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Attualità

È morto don Antonio Mazzi, il sacerdote di strada che fondò la comunità Exodus

Aveva 96 anni e si è spento nella casa del Parco Lambro, luogo simbolo del suo impegno accanto ai giovani e alle persone più fragili

Don Antonio Mazzi è morto a Milano all’età di 96 anni. Sacerdote, educatore e fondatore della Fondazione Exodus, ha dedicato gran parte della propria vita al recupero delle persone con dipendenze, all’accompagnamento dei giovani in difficoltà e alla costruzione di percorsi educativi fondati sull’ascolto, sulla responsabilità e sulle relazioni. Si è spento nella sua storica casa all’interno del Parco Lambro, dove aveva dato vita a una delle esperienze sociali più conosciute in Italia.

La notizia della morte è stata confermata nel pomeriggio di venerdì 31 luglio 2026 dalla Fondazione Exodus. Don Mazzi si trovava nella sede milanese di Cascina Molino Torrette, nel cuore del Parco Lambro, il luogo nel quale aveva sempre vissuto e dal quale era partito il progetto destinato a trasformarsi in una rete di comunità, centri educativi e iniziative sociali.

La sua scomparsa chiude una lunga stagione di impegno civile e religioso. Per oltre settant’anni, il sacerdote veronese ha lavorato accanto a ragazzi emarginati, persone con problemi di tossicodipendenza, famiglie in crisi, detenuti e giovani esposti al rischio di esclusione sociale. Lo ha fatto attraverso un metodo educativo diretto, spesso controcorrente, distante dai formalismi e basato sulla condivisione della vita quotidiana.

La camera ardente nella sede di Exodus

La camera ardente sarà allestita nella storica sede di Exodus, a Cascina Molino Torrette nel Parco Lambro, con accesso pedonale. La scelta rispecchia il legame profondo tra don Mazzi e il luogo nel quale la sua esperienza educativa aveva preso forma.

Secondo quanto comunicato dalla Fondazione, la camera ardente sarà aperta senza particolari formalismi e consentirà a cittadini, volontari, educatori, ex ospiti delle comunità e persone vicine al sacerdote di rendergli omaggio.

  • Sabato 1 agosto 2026: dalle 17 alle 20;
  • Domenica 2 agosto 2026: dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20;
  • Luogo: Cascina Molino Torrette, sede Exodus nel Parco Lambro di Milano;
  • Accesso: ingresso pedonale.

La Fondazione ha sottolineato che l’allestimento sarà semplice e aperto a tutti, nello stile che don Mazzi aveva sempre privilegiato: un’accoglienza priva di distanze, costruita attorno all’incontro tra le persone.

I funerali nella Basilica di Sant’Ambrogio

I funerali di don Antonio Mazzi saranno celebrati lunedì 3 agosto 2026 alle ore 15 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. La cerimonia non sarà impostata come una commemorazione formale, ma come una liturgia partecipata, animata dai ragazzi, dagli educatori e dai rappresentanti delle diverse realtà Exodus.

La Fondazione ha annunciato la presenza di canti, musica e testimonianze provenienti dalle comunità attive in Italia e all’estero. Il rito vuole così richiamare l’identità di un progetto educativo nel quale la vita comunitaria, la creatività, il viaggio e la condivisione hanno sempre avuto un ruolo centrale.

Al termine delle esequie, la tumulazione avverrà in forma strettamente privata presso l’Abbazia di Maguzzano, in provincia di Brescia, nel cimitero dell’Opera don Giovanni Calabria. È la congregazione religiosa nella quale don Mazzi aveva maturato la propria vocazione e iniziato il ministero sacerdotale.

Da Verona al sacerdozio

Antonio Mazzi era nato a Verona il 30 novembre 1929. Dopo gli studi classici compiuti nel seminario vescovile della città, aveva proseguito la formazione teologica e filosofica a Ferrara. Negli anni Cinquanta era stato ordinato sacerdote nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, fondata da san Giovanni Calabria.

Fin dai primi incarichi pastorali aveva manifestato un interesse particolare per i problemi dell’adolescenza, della disabilità, dell’emarginazione e della formazione professionale. Il suo percorso non si era limitato agli studi religiosi. Aveva approfondito anche la pedagogia, la psicologia dell’età evolutiva e i modelli educativi rivolti ai giovani più vulnerabili.

Prima della nascita di Exodus aveva lavorato in diverse strutture dedicate alla formazione e all’assistenza. Le esperienze maturate tra Ferrara, Verona, Roma e Milano gli avevano permesso di entrare in contatto con realtà giovanili molto differenti, dalle periferie urbane ai centri professionali, fino ai progetti per ragazzi con disabilità.

Il tratto distintivo del suo metodo era già riconoscibile: non separare l’intervento educativo dalla vita reale. Per don Mazzi, aiutare una persona non significava soltanto offrirle una struttura protetta, ma ricostruire relazioni, abitudini, responsabilità e opportunità concrete.

La nascita di Exodus al Parco Lambro

Il nome di don Antonio Mazzi resta legato soprattutto alla nascita di Exodus, avviata negli anni Ottanta nella periferia orientale di Milano. In quel periodo il Parco Lambro era diventato uno dei simboli del disagio giovanile, dello spaccio e del consumo di eroina.

Il sacerdote scelse di non affrontare il problema da lontano. Si stabilì ai margini del parco e iniziò a lavorare direttamente con le persone che lo frequentavano, coinvolgendo tossicodipendenti, volontari, cittadini e istituzioni in un progetto di recupero umano e sociale.

La sede di Cascina Molino Torrette divenne il punto di riferimento dell’esperienza. Non soltanto una comunità terapeutica, ma una casa, un laboratorio educativo e uno spazio aperto al territorio. Da lì sarebbero nate le prime attività strutturate e le iniziative destinate a diffondersi in numerose regioni italiane.

Uno degli elementi più originali furono le carovane Exodus: viaggi comunitari nei quali i ragazzi erano chiamati a condividere fatica, regole, imprevisti, responsabilità e obiettivi. Il cammino diventava uno strumento educativo, una prova concreta attraverso la quale recuperare fiducia in sé stessi e negli altri.

La scelta del nome Exodus, cioè “esodo”, riassumeva l’idea di fondo: uscire da una condizione di dipendenza o marginalità non attraverso una soluzione immediata, ma intraprendendo un percorso lungo, collettivo e impegnativo.

Un modello educativo basato sulle relazioni

Nel corso degli anni, il progetto si è sviluppato attraverso comunità residenziali, centri di ascolto, servizi per le famiglie, laboratori, percorsi di prevenzione e programmi di reinserimento sociale e lavorativo. L’attività, inizialmente concentrata sulle tossicodipendenze, si è progressivamente estesa ad altre forme di disagio.

Al centro del modello di don Mazzi rimaneva la convinzione che nessun percorso di cambiamento potesse essere costruito soltanto attraverso regole, diagnosi o misure assistenziali. La persona doveva essere riconosciuta nella sua interezza e inserita in una rete di rapporti autentici.

Le parole chiave del suo lavoro erano:

  • ascolto, per comprendere la storia che si nasconde dietro il disagio;
  • fiducia, come condizione necessaria per ricominciare;
  • responsabilità, per rendere ogni persona protagonista del proprio percorso;
  • comunità, intesa come luogo di relazioni e non come semplice struttura;
  • lavoro, considerato uno strumento di autonomia e reinserimento;
  • prevenzione, soprattutto tra adolescenti, scuole e famiglie.

Don Mazzi contestava spesso gli interventi puramente burocratici e invitava educatori, genitori e istituzioni a non ridurre i giovani alle loro fragilità. Dietro una dipendenza, un comportamento violento o un fallimento scolastico, sosteneva, continuava a esserci una persona da incontrare.

Il rapporto con i giovani e le famiglie

L’attenzione verso i giovani non si limitava alle situazioni più estreme. Negli ultimi decenni don Mazzi aveva insistito frequentemente sui problemi educativi che attraversavano le famiglie, le scuole e la società: solitudine, dipendenze digitali, difficoltà nel riconoscere l’autorità, mancanza di prospettive e impoverimento delle relazioni.

Il sacerdote invitava gli adulti a recuperare una presenza credibile. Nella sua visione, educare non significava eliminare ogni difficoltà dalla vita dei ragazzi, ma accompagnarli mentre imparavano ad affrontare limiti, errori e conseguenze delle proprie scelte.

Questa impostazione aveva portato Exodus a sviluppare anche progetti di prevenzione della povertà educativa, attività nelle scuole, centri giovanili, percorsi di sostegno alla genitorialità e iniziative sportive e culturali. La comunità terapeutica diventava così parte di un sistema più ampio, capace di intervenire prima che il disagio assumesse forme più gravi.

Una voce schietta nel dibattito pubblico

Oltre all’attività pastorale ed educativa, don Antonio Mazzi è stato una presenza conosciuta nel mondo dell’informazione. Giornalista professionista e autore di numerosi libri, ha collaborato con quotidiani e periodici, partecipando inoltre a trasmissioni radiofoniche e televisive.

Il suo linguaggio diretto gli consentiva di raggiungere un pubblico molto ampio. Nei suoi interventi affrontava temi come dipendenze, adolescenza, famiglia, carcere, violenza, scuola e responsabilità degli adulti. Non mancavano posizioni controcorrente e giudizi severi verso istituzioni, politica, mezzi di comunicazione e modelli educativi considerati inefficaci.

La notorietà pubblica non aveva però sostituito il lavoro quotidiano nelle comunità. Don Mazzi aveva continuato a vivere nella sede del Parco Lambro, mantenendo un rapporto diretto con educatori, volontari e ragazzi. La sua casa era rimasta il centro simbolico e operativo della rete Exodus.

Il cordoglio della città di Milano

La morte del sacerdote ha suscitato immediate reazioni nel mondo sociale e istituzionale milanese. L’assessore comunale al Welfare e Salute, Lamberto Bertolé, ha ricordato la scelta di don Mazzi di stare accanto alle persone più fragili, senza giudicarle e senza rinunciare alla possibilità di un cambiamento.

Nel messaggio di cordoglio è stato sottolineato il valore dell’esperienza educativa costruita attraverso Exodus e il principio secondo cui dietro ogni giovane in difficoltà deve essere riconosciuta, prima di tutto, una persona da ascoltare e accompagnare.

Milano perde così una figura strettamente legata alla storia sociale della città. Il Parco Lambro, da luogo segnato negli anni più difficili dall’emarginazione e dalla droga, era diventato attraverso il lavoro di Exodus un simbolo di recupero, presenza e partecipazione.

L’eredità lasciata da don Mazzi

L’eredità di don Antonio Mazzi non coincide soltanto con le strutture aperte, con i libri pubblicati o con la notorietà raggiunta. Il nucleo più profondo del suo lavoro si trova nelle migliaia di percorsi personali attraversati dalle comunità e nella formazione di generazioni di educatori e volontari.

La sua esperienza ha contribuito a cambiare il modo di raccontare e affrontare la tossicodipendenza, superando l’immagine del dipendente come persona definitivamente perduta o come semplice problema di ordine pubblico. L’intervento educativo doveva restituire dignità, ma anche chiedere impegno, disciplina e assunzione di responsabilità.

Il suo metodo non era indulgente. Accoglienza e fermezza procedevano insieme. Ai ragazzi veniva offerta una possibilità concreta, ma veniva richiesto di partecipare alla vita della comunità, rispettare regole condivise, lavorare e confrontarsi con gli altri.

Questa impostazione ha permesso a Exodus di attraversare oltre quarant’anni di trasformazioni sociali. Sono cambiate le sostanze, le forme di dipendenza, i linguaggi giovanili e le fragilità familiari, ma è rimasta centrale l’idea che nessuna persona possa essere aiutata senza una relazione capace di unire fiducia e responsabilità.

L’ultimo saluto nel luogo dove tutto era cominciato

La scelta di aprire la camera ardente nella cascina del Parco Lambro assume un significato particolare. In quel luogo don Mazzi aveva vissuto, incontrato generazioni di giovani e costruito il progetto che avrebbe segnato la sua esistenza.

L’ultimo saluto sarà quindi affidato alla comunità che lo ha accompagnato: ragazzi, ex ospiti, famiglie, volontari, sacerdoti, educatori e cittadini. La successiva celebrazione nella Basilica di Sant’Ambrogio unirà la dimensione religiosa a quella sociale e collettiva.

Con la morte di don Antonio Mazzi scompare uno dei protagonisti più riconoscibili dell’impegno italiano contro le dipendenze e l’emarginazione. Resta una rete di persone e comunità chiamata a proseguire il suo lavoro, mantenendo vivo il principio che aveva guidato Exodus fin dall’inizio: anche nelle situazioni più difficili, nessuno deve essere considerato irrecuperabile.