Fed mantiene i tassi invariati, Trump attacca Powell: “È un perdente totale”

L’ex presidente insorge contro la decisione della Federal Reserve: “Sta costando al Paese migliaia di miliardi”. Cresce la tensione sui mercati

La Federal Reserve ha confermato i tassi di interesse nel range 4,25-4,50 %, ma la scelta ha provocato forti reazioni politiche: l’ex presidente Donald Trump ha attaccato duramente il presidente Jerome Powell, definendolo “un perdente totale” e accusandolo di gravi danni economici. Sullo sfondo, due governatori hanno votato contro la linea ufficiale, riaccendendo il dibattito interno alla banca centrale.


Una decisione attesa, ma non unanime

Il Federal Open Market Committee (FOMC) ha deciso di mantenere invariati i tassi d’interesse per il quinto meeting consecutivo, segnalando la volontà di attendere segnali più netti sull’inflazione prima di procedere con eventuali tagli. Tuttavia, per la prima volta dal 1993, due membri del Board – Christopher Waller e Michelle Bowman – hanno espresso voto contrario, chiedendo una riduzione di 25 punti base.

Una scelta, questa, che mette in evidenza una crescente divisione all’interno della Federal Reserve, in un momento in cui la politica monetaria torna a essere sotto i riflettori anche sul piano politico.


Trump all’attacco: “Too Late è un perdente totale”

A infiammare ulteriormente il clima è stato il duro attacco social di Donald Trump, che ha definito Jerome Powell con il soprannome dispregiativo di “Too Late”:

«È TROPPO TARDI, e in realtà TROPPO ARRABBIATO, TROPPO STUPIDO e TROPPO POLITICO per ricoprire l’incarico di presidente della Fed», ha scritto l’ex presidente, accusando Powell di far perdere agli Stati Uniti «migliaia di miliardi di dollari».

Trump ha poi rincarato la dose, parlando di «uno dei più incompetenti o corrotti interventi edilizi della storia» e concludendo che “Too Late è un perdente totale, e il nostro Paese ne sta pagando il prezzo”.

Un attacco diretto, violento nei toni, che rischia di politicizzare ulteriormente il dibattito sulla politica monetaria in vista delle elezioni del 2026, quando potrebbe tornare a pesare anche la nomina del prossimo presidente della Fed.


I motivi della Fed: inflazione ancora troppo alta

Nonostante i progressi degli ultimi mesi, l’inflazione rimane oltre il target del 2 %: l’indice CPI è al 2,7 % a giugno, con segnali contrastanti sul fronte dei prezzi dei servizi e delle materie prime. La crescita del PIL si mantiene solida (+3 % nel secondo trimestre), mentre il mercato del lavoro appare stabile, con un tasso di disoccupazione intorno al 4 %.

Jerome Powell, nella conferenza stampa post-riunione, ha ribadito che “un taglio prematuro potrebbe vanificare i progressi fatti finora nella lotta ai prezzi”, precisando che la Fed vuole agire solo con “dati convincenti alla mano”.


Dissenso interno: Waller e Bowman spingono per il taglio

I due voti contrari rappresentano più di un’anomalia statistica: entrambi i governatori dissidenti, nominati da Trump, sostengono che il rischio attuale sia la stagnazione dell’attività economica, non l’inflazione. Le loro obiezioni sono legate a tre fattori:

  • La forza del dollaro che penalizza l’export;

  • Il rallentamento dei consumi privati, in calo per il terzo mese consecutivo;

  • L’impatto ritardato dei tassi alti sul mercato immobiliare e sulle PMI.

Il dissenso evidenzia una spaccatura ideologica nel board della Fed tra “falchi” e “colombe”, con possibili implicazioni sulla stabilità futura dell’orientamento monetario.


Reazioni dei mercati: Wall Street incerta, tassi sui Treasury in rialzo

Alla notizia del mantenimento dei tassi, i mercati hanno reagito in modo contrastato:

  • S&P 500: lieve calo dello 0,3 %, in scia al raffreddamento delle aspettative di taglio.

  • Nasdaq: -0,6 %, penalizzato dai titoli growth più sensibili al costo del denaro.

  • Treasury a 10 anni: rendimento salito al 4,42 %, segnale di scarsa fiducia su una mossa imminente della Fed.

  • Oro: in rialzo a 2.370 $ l’oncia, in chiave di copertura contro l’instabilità politica.

I Fed Funds Futures, che prezzavano un taglio a settembre con probabilità del 70 % prima del meeting, ora assegnano meno del 50 % a questa ipotesi.


Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Il quadro resta incerto e legato all’evoluzione dei dati macroeconomici. Gli scenari sul tavolo per la riunione di settembre sono:

Scenario Descrizione Probabilità stimata
Taglio dello 0,25 % Inflazione verso il 2,3 %, crescita moderata 45 %
Tassi fermi Inflazione ancora alta e dati misti 35 %
Rialzo Rischio energetico e salari in aumento 20 %

Impatti sull’economia reale

Per famiglie e imprese, la decisione della Fed implica:

  • Mutui: i tassi restano elevati (6,5-7 %), frenando il mercato immobiliare.

  • Prestiti alle imprese: il credito rimane costoso, ma stabile.

  • Risparmio: i conti deposito continuano a offrire rendimenti superiori al 4 %.

  • Consumi: inflazione ancora sopra il 2,5 % incide sul potere d’acquisto reale.


Conclusioni

La Federal Reserve ha scelto la prudenza, ma la crescente pressione politica, le spaccature interne e l’incertezza sui prezzi mettono in discussione la coerenza futura della strategia monetaria. L’attacco diretto di Donald Trump a Jerome Powell rappresenta un’ulteriore escalation che rischia di trasformare la gestione dei tassi in un tema da campagna elettorale.

Le prossime settimane, con i nuovi dati su inflazione e occupazione, saranno determinanti per capire se il “perdente totale”, come lo ha definito Trump, resterà fedele alla sua linea o sarà costretto a cedere alle pressioni esterne e interne.