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Attualità

Dublinanti verso l’Italia, Finlandia e Svezia si aggiungono al fronte dei trasferimenti europei

Helsinki prepara la ripresa dei trasferimenti, Stoccolma conferma di averli già effettuati. Dopo Germania, Svizzera e Austria cresce il numero dei Paesi che applicano le nuove regole europee, mentre in Italia si accende lo scontro politico.

Il fronte europeo dei trasferimenti dei richiedenti asilo verso l’Italia si allarga. Dopo Germania, Svizzera e Austria, anche Finlandia e Svezia hanno chiarito la propria posizione sull’applicazione delle nuove regole europee in materia di asilo. Helsinki sta preparando la ripresa dei trasferimenti verso il nostro Paese, mentre Stoccolma ha confermato di averne già effettuati e di voler proseguire. La questione riporta al centro del dibattito i cosiddetti “dublinanti”, cioè i richiedenti asilo che si spostano in un altro Paese europeo rispetto a quello individuato come responsabile della loro domanda. Sul piano politico, le opposizioni attaccano il governo Meloni e collegano il nuovo scenario alla linea adottata durante la crisi migratoria di Ceuta e allo scontro con la Spagna. Sul piano giuridico, però, i trasferimenti derivano dall’entrata in applicazione del nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo e non sono una conseguenza automatica della disputa su Schengen.

Finlandia pronta a riprendere i trasferimenti verso l’Italia

La novità più significativa riguarda la Finlandia. Il ministero dell’Interno di Helsinki ha comunicato che l’entrata in applicazione del Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, l’Ammr, consente di riavviare le procedure di trasferimento verso l’Italia. Secondo quanto riferito dalle autorità finlandesi, i trasferimenti sono attualmente “in fase di preparazione”.

Helsinki insiste soprattutto sul principio della responsabilità condivisa nell’applicazione delle regole europee. La posizione finlandese è che tutti gli Stati coinvolti debbano rispettare i criteri stabiliti dal nuovo sistema e che le procedure per individuare il Paese responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale debbano funzionare in maniera effettiva.

Al momento non è stato indicato quante persone potrebbero essere trasferite dalla Finlandia all’Italia. Resta inoltre da chiarire come saranno trattate le situazioni maturate prima del 12 giugno 2026, data in cui il nuovo sistema europeo è diventato pienamente applicabile. La distinzione tra casi precedenti e successivi a quella data è infatti uno degli elementi più delicati del confronto tra Roma e alcune capitali europee.

La Svezia conferma: trasferimenti già effettuati

Poche ore dopo è arrivata anche la posizione della Svezia. Stoccolma ha fatto sapere di aver già effettuato trasferimenti di migranti verso l’Italia e di voler continuare ad applicare le disposizioni europee. La portavoce del ministro svedese per la Migrazione Johan Forssell, Victoria Holmqvist, ha spiegato che per il governo svedese non si tratta di un cambio improvviso di linea, sottolineando che con il nuovo Patto le procedure stanno funzionando in maniera più efficace.

La Svezia diventa così un altro Paese europeo che punta ad applicare concretamente il meccanismo di responsabilità previsto dalla normativa comunitaria. Anche in questo caso, tuttavia, non sono stati comunicati numeri complessivi sulle persone interessate né una previsione precisa sui trasferimenti futuri.

Cinque Paesi e situazioni diverse

Il quadro che si è formato nel giro di pochi giorni coinvolge ormai Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia, ma le situazioni non sono identiche. Alcuni governi hanno già effettuato trasferimenti, altri li stanno programmando e resta aperto il nodo dei casi antecedenti all’entrata in applicazione del nuovo Patto.

Paese Situazione Elemento principale
Germania Ripresa dei trasferimenti confermata Aperto il confronto con Roma sui casi precedenti al 12 giugno
Svizzera Ripresa graduale prevista da fine agosto Primi voli programmati, inizialmente per casi limitati
Austria Trasferimenti già effettuati Quattro persone trasferite dal 12 giugno anche con treno o autobus
Finlandia Trasferimenti in preparazione Nessuna indicazione sul numero complessivo delle persone coinvolte
Svezia Trasferimenti già effettuati e destinati a proseguire Stoccolma richiama l’applicazione delle nuove disposizioni europee
Italia Paese destinatario di una parte dei trasferimenti È anche tra gli Stati europei riconosciuti sotto pressione migratoria

Chi sono davvero i dublinanti

Nel dibattito politico viene spesso utilizzato il termine “dublinanti”, rimasto nell’uso comune anche dopo il superamento del precedente Regolamento di Dublino III. Il termine indica, in sostanza, i richiedenti protezione internazionale che si trovano in un Paese europeo diverso da quello che, in base ai criteri previsti dalla normativa, risulta responsabile dell’esame della domanda.

È importante distinguere questi trasferimenti dai rimpatri verso il Paese d’origine. Quando una persona viene trasferita, per esempio, dalla Germania all’Italia nell’ambito delle regole europee sulla responsabilità della domanda di asilo, non viene espulsa dall’Unione europea. Viene trasferita da uno Stato europeo a un altro perché è quest’ultimo a essere individuato come competente a esaminare la richiesta di protezione.

La responsabilità non dipende inoltre in ogni situazione esclusivamente dal luogo del primo ingresso. Il nuovo sistema mantiene questo criterio come uno degli elementi fondamentali, ma prevede anche altre condizioni che possono attribuire la competenza a un diverso Stato, tra cui i legami familiari, determinati titoli di soggiorno o visti e altre circostanze previste dalla normativa.

Cosa cambia con il nuovo Patto europeo

Dal 12 giugno 2026 è pienamente applicabile il nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, un pacchetto di dieci atti legislativi che ha modificato in profondità la gestione delle domande di protezione, dei controlli alle frontiere e dei movimenti tra gli Stati membri.

Il nuovo Ammr ha sostituito il Regolamento di Dublino III e punta a rendere più veloci le procedure attraverso le quali viene individuato lo Stato responsabile. Il sistema rafforza inoltre gli strumenti destinati a contrastare i cosiddetti movimenti secondari, cioè gli spostamenti non autorizzati dei richiedenti asilo da un Paese europeo a un altro.

Tra le novità c’è anche una durata più lunga della responsabilità dello Stato di primo ingresso irregolare: in linea generale può arrivare a 20 mesi. Per gli sbarchi conseguenti a operazioni di ricerca e soccorso in mare la responsabilità è invece prevista per 12 mesi. Parallelamente sono state introdotte procedure più rapide di notifica e trasferimento.

Il Patto, tuttavia, non è costruito soltanto sulla responsabilità dei Paesi di frontiera. Accanto alle regole sui trasferimenti è stato introdotto un meccanismo permanente di solidarietà, attraverso il quale gli Stati meno esposti alla pressione migratoria devono contribuire al sistema europeo tramite ricollocamenti, contributi finanziari o altre forme di sostegno.

Per il 2026 il meccanismo europeo prevede complessivamente 21.000 ricollocamenti e 420 milioni di euro di contributi finanziari. L’Italia è stata individuata tra i Paesi sottoposti a pressione migratoria, anche per il peso degli arrivi e degli sbarchi successivi alle operazioni di ricerca e soccorso. È proprio questo doppio binario, responsabilità da una parte e solidarietà dall’altra, a rappresentare uno dei punti politicamente più sensibili della riforma.

I numeri spiegano perché il dossier pesa sull’Italia

La dimensione del fenomeno emerge anche dai dati relativi al precedente sistema. Nel 2025 l’Italia ha ricevuto 24.152 richieste da altri Stati europei per la presa o ripresa in carico di richiedenti asilo, risultando il Paese con il maggior numero di richieste ricevute. Il numero di trasferimenti effettivamente completati verso l’Italia era stato però enormemente più basso.

Nello stesso periodo la Germania risultava invece il Paese con il maggior numero di richieste di trasferimento inviate agli altri Stati: 35.993, mentre i trasferimenti effettivamente realizzati verso i diversi Paesi responsabili erano stati 5.377. Il divario tra richieste formali e operazioni realmente eseguite mostra quanto il funzionamento concreto del sistema sia sempre stato più complesso rispetto alle regole scritte.

È in questo contesto che deve essere letta la nuova fase. L’obiettivo di Bruxelles è ridurre il numero di procedure che restano sospese e rendere più rapida la presa in carico delle persone da parte dello Stato competente. Per l’Italia questo significa però trovarsi contemporaneamente in due posizioni: beneficiaria della solidarietà europea perché Paese sotto pressione e potenziale destinataria dei trasferimenti di persone che, dopo essere passate dal territorio italiano, hanno proseguito verso altri Stati.

Germania e Italia, il nodo dei casi precedenti al 12 giugno

Il confronto più delicato resta quello con la Germania. Berlino ha confermato la volontà di riprendere i trasferimenti verso l’Italia nell’ambito del nuovo sistema europeo. Tra i due Paesi esiste però un nodo interpretativo relativo alle situazioni maturate prima dell’entrata in applicazione del Patto.

Roma e Berlino avevano raggiunto alla fine del 2025 un’intesa per accompagnare il passaggio dalle vecchie alle nuove regole. La discussione riguarda ora il destino delle persone arrivate in Germania prima del 12 giugno. La posizione italiana è stata orientata a considerare superata una parte del pregresso, mentre le autorità tedesche hanno mantenuto una lettura diversa per alcuni casi.

Il caso ha assunto anche una dimensione politica, ma il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha cercato di abbassare i toni, sostenendo che non esiste un problema strutturale nei rapporti con Berlino e che il dialogo tra i due governi prosegue.

Svizzera e Austria hanno già definito le modalità operative

La Svizzera, pur non essendo uno Stato membro dell’Unione europea, partecipa al sistema europeo in materia di asilo e ha annunciato la ripresa graduale dei trasferimenti verso l’Italia dopo un lungo periodo di sospensione. Le autorità elvetiche hanno programmato i primi collegamenti dalla fine di agosto, partendo da un numero ristretto di casi per verificare il funzionamento delle nuove procedure.

L’Austria si è invece già mossa concretamente. Dal 12 giugno quattro persone sono state trasferite verso l’Italia. Vienna ha spiegato che, quando il richiedente collabora, il trasferimento può avvenire anche utilizzando normali mezzi pubblici, con la consegna di un biglietto ferroviario o di autobus.

Il dato numerico è ancora molto contenuto, ma il significato politico è più ampio: indica che il nuovo meccanismo non sta restando soltanto sulla carta e che diversi governi europei stanno gradualmente riattivando procedure rimaste per anni difficili da eseguire.

Schlein parla di boomerang per Meloni

L’allargamento del numero di Paesi coinvolti ha immediatamente alimentato lo scontro politico italiano. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha definito la situazione un “boomerang clamoroso” per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Secondo la leader dem, la scelta italiana di sospendere Schengen nei confronti della Spagna durante la crisi di Ceuta avrebbe contribuito a creare un precedente politico pericoloso. Schlein accusa inoltre il governo di non aver concentrato abbastanza la propria iniziativa europea sul tema della solidarietà tra gli Stati membri nell’accoglienza dei richiedenti asilo.

La critica del Pd unisce quindi due dossier distinti: da una parte il confronto tra Roma e Madrid nato dopo la crisi migratoria di Ceuta, dall’altra la riattivazione dei trasferimenti dei richiedenti asilo verso l’Italia da parte di diversi Paesi europei.

Conte attacca: i rimpatri funzionano contro di noi

Duro anche il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che ha parlato di un “capolavoro targato Meloni” e ha ironizzato sostenendo che “i rimpatri funzionano, ma contro di noi”.

L’espressione ha una chiara natura politica, perché tecnicamente, come già evidenziato, i trasferimenti dei dublinanti non corrispondono ai rimpatri verso i Paesi di origine. Conte utilizza il termine per rovesciare uno dei temi più ricorrenti nel dibattito italiano sull’immigrazione e accusare il governo di essersi ritrovato nella posizione di dover ricevere persone trasferite da altri Stati europei.

Il legame con Ceuta è politico, non automatico sul piano giuridico

Un punto è essenziale per comprendere correttamente la vicenda: non esiste un automatismo giuridico per cui la sospensione di Schengen con la Spagna avrebbe provocato i trasferimenti da Germania, Austria, Svizzera, Finlandia e Svezia.

La cronologia ha favorito la lettura politica proposta dalle opposizioni. La crisi di Ceuta, la decisione italiana di rafforzare drasticamente i controlli nei collegamenti con la Spagna e le tensioni diplomatiche sono avvenute poche settimane prima dell’emergere del dossier sui dublinanti. Ma le capitali che hanno annunciato o ripreso i trasferimenti hanno indicato come riferimento normativo il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, applicabile dal 12 giugno.

Per questo è corretto parlare di “boomerang” come giudizio politico espresso dalle opposizioni, ma non presentarlo come una relazione di causa ed effetto dimostrata. Le procedure di trasferimento discendono da norme europee approvate prima della crisi di Ceuta e previste dalla riforma complessiva del sistema di asilo.

La vera partita è tra responsabilità e solidarietà

Il dossier mette in evidenza uno dei problemi strutturali che l’Europa tenta di risolvere da anni. Gli Stati situati alle frontiere esterne, come Italia, Grecia, Spagna e Cipro, sostengono una quota rilevante degli arrivi. Una parte delle persone successivamente si sposta verso il Nord e il Centro Europa, dove spesso presenta una nuova domanda di protezione.

I Paesi di destinazione chiedono che funzioni il principio di responsabilità e che chi si sposta senza autorizzazione possa essere trasferito nello Stato competente. I Paesi di primo ingresso chiedono invece che l’applicazione di queste regole sia accompagnata da una solidarietà europea effettiva, perché un sistema fondato soltanto sulle riammissioni rischierebbe di concentrare nuovamente il peso sui confini meridionali dell’Unione.

Il nuovo Patto tenta di tenere insieme queste due esigenze. Da una parte rende più rigorose e rapide le procedure per riportare un richiedente nello Stato responsabile; dall’altra obbliga gli altri Paesi a contribuire attraverso ricollocamenti, risorse economiche o meccanismi alternativi di solidarietà.

Cosa può succedere adesso

Nelle prossime settimane l’attenzione si concentrerà soprattutto su tre elementi:

  • il numero effettivo dei trasferimenti verso l’Italia, che al momento resta limitato o non quantificato per diversi Paesi;
  • la gestione delle pratiche precedenti al 12 giugno 2026, su cui possono emergere interpretazioni differenti tra Roma e le altre capitali;
  • l’applicazione parallela dei meccanismi di solidarietà, decisiva per stabilire se il nuovo Patto riuscirà davvero a distribuire in maniera più equilibrata le responsabilità.

La Commissione europea ha già effettuato una prima valutazione sull’attuazione delle nuove norme, riconoscendo i passi compiuti dagli Stati membri ma sottolineando anche la necessità che i trasferimenti diventino concretamente eseguibili. Il sistema entrerà quindi nella sua prova più importante proprio nei prossimi mesi, quando alle dichiarazioni politiche dovranno seguire procedure amministrative, decisioni sui singoli casi e un coordinamento costante tra le autorità nazionali.

Un dossier destinato a restare al centro dello scontro

Finlandia e Svezia non rappresentano quindi due episodi isolati. I loro annunci si inseriscono in una fase più ampia nella quale i governi europei stanno cercando di rendere operativo il nuovo sistema di responsabilità sulle domande d’asilo. Per l’Italia, Paese di primo approdo ma anche Stato riconosciuto sotto pressione migratoria, l’equilibrio sarà particolarmente delicato.

Il peso reale dei trasferimenti non può essere valutato sulla base dei soli annunci: serviranno i numeri dei prossimi mesi. Allo stesso tempo, il caso dimostra come la politica migratoria europea sia sempre meno riconducibile alle sole decisioni nazionali. Le scelte di un governo incidono sugli altri Stati e le regole comuni producono effetti che attraversano le frontiere interne dell’Unione.

Lo scontro tra maggioranza e opposizioni è destinato dunque a proseguire. Ma oltre alla polemica su Meloni, Schlein e Conte, il punto decisivo sarà verificare se il nuovo Patto riuscirà a far funzionare contemporaneamente i suoi due pilastri: rispetto delle responsabilità e solidarietà tra gli Stati europei. È su questo equilibrio, più che sugli slogan, che si misurerà nei prossimi mesi l’impatto della riforma per l’Italia.