A un decennio dal referendum del 23 giugno 2016, il bilancio dell’uscita dall’Unione Europea racconta una storia diversa da quella immaginata dai sostenitori del Leave: crescita più debole, commercio più difficile, instabilità politica e un Paese ancora diviso sul proprio futuro.
Ci sono date che segnano una cesura nella storia di un Paese. Il 23 giugno 2016 è una di queste. Quel giorno il 51,9% degli elettori britannici votò per lasciare l’Unione Europea, dando vita al più importante cambiamento politico, economico e istituzionale del Regno Unito dalla fine della Seconda guerra mondiale. A dieci anni di distanza, con il processo di uscita ormai completato e gli effetti della Brexit osservabili su un orizzonte sufficientemente lungo, emerge un quadro molto diverso dalle promesse che avevano accompagnato la campagna referendaria.
La Brexit non ha provocato il collasso dell’economia britannica che alcuni osservatori avevano previsto, ma nemmeno il rilancio fondato su sovranità, crescita e prosperità prospettato dai sostenitori del Leave. Piuttosto, ha prodotto un lento e costante deterioramento di numerosi indicatori economici e politici, rendendo il Regno Unito un caso di studio per economisti e analisti di tutto il mondo.
Il referendum che ha cambiato la politica europea
Il voto del 2016 non fu soltanto una consultazione sull’appartenenza all’Unione Europea. Fu l’espressione di un malessere sociale accumulato negli anni della crisi finanziaria del 2008, delle politiche di austerità, della globalizzazione e dell’aumento dei flussi migratori.
La campagna per il Leave riuscì a intercettare un sentimento diffuso di sfiducia verso le istituzioni europee e verso la classe dirigente britannica, proponendo un messaggio semplice: riprendere il controllo. Controllo delle frontiere, delle leggi, della politica economica e delle risorse finanziarie.
Lo slogan “Take Back Control” divenne uno dei messaggi politici più efficaci dell’ultimo mezzo secolo, influenzando anche altri movimenti sovranisti europei e contribuendo a ridefinire il dibattito politico nel continente.
Ma il referendum aprì una fase di straordinaria instabilità. Dal 2016 il Regno Unito ha visto alternarsi sei primi ministri, attraversando crisi istituzionali, dimissioni, elezioni anticipate e profonde divisioni all’interno dei principali partiti.
Un divorzio molto più lungo del previsto
Formalmente il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea il 31 gennaio 2020, ma la Brexit non si è conclusa quel giorno. Il periodo di transizione è terminato soltanto il 31 dicembre dello stesso anno e numerose questioni, in particolare quelle relative all’Irlanda del Nord, sono rimaste aperte fino al 2023.
Molte imprese hanno quindi operato per anni in un clima di incertezza normativa, rinviando investimenti e modificando le proprie strategie industriali.
Secondo numerosi economisti, proprio questa lunga fase di incertezza rappresenta uno degli elementi che hanno inciso maggiormente sulla crescita britannica.
I numeri dell’economia raccontano una crescita mancata
Le valutazioni degli effetti economici della Brexit convergono su un punto: il Regno Unito cresce meno di quanto avrebbe probabilmente fatto rimanendo nel mercato unico europeo.
Uno studio del National Bureau of Economic Research stima che, rispetto allo scenario alternativo di permanenza nell’Unione Europea, la Brexit abbia determinato:
| Indicatore | Impatto stimato |
|---|---|
| PIL | -6% / -8% |
| Investimenti | -12% / -13% |
| Occupazione | -3% / -4% |
| Produttività | -3% / -4% |
Non si tratta di una recessione improvvisa, ma di una perdita graduale di competitività che si riflette sulla capacità del Paese di attrarre capitali, creare occupazione qualificata e aumentare il reddito dei cittadini.
La Brexit ha infatti aumentato l’incertezza economica, ridotto gli investimenti in innovazione, rallentato la digitalizzazione delle imprese e colpito soprattutto le aziende più produttive e maggiormente integrate nelle catene del commercio internazionale.
Il costo invisibile delle nuove frontiere
Uno degli aspetti meno evidenti ma più significativi riguarda l’introduzione di nuove barriere amministrative tra Regno Unito e Unione Europea.
Pur in assenza di dazi sulla maggior parte dei prodotti, sono aumentati controlli doganali, certificazioni sanitarie, dichiarazioni fiscali e adempimenti burocratici che incidono soprattutto sulle piccole e medie imprese.
L’Office for Budget Responsibility stima che nel lungo periodo esportazioni e importazioni britanniche saranno inferiori di circa il 15% rispetto allo scenario di permanenza nell’Unione Europea.
Questo fenomeno non riguarda soltanto il volume degli scambi, ma anche la capacità delle imprese britanniche di partecipare alle grandi catene produttive internazionali, sempre più integrate e dipendenti dalla rapidità della logistica.
La City non è crollata, ma il vantaggio competitivo si è ridotto
Prima del referendum molti osservatori prevedevano una fuga massiccia della finanza da Londra verso Parigi, Francoforte o Amsterdam.
Lo scenario peggiore non si è verificato.
La City rimane uno dei principali centri finanziari mondiali grazie alla profondità dei mercati, alla lingua inglese, al sistema giuridico e alla concentrazione di competenze professionali.
Tuttavia, numerose attività sono state redistribuite all’interno dell’Unione Europea e diversi operatori hanno aperto sedi nei Paesi membri per mantenere l’accesso diretto al mercato unico.
La finanza britannica ha quindi dimostrato una notevole capacità di adattamento, ma ha progressivamente perso una parte del vantaggio competitivo derivante dalla piena integrazione europea.
La promessa dell’immigrazione e la realtà dei numeri
Il controllo dell’immigrazione fu il tema dominante della campagna referendaria.
Dieci anni dopo, il dibattito rimane aperto. I flussi provenienti dall’Unione Europea si sono ridotti, ma sono aumentati quelli provenienti da Paesi extraeuropei, modificando la composizione dell’immigrazione senza determinarne una significativa diminuzione complessiva.
Secondo numerosi sondaggi, una parte crescente dell’opinione pubblica ritiene che la Brexit non abbia raggiunto uno degli obiettivi che ne avevano motivato il consenso.
Il tema continua così a rappresentare uno dei principali fattori di polarizzazione della politica britannica.
Un Paese più diviso e meno influente
Le conseguenze della Brexit non si misurano soltanto attraverso gli indicatori economici.
Il referendum ha accentuato le fratture territoriali, generazionali e sociali del Regno Unito. Scozia e Irlanda del Nord hanno espresso una maggioranza favorevole alla permanenza nell’Unione Europea, mentre molte aree dell’Inghilterra e del Galles hanno sostenuto il Leave.
La questione scozzese è tornata periodicamente al centro del dibattito politico, mentre l’equilibrio istituzionale dell’Irlanda del Nord continua a richiedere delicati compromessi diplomatici.
Anche sul piano internazionale Londra ha dovuto ridefinire il proprio ruolo, cercando un equilibrio tra la tradizionale relazione privilegiata con gli Stati Uniti, il rafforzamento dei rapporti con l’area indo-pacifica e una collaborazione sempre necessaria con l’Unione Europea.
Il giudizio dell’Economist e il cambio di percezione
Tra le analisi più significative pubblicate nel decennale del referendum, The Economist osserva che la Brexit ha cambiato il Regno Unito “in molti piccoli modi, perlopiù in peggio”.
Secondo il settimanale britannico, il Paese appare oggi più diviso, meno influente e più povero rispetto allo scenario ipotetico di una permanenza nell’Unione Europea. Una valutazione che sintetizza efficacemente il carattere graduale degli effetti della Brexit: nessun evento traumatico, ma una successione di piccoli cambiamenti che, sommati nel tempo, hanno modificato il potenziale di crescita dell’economia britannica.
Questa interpretazione trova riscontro anche nell’evoluzione dell’opinione pubblica. Diversi sondaggi mostrano come una quota crescente di cittadini consideri l’uscita dall’Unione un errore o, quantomeno, una scelta che non ha prodotto i benefici promessi.
Il movimento Rejoin e una porta difficile da riaprire
Negli ultimi anni è cresciuto il movimento favorevole a un riavvicinamento all’Unione Europea. Tuttavia, una piena riadesione appare, almeno nel medio periodo, poco probabile.
Non si tratta soltanto di una questione politica interna. Anche a Bruxelles prevale la convinzione che un eventuale ritorno richiederebbe un consenso stabile e duraturo, evitando il rischio di nuove tensioni istituzionali.
Per questo motivo il percorso più realistico sembra essere quello di una progressiva intensificazione della cooperazione economica, commerciale e strategica, senza una rapida riadesione alle istituzioni europee.
La lezione della Brexit
Dieci anni dopo il referendum, la Brexit rappresenta molto più di una vicenda britannica. È diventata un caso di studio sulla globalizzazione, sul rapporto tra identità nazionale ed economia, sul peso delle emozioni nelle decisioni politiche e sui limiti delle democrazie contemporanee quando sono chiamate a scegliere su questioni estremamente complesse.
Il Regno Unito rimane una delle principali economie mondiali, una potenza nucleare, un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e uno dei principali centri finanziari globali. Ma l’idea che l’uscita dall’Unione Europea avrebbe automaticamente generato maggiore prosperità e maggiore influenza internazionale appare oggi molto meno condivisa rispetto al 2016.
Forse è proprio questa la vera eredità della Brexit: aver dimostrato che recuperare sovranità formale non significa necessariamente aumentare il proprio peso economico o geopolitico. In un mondo caratterizzato da grandi blocchi commerciali, catene produttive integrate e competizione globale, anche una potenza storica come il Regno Unito scopre che l’interdipendenza non è un limite da superare, ma una condizione con cui fare inevitabilmente i conti.


