Hamas apre alla tregua Usa con piccole modifiche: verso 60 giorni di cessate il fuoco

Hamas apre alla tregua Usa con piccole modifiche: verso 60 giorni di cessate il fuoco

<em class=”subtitle”>Il movimento islamista accetta in linea di massima il «piano Witkoff migliorato» proposto da Washington: resta da limare la formula di alcune clausole prima dell’avvio dei negoziati.</em>

Un passo avanti significativo per fermare le ostilità a Gaza: fonti qatariote riferiscono che Hamas ha dato il suo assenso di massima al piano statunitense per un cessate il fuoco di 60 giorni, chiedendo soltanto piccole modifiche di formulazione. L’accordo, già avallato da Israele nei giorni scorsi, prevede la liberazione degli ostaggi, il ritiro graduale delle truppe dalla Striscia e l’avvio di colloqui per una fine permanente del conflitto.

Il segnale da Doha

Le prime notizie sono arrivate dall’emittente Al Araby di Doha, filtrate dai negoziatori presenti nella capitale del Qatar. Secondo queste informazioni, il gruppo palestinese avrebbe accettato «tutte le questioni chiave» contenute nel documento, limitandosi a chiedere aggiustamenti di linguaggio che non intaccano la struttura dell’intesa. Tali rettifiche riguarderebbero la tempistica del ritiro israeliano e le garanzie internazionali sul rilascio degli ostaggi.

Che cos’è il «piano Witkoff migliorato»

Il testo – elaborato dallo special envoy statunitense Steve Witkoff – punta a superare lo stallo registrato dopo la fine della precedente tregua di marzo. In sintesi prevede:

  • Cessate il fuoco di 60 giorni estendibile a fasi successive.

  • Rilascio in tre tranche dei circa 20 ostaggi israeliani ancora in vita, in cambio di detenuti palestinesi.

  • Ritiro scaglionato delle forze israeliane da aree densamente abitate, con corridoi umanitari protetti.

  • Aumento immediato degli aiuti e coinvolgimento di ONU, Egitto e Qatar nella distribuzione.

  • Tavolo negoziale diretto tra le parti, sotto garanzia Usa, per trasformare la tregua in una pace stabile.

Dopo oltre venti mesi di guerra e pesanti perdite, la leadership di Hamas – riunita tra Gaza, Doha e Beirut – ha chiesto:

  1. Formulazioni più vincolanti circa la “cessazione totale” delle ostilità al termine dei 60 giorni.

  2. Garanzie scritte sulla ricostruzione, con apertura di tutti i valichi a materiali civili.

  3. Protezione internazionale per i civili durante e dopo il ritiro.

Fonti vicine al movimento spiegano che si tratta di «emendamenti di forma» e non di sostanza, segno di una disposizione al compromesso giudicata inedita rispetto ai mesi scorsi. adnkronos.com

La posizione di Israele

Il testo è stato trasmesso a Washington dal ministro per gli Affari strategici Ron Dermer, che lo ha definito «accettabile» nell’ultimo incontro alla Casa Bianca. Il premier Benjamin Netanyahu, atteso nella capitale Usa la prossima settimana, continua però a subordinare la firma finale al disarmo di Hamas – punto che il gruppo non ha formalmente accettato, ma che potrebbe essere diluito all’interno di un percorso di sicurezza pluriennale.

Il ruolo degli Stati Uniti e di Trump

Il presidente Donald Trump ha confermato che Israele è già «sul pezzo» e che entro 24 ore «sapremo se Hamas avrà detto l’ultima parola». Washington avrebbe offerto «garanzie politiche» ai mediatori perché la tregua sfoci in negoziati diretti sulla soluzione a lungo termine. Trump ha inoltre rilanciato l’idea di estendere gli Accordi di Abramo ad altri Paesi arabi per blindare la regione.

Uno sguardo ai numeri del conflitto

  • Vittime palestinesi dal 7 ottobre 2023: oltre 56.000.

  • Vittime israeliane nell’attacco iniziale: circa 1.200.

  • Ostaggi sequestrati da Hamas: 251, di cui circa 20 presumibilmente ancora vivi.

  • Sfollati interni a Gaza: la quasi totalità dei 2,2 milioni di abitanti.

Reazioni internazionali e umanitarie

L’ONU ha accolto con favore la notizia, pur ribadendo la necessità di garanzie effettive per l’ingresso quotidiano di aiuti alimentari, carburante e medicinali. Le organizzazioni non governative temono che, senza un monitoraggio indipendente, la sospensione delle armi non si traduca automaticamente in un miglioramento delle condizioni di vita nella Striscia. Nel mondo arabo, l’Egitto ha definito «incoraggiante» la posizione di Hamas, mentre l’Arabia Saudita si muove in tandem con Washington per sostenere il negoziato.

Le prossime tappe

  1. Invio del testo emendato di Hamas ai mediatori di Doha.

  2. Riunione del gabinetto di guerra israeliano per la risposta definitiva.

  3. Possibile firma preliminare a Washington, con foto-opportunity fra Trump e Netanyahu.

  4. Countdown di 48 ore per la cessazione effettiva del fuoco e l’ingresso di convogli umanitari.

Se non emergeranno ostacoli procedurali, i primi dieci ostaggi potrebbero essere rilasciati entro la seconda settimana di luglio, seguiti dal ritiro di unità israeliane da Gaza City e Khan Younis.

Perché questa volta potrebbe funzionare

  • Pressione interna in Israele: manifestazioni quotidiane a Tel Aviv da parte delle famiglie degli ostaggi.

  • Erosione del consenso per Hamas all’interno di Gaza, stremata da carestia e bombardamenti.

  • Ruolo più assertivo degli Stati Uniti, che mettono sul tavolo incentivi economici e diplomatici.

  • Coinvolgimento formale dell’ONU per la supervisione, assente nei precedenti cessate il fuoco.

Gli osservatori restano cauti: l’accordo è fragile e basato su delicati equilibri di sicurezza. Eppure, l’accettazione (sia pur condizionata) da parte di Hamas segna la prima vera convergenza con la controparte israeliana dopo oltre un anno e mezzo di guerra.

Conclusione

Il sì di massima pronunciato a Doha non chiude il conflitto, ma riapre uno spiraglio negoziale che sembrava irrimediabilmente compromesso. Se le «lievi modifiche» richieste verranno recepite, dal 60º giorno di tregua potrebbe nascere un dialogo strutturato su ricostruzione, sicurezza e futuro politico della Striscia di Gaza. La comunità internazionale osserva con cautela, consapevole che – come recita un vecchio adagio mediorientale – «il diavolo si nasconde nei dettagli».