, il consiglio degli esperti è chiaro: non allarmarsi, ma monitorare la propria salute nelle settimane successive all’esposizione.
I segnali d’allarme da tenere presenti sono:
- Febbre improvvisa e persistente
- Dolori muscolari intensi
- Difficoltà respiratorie, tosse
- Sintomi gastrointestinali associati a febbre
In caso di comparsa di questi sintomi entro 8 settimane da un’esposizione compatibile, è fondamentale contattare il proprio medico e segnalare il possibile contatto con il virus, in modo da ricevere una valutazione clinica adeguata. L’accesso precoce alle cure intensive, quando necessario, migliora significativamente gli esiti.
Per il resto della popolazione, che non ha avuto esposizioni specifiche, il rischio è praticamente nullo. L’hantavirus non è un virus da supermercato o da trasporto pubblico: richiede un contatto diretto e specifico con roditori infetti o, nel caso del virus Andes, una prossimità prolungata con persone nella fase sintomatica iniziale.
Conclusione: allerta giustificata, panico ingiustificato
Il focolaio sulla MV Hondius è un evento grave, che ha causato tre morti ed è stato gestito con uno sforzo sanitario internazionale straordinario. Ma è anche un evento circoscritto, con caratteristiche epidemiologiche molto diverse da quelle che hanno reso il Covid-19 una pandemia globale.
L’hantavirus — e in particolare il virus Andes — è un patogeno serio, con un’alta mortalità nelle forme gravi. Ma la sua limitata trasmissibilità interumana, la necessità di un contatto stretto e prolungato per il contagio da persona a persona, e l’assenza di una capacità di diffusione rapida nelle popolazioni lo rendono un rischio profondamente diverso da quello rappresentato dai virus respiratori ad alta contagiosità.
Come ha ricordato il Nobel Drew Weissman: non sarà una nuova pandemia. E le autorità sanitarie internazionali, dall’OMS all’ECDC al Ministero della Salute italiano, confermano questa valutazione.
Quello che rimane, dopo Tenerife, è una lezione importante: la sorveglianza epidemiologica globale funziona, la risposta coordinata è possibile, e la trasparenza nella comunicazione del rischio è fondamentale per evitare sia l’allarmismo ingiustificato sia la sottovalutazione di minacce reali.

