Documenti segreti sugli Ufo: il Pentagono apre gli archivi, ma le immagini sfocate del passato non bastano nell’era dei satelliti

Trump rivendica la “promessa mantenuta” e pubblica 162 file classificati, tra foto lunari in bianco e nero e rapporti dell’FBI. Ma nel 2026, circondati da tecnologie avanzatissime, la domanda che tutti si fanno è: perché non esiste ancora un documento recente, nitido e incontrovertibile? Siamo andati a visitare il sito ufficiale per risponderci da soli.

Il Pentagono ha reso pubblici oltre 160 documenti classificati sugli Ufo e sui cosiddetti Uap (Fenomeni Anomali Non Identificati), dando attuazione a un ordine firmato dal presidente Donald Trump a febbraio 2026. Foto in bianco e nero risalenti alle missioni Apollo, interrogatori dell’FBI e rapporti militari da Iraq e Siria: questo è il cuore degli “X file” americani. Una mossa salutata come storica dall’amministrazione, ma accolta con freddezza dalla stampa americana e da molti analisti. In un’epoca in cui centinaia di satelliti sorvegliano ogni angolo del pianeta e qualsiasi smartphone può girare video in 4K, la domanda rimane inevasa: perché le prove più eclatanti di fenomeni inspiegabili continuano a essere vecchie, sfocate e ambigue?

La “promessa mantenuta” di Trump

L’8 maggio 2026, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato sul proprio sito web la prima tranche di documenti nell’ambito del programma denominato “Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters”, voluto direttamente dal presidente Donald Trump. Si tratta di 162 file declassificati che coprono un arco temporale che va dal 1948 al 2026, comprendendo 120 PDF, 28 video e 14 immagini provenienti da agenzie come il Dipartimento della Difesa, l’FBI, la NASA e il Dipartimento di Stato.

Trump non ha perso l’occasione di intestarsi il merito dell’operazione, commentando: “Come avevo promesso, il Dipartimento della Guerra ha reso pubblica la prima tranche di documenti relativi a Ufo e Uap, affinché il pubblico possa esaminarli e studiarli. Grazie a questi nuovi documenti e video, i cittadini potranno decidere autonomamente: che diavolo sta succedendo? Buon divertimento e buona visione!”. Un messaggio dal tono decisamente informale per un annuncio che il presidente americano ha presentato come un momento storico per la trasparenza governativa.

Il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha amplificato il messaggio ufficiale dichiarando che questi documenti, “a lungo classificati, hanno alimentato speculazioni giustificate, ed è ora che il popolo americano li veda con i propri occhi”, parlando di un impegno verso “una trasparenza senza precedenti”. Al di là della retorica, però, vale la pena analizzare con attenzione cosa contiene davvero questo primo lotto di materiali.

Siamo andati a vedere il sito: war.gov/UFO

Prima ancora di analizzare i contenuti, vale la pena soffermarsi sulla forma. Il portale ufficiale dove sono stati pubblicati tutti i documenti ha un indirizzo che non può passare inosservato: war.gov/UFO. Non più defense.gov — il sito storico del Dipartimento della Difesa americano — ma war.gov, il dominio del ribattezzato “Dipartimento della Guerra”, una delle prime e più simboliche decisioni nominalistiche dell’amministrazione Trump. Una scelta che non è un dettaglio secondario: torna al nome storico precedente al 1947, quando il dipartimento fu rinominato proprio per ammorbidire l’immagine militare americana nel dopoguerra. Reintrodurlo oggi, abbinato a un sito sugli Ufo, ha una sua coerenza narrativa nel contesto dell’amministrazione in carica.

Il programma ha anche un acronimo — PURSUE, che sta per “Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters” — scelto evidentemente con cura, data la sua valenza semantica in inglese (“perseguire”, “inseguire”). In fondo alle coordinate geografiche visualizzate sulla homepage del sito si legge: 38°52′15″N, 77°03′18″W. Per chi non lo sapesse: sono le coordinate esatte del Pentagono, a Washington D.C. Un dettaglio quasi da caccia al tesoro, coerente con l’intera operazione comunicativa.

L’estetica del sito, come ha notato giustamente la stampa internazionale, è volutamente “retrò”: immagini militari in bianco e nero in primo piano, testi con caratteri che imitano la macchina da scrivere, un’atmosfera da dossier segreto anni Cinquanta. È una scelta di design deliberata, studiata per amplificare il senso di rivelazione e di segreto finalmente svelato. Una messa in scena, in altre parole, che precede i contenuti e li condiziona.

Le immagini del 2025: ancora infrarosso, ancora indistinguibile

Ed è qui che arriva la prima e più clamorosa delusione per chi sperasse in una svolta. Sfogliando il carosello di immagini in evidenza sulla homepage del sito ufficiale, tra le prime e più visibili figurano alcune fotografie presentate come recenti: si tratta di riprese infrarosse, descritte nelle didascalie come “immagine fissa a infrarossi (black hot) di un oggetto non identificato catturato sugli Stati Uniti occidentali nel dicembre 2025”, e di altre simili risalenti al settembre dello stesso anno.

Non foto scattate negli anni Sessanta, quindi. Non immagini della guerra fredda. Materiale del 2025. Eppure il risultato è identico: oggetti completamente indistinguibili, macchie chiare su sfondo scuro, silhouette che potrebbero essere qualsiasi cosa — un drone, un pallone meteorologico, un riflesso ottico del sensore, un uccello catturato dalla termocamera. L’immagine infrarosso “black hot” è una tecnica che inverte il contrasto termico, rendendo gli oggetti caldi scuri su sfondo chiaro. È utile in contesti tattici militari, ma ai fini dell’identificazione di fenomeni anomali per il grande pubblico produce immagini di valore interpretativo pressoché nullo.

Tra le altre immagini visibili nel carosello ufficiale figurano anche:

  • Uno still video da Iraq nel maggio 2022, dove un operatore militare ha segnalato un UAP in volo attraverso lo schermo dei suoi sensori: un puntino luminoso su sfondo scuro.
  • Una ripresa vicino agli Emirati Arabi Uniti nell’ottobre 2023: oggetto indistinto catturato da sensori militari navali.
  • Due immagini dalla Grecia nell’ottobre 2023: linee radar sovrapposte a uno sfondo grigio con quadrati neri — più uno screenshot da schermo di controllo che una fotografia di un fenomeno.
  • Un’immagine di un presunto UAP dalla forma a otto punte catturato da sensore infrarosso in Medio Oriente nel 2013 — quasi certamente l’artefatto ottico prodotto dalle lame dell’iris di un obiettivo militare.
  • Un UAP “a forma di football” segnalato dall’US Indo-Pacific Command vicino al Giappone nel 2024: un pallone stratsferico, con ogni probabilità.
  • Un rapporto dell’US Army del 2026 sul Nord America: l’immagine più recente di tutto il lotto, e altrettanto poco leggibile delle precedenti.
  • Un disegno composito — cioè una ricostruzione artistica, non una fotografia — di un presunto avvistamento nel sud-est degli Stati Uniti nel settembre 2023.

Quest’ultimo elemento è particolarmente significativo: in un archivio che ambisce a mostrare prove incontrovertibili, si è ritenuto opportuno includere un disegno, una ricostruzione grafica basata su descrizioni verbali. Come se, in mancanza di qualcosa di visivamente convincente, si fosse deciso di illustrare la testimonianza. Una scelta che la dice lunga sulla qualità complessiva del materiale disponibile.

Il disclaimer del governo: “Non sappiamo cosa sono”

Il governo americano non si nasconde, almeno formalmente. Sulla stessa homepage del sito ufficiale, in bella evidenza, compare un testo che vale la pena leggere con attenzione: “I materiali archiviati qui riguardano casi irrisolti, il che significa che il governo non è in grado di formulare una determinazione definitiva sulla natura dei fenomeni osservati. Ciò può verificarsi per varie ragioni, inclusa la mancanza di dati sufficienti.”

E ancora, con una nota che suona quasi come una dichiarazione di impotenza mascherata da apertura collaborativa: “Il Dipartimento della Guerra accoglie l’applicazione di analisi, informazioni e competenze del settore privato.” Tradotto: non siamo riusciti a capire cosa fossero, speriamo che qualcun altro ci riesca. Non esattamente il tono di chi ha svelato il segreto del millennio.

Cosa c’è davvero in questi file

Sfogliando i documenti resi pubblici, la realtà appare più prosaica delle aspettative. Tra i materiali più commentati figurano fotografie in bianco e nero scattate durante le missioni lunari Apollo 12 del 1969 e Apollo 17 del 1972. In una di queste immagini, catturata dalla superficie lunare, si distinguono tre minuscoli puntini nel cielo. Il Pentagono stesso, nella didascalia che accompagna la foto, ammette che “non vi è consenso sulla natura dell’anomalia”, pur indicando che una nuova analisi preliminare suggerirebbe che potrebbe trattarsi di un “oggetto fisico”.

Durante la missione Apollo 12, l’astronauta Alan L. Bean riferì al centro di controllo di aver visto lampi di luce che “navigavano nello spazio”, aggiungendo che alcuni di questi oggetti sembravano sfuggire all’orbita lunare. Tre anni dopo, nella missione Apollo 17, il pilota del modulo lunare Harrison “Jack” Schmitt descrisse particelle di luce “molto brillanti”. I due astronauti ipotizzarono che si potesse trattare di frammenti di ghiaccio.

Tra i documenti più “recenti” figurano promemoria militari interni che descrivono un possibile piccolo UAP in Iraq nel 2022 e bagliori di origine sconosciuta osservati in Siria nel 2024, in aree dove le truppe americane erano operative nell’ambito delle operazioni anti-ISIS. Ci sono poi rapporti da Emirati Arabi Uniti e Grecia, nonché un interrogatorio dell’FBI a un pilota di droni che nel settembre 2023 descrisse in cielo un “oggetto lineare” con una luce talmente intensa da permettere di “distinguere delle fasce all’interno della luce stessa”.

Non mancano le chicche più bizzarre: alcuni documenti menzionano presunti incontri con entità di aspetto umanoide, con testimoni che avrebbero riferito di aver visto essere alti da un metro a un metro e venti, vestiti con tute e caschi. Altri file richiamano addirittura velivoli a forma di disco sperimentati dalla Germania nazista, con un diametro di circa sei metri e mezzo, radiocomandati e dotati di motori a reazione sulla parte esterna.

Un grande fascicolo dell’FBI, già parzialmente noto ma ora con meno ridazioni, raccoglie centinaia di pagine di testimonianze oculari e rapporti pubblici su avvistamenti di Ufo tra il 1947 e il 1968. Documenti, insomma, che molti appassionati del settore conoscevano già nei loro elementi principali.

La reazione scettica della stampa americana

Se l’amministrazione Trump ha incassato il plauso dei sostenitori e degli appassionati di ufologia, la stampa americana ha reagito con un approccio molto più critico. Il New York Times ha sintetizzato il problema con una frase lapidaria, osservando che le immagini pubblicate sul sito del Pentagono “potrebbero mostrare qualsiasi cosa”. In alcune fotografie, scriveva il quotidiano, sullo schermo appare soltanto un gruppo di punti, difficilmente interpretabile senza un contesto tecnico preciso.

Gli esperti del settore hanno esortato alla cautela, avvertendo che i video di UAP vengono spesso interpretati e descritti in modo errato da chi non ha familiarità con le tecnologie militari avanzate. Lo stesso Pentagono ha inserito nel proprio sito un disclaimer esplicito, specificando che il linguaggio descrittivo contenuto nei rapporti militari riflette l’interpretazione soggettiva di chi ha redatto i documenti, e che pertanto non dovrebbe essere interpretato come indicazione conclusiva di ciò che è realmente accaduto.

Il paradosso tecnologico: nel 2026 non esiste un video nitido

Ed è qui che si apre la domanda più scomoda, quella che nessun comunicato ufficiale riesce a eludere: perché, nel 2026, non esiste un solo documento recente, nitido, tecnologicamente analizzabile, che mostri inequivocabilmente un fenomeno anomalo di origine sconosciuta?

Il pianeta Terra è oggi letteralmente avvolto da una rete di sorveglianza senza precedenti nella storia dell’umanità. Secondo le stime più aggiornate, nell’orbita terrestre si trovano oltre 9.000 satelliti attivi, tra cui centinaia di satelliti di osservazione ad alta risoluzione in grado di fotografare oggetti di pochi centimetri dalla quota orbitale. Sistemi come la costellazione Starlink di SpaceX, i satelliti spia delle principali potenze militari, i telescopi orbitanti e le reti di monitoraggio meteorologico coprono costantemente ogni metro della superficie terrestre e dell’atmosfera.

A questo si aggiunge la proliferazione di sensori a livello terrestre: milioni di telecamere di sorveglianza in ogni angolo del globo, sistemi radar militari e civili di ultima generazione, droni militari dotati di sensori termici ed elettro-ottici capaci di rilevare e registrare qualsiasi oggetto in volo. Per non parlare dei telefoni cellulari: oggi circa cinque miliardi di persone porta in tasca un dispositivo dotato di fotocamera ad alta risoluzione, sempre connesso e sempre pronto a filmare.

Eppure, l’unico materiale che il governo americano riesce a mettere sul tavolo come prova di fenomeni inspiegabili è costituito da fotografie lunari in bianco e nero degli anni Sessanta-Settanta, da flash di luce immortalati con sensori militari a bassa risoluzione, da silhouette indistinguibili in video notturni infrarossi. E, come abbiamo visto, anche le immagini più recenti del 2025 non fanno eccezione: riprese termiche ambigue, oggetti irriconoscibili, fermoimmagine da sensori militari che non provano nulla di più di quanto provassero i filmini in bianco e nero degli anni Sessanta. Se esistessero davvero fenomeni aerei di origine non convenzionale che sfidano le leggi della fisica come spesso si sostiene, le probabilità che nessuno dei miliardi di occhi tecnologici puntati sul cielo li abbia mai catturati in modo chiaro e inequivocabile sarebbero vicine allo zero.

La domanda, quindi, si ribalta su se stessa: l’assenza di prove visive convincenti nell’era della sorveglianza globale non è essa stessa la prova più robusta che questi fenomeni, per quanto reali e inspiegabili, probabilmente non hanno l’origine straordinaria che molti vogliono attribuire loro?

Un copione già visto: JFK, RFK e ora gli Ufo

Non è la prima volta che l’amministrazione Trump ricorre a grandi annunci legati alla desecretazione di archivi storici. Nel corso del suo secondo mandato, il presidente ha già aperto i fascicoli sugli assassinii di John F. Kennedy, Robert F. Kennedy e Martin Luther King Jr.. In tutti questi casi, il copione si è ripetuto: grande attenzione mediatica, proclami sulla trasparenza rivoluzionaria, e poi la delusione di documenti che non contenevano informazioni sostanzialmente nuove rispetto a quanto già noto ai ricercatori più attenti.

Con gli Ufo, il meccanismo sembra identico. E non è un caso che diversi giornali e analisti americani abbiano collegato esplicitamente la decisione di Trump alla pressione politica subita nelle ultime settimane, in un momento in cui il consenso del presidente si trova ai minimi storici. Secondo questa lettura, la pubblicazione dei dossier sugli Ufo servirebbe anche a spostare l’attenzione pubblica da temi ben più scottanti per l’amministrazione: le conseguenze economiche dei dazi, le trattative con Iran e Ucraina, le tensioni interne al Congresso.

Un “contentino” per una parte dell’elettorato da sempre affascinata dalle teorie sull’occulto e sul governo ombra, in un momento in cui l’agenda politica reale offre ben poche soddisfazioni. Il timing non appare casuale: a febbraio 2026 era stato lo stesso Trump a ordinare la desecretazione dopo che l’ex presidente Barack Obama aveva rilasciato dichiarazioni ambigue sulla vita extraterrestre in un podcast, dicendo che gli alieni “esistono davvero” ma precisando poi di non averne mai avuto evidenza diretta durante la sua presidenza. Un assist perfetto per rilanciare il tema.

Il precedente del 2024: nessuna prova di tecnologia aliena

Vale la pena ricordare che il Pentagono lavora alla declassificazione di documenti sugli Ufo da anni. Nel 2022, il Congresso ha istituito un ufficio apposito, l’All-domain Anomaly Resolution Office (AARO), con il compito specifico di analizzare i fenomeni anomali non identificati. Il primo rapporto comprensivo di questo ufficio, pubblicato nel 2024, aveva concluso di non aver trovato alcuna prova confermata di tecnologia aliena o vita extraterrestre. Centinaia di avvistamenti analizzati, e nessuna certezza.

Diversi incidenti rimangono ufficialmente “non identificati” anche dopo l’analisi approfondita da parte di questo team di esperti. Ma “non identificato” non è sinonimo di “extraterrestre”: significa semplicemente che con i dati disponibili non è stato possibile determinare con certezza l’origine del fenomeno. Una distinzione fondamentale, spesso persa nel rumore mediatico che accompagna queste pubblicazioni.

La cultura ufo tra mito, marketing e geopolitica

Il fascino degli Ufo è antico quanto la guerra fredda, quando i cieli americani diventarono teatro di avvistamenti che, nella maggior parte dei casi, si rivelarono poi essere aerei spia o prototipi militari segreti che il governo non poteva riconoscere pubblicamente. L’Area 51, la famigerata base militare nel Nevada al centro di tutte le teorie cospirazioniste sugli alieni, era in realtà il luogo dove venivano testati velivoli come l’U-2 e il Blackbird, capaci di volare a quote e velocità che sembravano impossibili per l’epoca.

Il meccanismo psicologico che porta a interpretare fenomeni insoliti come prove di intelligenze extraterrestri è ben documentato dalla psicologia cognitiva: si chiama pareidolia nel suo senso più ampio, ovvero la tendenza umana a trovare pattern familiari, e in particolare la presenza di agenti intenzionali, in stimoli ambigui. Quando un pilota vede un oggetto che si muove in modo inatteso, la mente addestrata a classificare minacce tende a interpretare l’anomalia come il comportamento di un agente ostile o sconosciuto.

Oggi questa cultura si è trasformata in un fenomeno di massa alimentato dai social media, dai podcast, dalle serie televisive e da un’industria dell’intrattenimento miliardaria. La richiesta di misteri è altissima, e il governo americano ha imparato che aprire gli archivi — anche se non contengono nulla di sostanzialmente nuovo — genera attenzione e consenso a costo zero.

Cosa ci aspetta nei prossimi mesi

Il sito ufficiale war.gov/UFO specifica che la pubblicazione dei materiali proseguirà in modo graduale, con nuove tranche di documenti ogni poche settimane, man mano che vengono scoperti e declassificati. Un approccio che ricorda da vicino la strategia degli Epstein Files, rilasciati a singhiozzo per mantenere alta l’attenzione mediatica nel tempo. Il portale invita esplicitamente privati, ricercatori e aziende a contribuire con analisi proprie — una delega insolita per un governo che rivendica una “trasparenza senza precedenti”.

Nel frattempo, la comunità scientifica rimane cauta. L’amministratore della NASA, Jared Isaacman, ha commentato l’iniziativa con parole prudenti ma positive, parlando di “maggiore trasparenza” e ribadendo l’impegno dell’agenzia a essere candida su ciò che è noto, su ciò che è ancora ignoto e su tutto ciò che resta da scoprire. Un endorsement formale, ma ben lontano dall’entusiasmo richiesto per trasformare questi documenti in una rivelazione epocale.

La domanda che continua a non trovare risposta, però, è la stessa di sempre: se davvero l’umanità è visitata o monitorata da entità o tecnologie di origine non terrestre, perché questo fenomeno non lascia tracce coerenti, ripetibili e analizzabili nell’era in cui tutto viene filmato, registrato e caricato online in tempo reale? I puntini sfocati sulle fotografie della Luna del 1969 non sono una risposta. E nemmeno le macchie termiche indistinguibili del 2025 lo sono. Sono solo un altro capitolo di un racconto che, forse, ha più a che fare con la psicologia del potere e la gestione del consenso che con le stelle.