Carmelo Cinturrino è accusato di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri. Emergono accuse di richieste di denaro e droga
La Polizia di Stato ha eseguito il fermo di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso con un colpo di pistola alla testa il 26 gennaio scorso nel boschetto della droga di Rogoredo. Il provvedimento, disposto dalla Procura di Milano guidata dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, segna una svolta nelle indagini su una vicenda che sta facendo emergere ombre inquietanti sui rapporti tra forze dell’ordine e criminalità organizzata nella periferia milanese.
Il fermo e le accuse
L’assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, in servizio presso il commissariato di Mecenate, è ora accusato di omicidio volontario. La vicenda risale al 26 gennaio 2026, quando durante un’operazione antidroga in via Giuseppe Impastato, al limitare del cosiddetto “bosco della droga” di Rogoredo, il poliziotto ha sparato un colpo che ha raggiunto alla tempia destra Abderrahim Mansouri, noto nell’ambiente come “Zack”, esponente di una delle famiglie più rilevanti nel mondo dello spaccio milanese.
Inizialmente Cinturrino aveva giustificato il gesto parlando di legittima difesa: secondo la sua versione, avrebbe visto Mansouri puntargli contro una pistola da una distanza di circa venti metri e avrebbe reagito “per paura”. La presunta arma si è poi rivelata essere la replica di una Beretta 92 a salve con il tappo rosso rimosso.
Le testimonianze che cambiano tutto
Nelle ultime settimane sono però emerse testimonianze che ridisegnano completamente lo scenario. Alcuni conoscenti della vittima, sentiti dagli inquirenti, hanno raccontato che l’agente avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga a Mansouri e ad altri spacciatori della zona. Le richieste sarebbero state quantificate in circa 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno, in cambio di una sorta di protezione.
Secondo questi racconti, Mansouri avrebbe inizialmente ceduto alle pretese, salvo poi rifiutarsi. Da quel momento avrebbe iniziato a temere il poliziotto, confidando a una cerchia ristretta di persone di aver paura “del poliziotto di Mecenate” perché gli aveva “giurato vendetta”. Il fratello della vittima ha confermato che Abderrahim era terrorizzato dall’agente e sospettava che volesse fargli del male.
L’ipotesi della messinscena
Uno degli elementi più inquietanti emersi dall’indagine riguarda la presenza della replica della pistola accanto al corpo di Mansouri. Gli investigatori ritengono che l’arma sia stata posizionata sulla scena in un secondo momento, dopo lo sparo, per giustificare la versione della legittima difesa.
Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso un collega di Cinturrino allontanarsi dalla scena subito dopo il colpo fatale. L’agente si sarebbe recato al commissariato Mecenate per recuperare uno zaino, su richiesta dello stesso Cinturrino. Il collega ha dichiarato di non sapere cosa contenesse la borsa, ma l’ipotesi investigativa è che custodisse proprio la replica della Beretta 92 successivamente collocata vicino alla vittima.
Su quell’arma finta sono stati isolati due profili genetici, ora in fase di analisi. Se il DNA di Mansouri non dovesse essere presente sulla pistola, sarebbe la prova definitiva che la vittima non era armata. Se invece fosse trovato quello di Cinturrino, la sua posizione si aggraverebbe ulteriormente.
Il ritardo nei soccorsi
Un altro aspetto cruciale riguarda i tempi dell’intervento sanitario. Dalle ricostruzioni degli investigatori emerge che la chiamata al 118 è partita solo 23 minuti dopo lo sparo, nonostante Cinturrino avesse dichiarato ai colleghi di aver già allertato i soccorsi. Gli altri agenti presenti sul posto, tutti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno riferito negli interrogatori che il collega più anziano aveva mentito, dicendogli di aver già chiamato l’ambulanza quando in realtà non lo aveva fatto.
Quando finalmente i soccorritori sono arrivati, hanno trovato il giovane marocchino ancora in vita, agonizzante. È morto poco dopo. Secondo il medico legale Michelangelo Bruno Casali, consulente degli avvocati di parte civile Debora Piazza e Marco Romagnoli, se i soccorsi fossero stati chiamati immediatamente, Abderrahim Mansouri avrebbe potuto avere una possibilità di sopravvivenza.
Il sistema del pizzo nel boschetto
Le indagini della squadra Mobile, coordinate dal pm Giovanni Tarzia, stanno ora scandagliando l’intero ambiente di Rogoredo, una delle più grandi piazze di spaccio della Lombardia e del Nord Italia. Gli investigatori vogliono verificare se davvero il poliziotto taglieggiasse il gruppo di Mansouri a Rogoredo e fornisse invece protezione ad altri pusher del Corvetto, quartiere in cui abita.
Durante gli interrogatori, i quattro colleghi indagati avrebbero descritto episodi di arresti forzati, interventi evitati e comportamenti violenti nei controlli. I poliziotti più giovani hanno spiegato agli inquirenti di essersi sentiti condizionati dall’esperienza e dal carattere del collega più anziano, al punto da non opporsi o intervenire in alcune situazioni.
Nel quartiere milanese si parla da tempo di un poliziotto che si faceva chiamare “Luca” e che imponeva una sorta di pizzo agli spacciatori della zona. Chi non accettava le sue richieste subiva pressioni e arresti. Alcune voci ipotizzano anche una sua vicinanza a pusher attivi in uno stabile popolare dove la moglie dell’agente svolgerebbe il ruolo di custode.
Il contesto: Rogoredo, la piazza di spaccio che non si chiude
Il boschetto di Rogoredo rappresenta da decenni uno dei problemi più gravi di Milano. Situato tra la stazione ferroviaria di Rogoredo e quella della metropolitana di Porto di Mare, è diventato negli anni un simbolo del degrado e della marginalità urbana. Nonostante numerose operazioni di sgombero e bonifica, l’area continua a essere frequentata da circa 650 persone tra spacciatori, tossicodipendenti e consumatori occasionali.
La zona offre condizioni ideali per il mercato della droga: spazi ampi e riparati dove appartarsi, vicinanza alla città, possibilità di acquistare microdosi anche per pochi euro. Qui si può trovare qualsiasi tipo di sostanza stupefacente, 24 ore su 24, in quello che è considerato il più grande mercato della droga a cielo aperto del Nord Italia.
Nonostante la presenza costante delle forze dell’ordine, con un presidio fisso che conosce molti dei frequentatori per nome, il lavoro è più contenitivo che risolutivo. Gli spacciatori adottano strategie elaborate: tengono con sé solo piccole quantità di sostanza, nascondendo il resto nel bosco, e utilizzano vedette per avvisare dell’arrivo della polizia. Appena scatta l’allarme, disseminano a terra tutta la droga per evitare l’arresto con quantitativi rilevanti.
I precedenti di Cinturrino
Nel ricostruire il profilo dell’indagato, emerge un curriculum operativo di tutto rispetto. Carmelo Cinturrino, con circa vent’anni di servizio alle spalle, si era guadagnato la reputazione di agente esperto e navigato sul campo. Davanti al pubblico ministero, poche ore dopo la sparatoria, aveva rivendicato la sua profonda conoscenza della zona: una quarantina di arresti effettuati nell’area nell’ultimo anno, già quattro dall’inizio del 2026.
Nel 2017 aveva ricevuto un riconoscimento dall’allora capo della polizia Franco Gabrielli, oltre a lodi e apprezzamenti dai colleghi. Questa anzianità di servizio, unita all’intensa attività sul territorio, lo aveva reso una figura di riferimento all’interno della squadra operativa del commissariato di Mecenate.
Tuttavia, proprio su questa carriera apparentemente brillante si addensano ora ombre pesanti. Esiste una sentenza del 2022 in cui un giudice, nell’assolvere un ventenne tunisino dall’accusa di spaccio, aveva trasmesso gli atti alla Procura per valutare “condotte penalmente rilevanti” nei confronti dell’assistente capo. Il tribunale aveva rilevato “numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può vedere” nelle immagini delle telecamere di sorveglianza. Nel video si vedeva l’agente estrarre dalla custodia dello smartphone del sospettato diverse banconote, molte più di quelle poi dichiarate nel verbale d’arresto.
La Procura di Milano ha aperto un fascicolo a carico dell’agente anche per falso ideologico relativo a quel verbale d’arresto del 2024. Questo precedente getta nuova luce sull’operato di Cinturrino e sulla sua credibilità come testimone e come agente delle forze dell’ordine.
Le reazioni politiche e il caso Salvini
La vicenda ha scatenato polemiche politiche a livello nazionale, con al centro il vicepremier Matteo Salvini. A poche ore dalla morte del 28enne marocchino, quando ancora le indagini erano nelle fasi iniziali, il leader della Lega aveva scritto sui social: “Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto“.
Un’affermazione netta, senza condizionali, pronunciata quando ancora nessuno conosceva la dinamica reale dei fatti. Il vicepremier aveva di fatto celebrato un processo social in direttissima, stabilendo in poche righe vittime, colpevoli e responsabilità, trasformando un caso di cronaca ancora da chiarire in una battaglia ideologica sulla sicurezza e sul sostegno alle forze dell’ordine.
Nei giorni successivi, mentre emergevano testimonianze sempre più compromettenti per l’agente – le richieste di denaro e droga, l’ipotesi della messinscena con l’arma finta, il ritardo nei soccorsi – Salvini ha tentato una rapida ritirata. “No comment se non conosco”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti, quasi a voler prendere le distanze dalle sue stesse parole pronunciate appena qualche giorno prima.
Una giustificazione che suona paradossale: “se non conosco” diventa la scusa per chi aveva già emesso un verdetto definitivo senza conoscere i fatti. Nessuna scusa ad Abderrahim Mansouri, nessun passo indietro rispetto alla definizione di “balordo” attribuita a una vittima che potrebbe essere stata giustiziata da chi avrebbe dovuto proteggerla, nessuna riflessione sull’opportunità di attendere gli esiti delle indagini prima di schierarsi pubblicamente.
Il caso Rogoredo mette in luce un problema più ampio: l’uso strumentale dei fatti di cronaca per alimentare narrazioni politiche semplificate, dove il sostegno incondizionato alle forze dell’ordine diventa un riflesso automatico, a prescindere dalle circostanze. Una strategia che funziona finché la realtà non si rivela più complessa e scomoda di quanto si volesse raccontare.
Il silenzio successivo di Salvini è assordante quanto le sue dichiarazioni iniziali. Nessuna rettifica, nessuna ammissione di aver parlato troppo presto, nessun riconoscimento che forse quella morte meritava rispetto e cautela prima di essere trasformata in slogan politico. Solo una ritirata silenziosa, con la speranza che l’opinione pubblica dimentichi in fretta.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che occorre “fare chiarezza senza sconti”, prendendo parzialmente le distanze dalla prima difesa aprioristica dell’operato dell’agente. Ma il danno comunicativo era già fatto: l’idea di una giustizia sommaria celebrata sui social aveva già fatto il giro del web, rafforzando quella narrazione polarizzante che divide il mondo tra “buoni” e “cattivi” senza sfumature.
Le prossime mosse investigative
Nei prossimi giorni saranno cruciali gli esiti degli esami genetici sulla replica della pistola e quelli balistici per ricostruire con precisione la posizione della vittima e del poliziotto al momento dello sparo. Gli investigatori stanno anche analizzando i tabulati telefonici e le immagini di tutte le telecamere presenti nell’area per ricostruire minuto per minuto quanto accaduto quella sera.
Secondo quanto emerso, Mansouri era al telefono con un altro presunto pusher poco prima di essere ucciso. L’interlocutore gli avrebbe detto “attento c’è la polizia, scappa”. Poi lo avrebbe richiamato ma il giovane non avrebbe più risposto, perché era già a terra ferito. Da quel momento sono stati calcolati quei 23 minuti di ritardo nell’allertare il 118.
Il sostituto procuratore Giovanni Tarzia ha tutti gli elementi per poter prendere una decisione sul da farsi: per lunedì è previsto un incontro in proposito con il capo della Procura, Marcello Viola. Chi indaga definisce la situazione “fluida”, non ancora perfettamente definita, ma assai ricca di dettagli pesanti che vanno in direzione opposta rispetto alla versione della legittima difesa.
Una vicenda che interroga la città
Oltre agli aspetti giudiziari, la vicenda di Rogoredo solleva interrogativi profondi sul rapporto tra istituzioni e marginalità, tra legalità e corruzione. L’idea che un rappresentante delle forze dell’ordine possa aver sfruttato quella fragilità sociale per ottenere vantaggi personali rappresenta un colpo durissimo alla credibilità delle istituzioni.
Il boschetto di Rogoredo non è un luogo lontano: è un pezzo di città dove la marginalità e la violenza si intrecciano con la vita quotidiana di migliaia di milanesi. Ogni dettaglio che emergerà da questa inchiesta dirà qualcosa non solo su ciò che è accaduto quel 26 gennaio, ma su quanto fragile possa diventare il confine tra chi dovrebbe far rispettare la legge e chi la infrange.
Per i familiari di Abderrahim Mansouri, rappresentati dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, si è trattato di una “esecuzione”. Il giovane sarebbe stato colpito da 20-30 metri con un solo proiettile, che lo ha raggiunto vicino alla tempia destra con precisione chirurgica. Una circostanza che mal si concilia con l’idea di uno sparo esploso in preda al panico e alla paura.
La comunità di Rogoredo osserva con attenzione l’evolversi delle indagini. Tra i residenti prevale una grande percezione di insicurezza: molti non vanno in stazione di sera, o se devono si fanno accompagnare. Sono tutti arrabbiati, sia per questa continua sensazione di paura che per l’etichetta che è stata affibbiata al quartiere. La speranza è che questa vicenda possa rappresentare finalmente un punto di svolta per restituire dignità a un’area martoriata da decenni di degrado e abbandono.

