Guerra in Medio Oriente: Trump esclude le truppe di terra in Iran mentre il conflitto si allarga a tutta la regione

Dal blocco dello stretto di Hormuz alle bombe sulle scuole, dalla minaccia energetica del Qatar agli arresti a Londra: l’escalation entra nella seconda settimana e ridisegna gli equilibri globali

Il conflitto scatenato dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio 2026 è entrato nella sua seconda settimana con una rapidità di escalation che ha pochi precedenti nella storia recente. Donald Trump ha escluso categoricamente l’invio di truppe di terra in Iran, definendolo “una perdita di tempo”, ma ha dichiarato di voler avere voce in capitolo nella scelta del nuovo leader iraniano dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Nel frattempo, la guerra si è estesa ben oltre i confini iraniani: i missili colpiscono Tel Aviv, Beirut, Dubai e il Bahrein, lo stretto di Hormuz è quasi deserto di traffico commerciale, e i mercati mondiali tremano.


Trump: no alle truppe, sì al cambio di regime

La posizione americana sul futuro dell’Iran si sta delineando con maggiore chiarezza nelle ultime ore. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che inviare forze terrestri nel Paese sarebbe semplicemente controproducente, preferendo puntare su pressione militare aerea e diplomatica. Allo stesso tempo, ha espresso l’intenzione di influenzare la scelta del prossimo leader iraniano, bocciando pubblicamente l’eventualità che il figlio di Khamenei possa succedere al padre. Una linea politica che rivela l’obiettivo dichiarato di Washington: non l’occupazione del territorio, ma la sostituzione del regime degli Ayatollah con una leadership considerata più accomodante verso Occidente e Israele.

Sul fronte diplomatico italiano, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiarito su SkyTg24 che nessuno ha chiesto l’uso delle basi militari italiane, nemmeno per scopi logistici: “Droni da Sigonella? Per l’uso delle piste ci informano sempre. Per qualsiasi altro uso passeremo dal Parlamento”. Una dichiarazione che riflette la delicatezza della posizione italiana, alleata Nato ma consapevole della propria esposizione geopolitica nel Mediterraneo.


Lo stretto di Hormuz paralizzato: una crisi energetica globale

Il vero termometro della crisi è lo stretto di Hormuz, la strettoia attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Nelle ultime 24 ore solo due navi commerciali — nessuna petroliera — hanno attraversato lo stretto, ora ufficialmente designato “area di operazioni belliche”. Circa 1.000 navi si trovano bloccate nelle sue acque, incapaci di muoversi in condizioni di sicurezza.

Il ministro dell’energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha lanciato un avvertimento dal peso economico enorme: se la guerra continuasse, i Paesi del Golfo Persico potrebbero essere costretti a interrompere le esportazioni di energia entro settimane. “Ciò farà crollare le economie mondiali”, ha dichiarato al Financial Times. Non è un’ipotesi remota: i mercati hanno già risposto con un balzo del petrolio WTI superiore al 4% nella mattinata del 6 marzo, e le Borse europee registrano pesanti flessioni.

L’onda d’urto raggiunge anche l’India: secondo fonti di settore, circa 60.000 tonnellate di riso basmati sono bloccate nei porti indiani, con quasi 3.000 container fermi. Il Medio Oriente assorbe tra il 60 e il 70% del riso basmati esportato dall’India, con l’Iran da solo responsabile del 20% degli acquisti. Gli esportatori indiani hanno invocato l’intervento urgente del governo di Delhi, parlando di “forza maggiore in circostanze eccezionali”.


Le bombe sulle scuole e la questione delle responsabilità americane

Il caso più delicato e moralmente devastante riguarda l’attacco alla scuola femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto il 28 febbraio — il primo giorno dell’offensiva. Secondo l’Unicef, 168 bambine sono state uccise quando l’edificio è stato colpito mentre le lezioni erano in corso. Le vittime avevano tra i 7 e i 12 anni. Complessivamente, l’agenzia Onu ha rilevato che “circa 180 bambini sono stati uccisi e molti altri feriti” nell’escalation militare in Iran, con almeno 20 scuole e 10 ospedali danneggiati.

L’agenzia Reuters ha rivelato in esclusiva che gli investigatori militari statunitensi ritengono “probabile” che le forze americane siano responsabili dell’attacco alla scuola, pur non avendo ancora completato le indagini né raggiunto una conclusione definitiva. L’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite a Ginevra, Ali Bahreini, aveva già dichiarato che nell’attacco morirono 150 studentesse. Se la responsabilità americana venisse confermata, si aprirebbe una crisi politica e diplomatica di proporzioni enormi.


La guerra si allarga: Beirut, Dubai, Bahrein

Il conflitto non riguarda più soltanto Iran e Israele. I missili iraniani hanno raggiunto Dubai — i residenti hanno ricevuto messaggi di allerta dal Ministero degli Interni degli Emirati Arabi Uniti con l’invito a “cercare immediatamente rifugio” — e hanno colpito due hotel e un edificio residenziale in Bahrein, a Manama, causando danni materiali ma nessuna vittima.

Sul fronte nord, l’esercito israeliano ha condotto una “ampia ondata di 26 attacchi” nel quartiere di Dahieh, nel Libano meridionale, prendendo di mira le infrastrutture di Hezbollah. Tra i target colpiti, un centro di comando e una struttura che ospitava droni. Secondo i media israeliani, quasi mezzo milione di persone ha lasciato le proprie abitazioni nel Libano meridionale e a Beirut. In parallelo, fonti di intelligence citate dalla testata israeliana Kan News segnalano che Hezbollah starebbe cercando di aprire un secondo fronte attaccando Israele anche dalla Siria.

Un volo El Al in arrivo da Los Angeles è stato allontanato dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv durante un allarme missili, restando in quota per mezz’ora mentre la pista veniva controllata per individuare frammenti di intercettori caduti. L’aereo è poi atterrato dopo la dichiarazione di area sicura.


Cifre del conflitto: missili, morti, sfollati

I dati ufficiali, ora declassificati dalla censura militare israeliana, permettono di avere un quadro più preciso dell’intensità degli attacchi:

 

Indicatore Dato
Missili iraniani lanciati su Israele (dal 28 febbraio) ~200
Missili iraniani su altri Paesi del Medio Oriente ~300
Razzi da Hezbollah (Libano) su Israele ~150
Morti in Iran (OMS) ~1.000
Bambini uccisi (Unicef) ~180
Sfollati da Teheran (primissimi giorni) ~100.000
Sfollati in Libano >60.000
Navi bloccate nello stretto di Hormuz ~1.000

Secondo l’OMS, il conflitto coinvolge ora almeno 16 Paesi, con decine di vittime in Libano, Israele e diversi stati del Golfo. L’Unhcr segnala che gli ordini di evacuazione potrebbero spingere fino a un milione di persone sulle strade nelle prossime settimane.


L’Iran nell’oscurità digitale: sei giorni senza internet

A questi dati si aggiunge un dato che parla di controllo dell’informazione: secondo l’osservatorio Netblocks, l’Iran è rimasto praticamente disconnesso da internet per più di sei giorni consecutivi, con solo l’1% di connettività registrata dopo 144 ore dal blackout iniziato il 28 febbraio. Una scelta presumibilmente delle autorità ancora in campo nel Paese, che cercano di limitare la diffusione di immagini e notizie dall’interno.


Gli Emirati valutano il congelamento dei beni iraniani

Sul piano economico e finanziario, il Wall Street Journal ha rivelato che gli Emirati Arabi Uniti starebbero valutando il congelamento di miliardi di dollari di beni iraniani presenti nel Paese. Una mossa che potrebbe recidere una delle principali vie di accesso di Teheran alla valuta estera e ai mercati globali. Gli Emirati hanno svolto per anni il ruolo di hub finanziario per imprenditori e cittadini iraniani in fuga dalle sanzioni occidentali: smantellare questa rete significherebbe colpire duramente la capacità dell’Iran di vendere petrolio e finanziare il suo sistema militare e i gruppi armati regionali.

Le misure allo studio includerebbero il congelamento dei conti di società ombra affiliate al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e operazioni marittime dirette, come il sequestro di petroliere iraniane. Funzionari emiratini avrebbero già avvertito privatamente Teheran di questa possibilità, dopo che l’Iran ha lanciato oltre 1.000 droni e missili contro obiettivi negli Emirati.


Spionaggio, diplomazia e reazioni internazionali

A Londra, la polizia metropolitana ha arrestato quattro uomini accusati di aver collaborato con l’intelligence iraniana per spiare obiettivi e personalità legate alla comunità ebraica della capitale britannica. Un cittadino iraniano e tre con doppia cittadinanza britannico-iraniana sono stati fermati in tre diversi indirizzi della città. Altri sei uomini sono stati arrestati per favoreggiamento. L’operazione è stata condotta dall’unità di antiterrorismo e controspionaggio e solleva preoccupazione sulla sicurezza interna britannica in un momento di tensione internazionale elevatissima.

Sul fronte diplomatico europeo, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha avuto una conversazione telefonica con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, esprimendo “solidarietà e vicinanza alla Turchia” dopo gli attacchi missilistici subiti. I due leader hanno concordato di mantenersi in stretto contatto. La Turchia, Paese NATO colpito dai missili iraniani, rappresenta un caso peculiare: Ankara deve bilanciare gli obblighi atlantici con i propri legami con Teheran.

Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha invece telefonato al sultano dell’Oman e all’emiro del Qatar per esprimere solidarietà, invocando il rispetto del diritto internazionale: “Nessun Paese deve essere aggredito impunemente”, ha scritto il premier su X.


La successione alla guida dell’Iran

Con la morte di Khamenei, l’Iran si trova ad affrontare una delle transizioni politiche più delicate della sua storia, in mezzo a una guerra attiva. La televisione di Stato iraniana ha comunicato che si è tenuta in modalità virtuale una riunione del consiglio direttivo per decidere le modalità di svolgimento dell’Assemblea degli Esperti, l’organo che eleggerà il nuovo leader supremo. Il complesso nella città di Qom, dove normalmente si riunisce l’assemblea, è stato distrutto dai raid. Il consiglio direttivo comprende il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejehi e il religioso ayatollah Ali Reza Arafi. Non sono stati forniti tempi né modalità definitive per la votazione.

Trump ha già dichiarato di avere in mente “alcuni buoni candidati” per guidare il Paese, una dichiarazione che ha provocato reazioni vivaci a livello internazionale, percepita come un’indebita ingerenza negli affari interni iraniani. L’ambasciatore israeliano a Parigi, Joshua Zarka, ha invece precisato che Israele non ha intenzione di inviare truppe né di scegliere un leader per gli iraniani: “Non spetta a noi scegliere chi sarà il leader degli iraniani, ma agli iraniani. Possiamo solo aiutarli a prendere il controllo del Paese, indebolendo le capacità del regime”.


Cosa sta succedendo davvero

Al netto delle dichiarazioni ufficiali, il quadro che emerge è quello di un conflitto che ha già superato di gran lunga i confini di uno scontro bilaterale tra Israele e Iran. Sono almeno 16 i Paesi coinvolti secondo l’OMS, i mercati energetici globali sono in fibrillazione, le rotte marittime del Golfo sono paralizzate e la crisi umanitaria si aggrava di ora in ora. La domanda che si pone la comunità internazionale — e alla quale nessuno sembra avere ancora una risposta — è se esista ancora uno spazio per una de-escalation, o se la dinamica degli eventi stia già portando verso qualcosa di molto più difficile da controllare.