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Attualità · Podcast

Da Ceuta a Berlino, quando la propaganda sui migranti finisce per ritorcersi contro l’Italia

La crisi nell’enclave spagnola, lo stop italiano a Schengen, la risposta di Madrid e ora i trasferimenti annunciati dalla Germania mostrano quanto possano essere pericolose le scorciatoie politiche in un’Europa fondata sulla reciprocità

La crisi migratoria esplosa a Ceuta avrebbe dovuto ricordare una cosa molto semplice: in Europa nessun Paese può pensare di risolvere il problema delle migrazioni scaricandolo sul vicino. Invece, nel giro di pochi giorni, quella crisi si è trasformata prima in uno scontro tra Roma e Madrid e adesso in un nuovo fronte tra Italia e Germania. Il risultato è un paradosso politico difficile da ignorare: l’Italia, dopo avere invocato controlli e responsabilità nazionali quando l’emergenza riguardava la Spagna, si trova ora davanti a Berlino che richiama esattamente il principio della responsabilità del Paese di primo ingresso per rimandare richiedenti asilo sul territorio italiano.

Da Ceuta è partito qualcosa di molto più grande

Alla fine di luglio Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa nordafricana, è stata travolta da un ingresso eccezionale di decine di migliaia di persone provenienti dal Marocco. Una crisi reale, drammatica e difficilissima da gestire. Le autorità locali hanno dovuto affrontare una pressione enorme in pochissimo tempo, con vittime, strutture congestionate e migliaia di minori coinvolti. Ma altrettanto rapidamente la situazione ha cominciato a cambiare: la grande maggioranza delle persone entrate nell’enclave è tornata in territorio marocchino e Madrid ha avviato il trasferimento e la gestione dei minori rimasti.

Nonostante questo, l’Italia ha reagito come se l’ondata di Ceuta fosse sul punto di trasformarsi in un movimento di massa verso il nostro Paese. Il governo ha deciso di ripristinare temporaneamente i controlli sulle provenienze dalla Spagna, sospendendo nei fatti la normale libera circolazione garantita da Schengen per effettuare verifiche mirate sui cittadini extraeuropei. Palazzo Chigi e il Viminale hanno motivato la decisione con ragioni di sicurezza e con il timore di nuovi tentativi di ingresso attraverso Ceuta e Melilla.

Era formalmente possibile adottare controlli temporanei. Ma la questione politica è un’altra: era davvero necessario trasformare una crisi alle porte del Marocco in una crisi tra Italia e Spagna?

È su questo punto che la scelta italiana appare sproporzionata rispetto alla situazione concreta. Quando Roma ha mantenuto la propria linea, Madrid sosteneva che circa 70 mila dei 72 mila migranti entrati a Ceuta fossero già rientrati in Marocco. Il governo spagnolo ricordava inoltre una peculiarità fondamentale: Ceuta non appartiene allo spazio Schengen nelle stesse condizioni del territorio continentale spagnolo e l’ingresso nell’enclave non consente automaticamente di proseguire senza controlli verso il resto d’Europa.

Questo non significa che Roma non avesse il diritto di preoccuparsi. Significa però che una preoccupazione legittima non rende automaticamente efficace qualsiasi risposta. Ed è qui che la sicurezza rischia di trasformarsi in comunicazione politica.

La tentazione della politica: mostrare subito che si sta facendo qualcosa

Le migrazioni rappresentano probabilmente il terreno sul quale questa dinamica è più evidente. Le immagini di migliaia di persone ammassate a un confine generano paura, pressione mediatica e domanda di intervento. Per un governo diventa allora politicamente più semplice annunciare una frontiera controllata, una sospensione, un blocco o un respingimento piuttosto che spiegare una realtà molto più complessa.

Il problema è che una misura può essere comunicativamente fortissima e concretamente quasi irrilevante.

Nel caso di Ceuta, l’interrogativo non riguarda la possibilità astratta che qualcuno dei migranti potesse in seguito raggiungere l’Italia. Riguarda la proporzione tra quel rischio e la decisione di coinvolgere direttamente la libera circolazione tra due grandi Paesi dell’Unione europea.

La risposta scelta da Roma aveva però un vantaggio evidente sul piano politico: poteva essere raccontata con una frase semplice. Chiudiamo per proteggerci. È una formula molto più efficace di qualunque spiegazione sui regolamenti europei, sui rimpatri in corso, sullo status particolare di Ceuta o sui movimenti secondari all’interno dell’Unione.

Ma proprio qui nasce il problema più serio. Quando un governo trasforma una misura eccezionale in un messaggio politico rivolto soprattutto al proprio elettorato, deve mettere in conto che anche gli altri governi possono utilizzare esattamente lo stesso metodo.

Madrid ha risposto con la stessa moneta

La Spagna ha protestato duramente, chiedendo all’Italia di ritirare le misure. Roma ha rifiutato. A quel punto Madrid ha annunciato e poi introdotto controlli temporanei sui viaggiatori provenienti dall’Italia, coinvolgendo aeroporti e collegamenti tra i due Paesi. Nella prima giornata delle nuove verifiche sono stati controllati circa duecento viaggiatori provenienti dall’Italia nei principali aeroporti spagnoli.

Ed ecco il primo effetto della politica del gesto: una misura nata ufficialmente per proteggere l’Italia da una crisi spagnola ha prodotto controlli aggiuntivi anche per chi dall’Italia si reca in Spagna.

È la logica della reciprocità. Ed è una logica particolarmente importante nell’Unione europea.

Schengen, infatti, non è soltanto un accordo tecnico. È un gigantesco sistema fondato sulla fiducia. Ogni Stato rinuncia a una parte dei controlli interni perché confida nel fatto che gli altri Paesi gestiscano correttamente le frontiere esterne e rispettino regole condivise. Quando uno Stato decide che quella fiducia non è più sufficiente e ripristina unilateralmente i controlli, deve accettare che anche il suo vicino possa arrivare alla stessa conclusione nei suoi confronti.

Ed è esattamente quello che è successo.

Data Evento Conseguenza politica
30 luglio 2026 Ingresso eccezionale di decine di migliaia di migranti a Ceuta La crisi migratoria torna al centro del dibattito europeo
31 luglio 2026 Italia: ripristino dei controlli sulle provenienze dalla Spagna Roma porta la crisi di Ceuta dentro i rapporti bilaterali europei
7-8 agosto 2026 La Spagna introduce controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia La misura italiana produce una risposta speculare di Madrid
19 agosto 2026 Previsto dalla Germania il trasferimento in Italia di una richiedente asilo somala Berlino rivendica l’applicazione delle regole europee sulla responsabilità delle domande

Adesso arriva la Germania e il principio cambia direzione

Il secondo passaggio è ancora più delicato. Secondo quanto emerso in queste ore, la Germania intende riprendere con maggiore rigore i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo per i quali Roma viene considerata responsabile in base alle regole europee. Il primo caso indicato è quello di una giovane donna somala di 22 anni arrivata in Germania dopo essere transitata dall’Italia. Il trasferimento verso il nostro Paese è previsto per il 19 agosto.

La vicenda personale merita di essere tenuta separata dalla battaglia politica. La giovane ha familiari in Germania e ha chiesto protezione lì. Saranno le autorità competenti e, se necessario, i giudici a stabilire quali elementi debbano prevalere nel suo caso concreto.

Ma sul piano politico il significato è evidente.

Berlino sta dicendo a Roma qualcosa di molto simile a ciò che Roma ha detto a Madrid: ognuno si assuma la propria responsabilità.

Dal 12 giugno 2026 è entrato pienamente in applicazione il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Tra le sue componenti c’è il regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che sostituisce il precedente sistema di Dublino mantenendo tuttavia centrali diversi criteri di responsabilità e rafforzando le procedure per il trasferimento dei richiedenti tra gli Stati membri.

Le regole europee non possono allora essere considerate utili soltanto quando permettono di impedire a qualcuno di raggiungere l’Italia. Le stesse regole possono stabilire che una persona arrivata successivamente in Germania debba essere presa in carico dall’Italia.

È il rovescio della medaglia che spesso scompare nella comunicazione politica.

L’Italia conosce molto bene il limite del principio del primo ingresso

Per anni Roma ha contestato proprio l’idea secondo cui il Paese mediterraneo nel quale una persona mette piede per la prima volta debba sostenere quasi interamente il peso della sua domanda di asilo.

Ed era una contestazione comprensibile.

La geografia europea è profondamente asimmetrica. Italia, Grecia, Spagna, Malta e altri Paesi collocati sulle principali frontiere esterne sono inevitabilmente esposti più degli Stati dell’Europa settentrionale alle rotte migratorie. Pretendere che il luogo geografico del primo ingresso determini automaticamente e permanentemente la responsabilità politica dell’accoglienza ha prodotto per anni tensioni tra gli Stati membri.

Proprio per questo l’Italia ha chiesto ripetutamente solidarietà europea, redistribuzione e condivisione degli oneri.

Ma qui emerge una contraddizione difficile da ignorare.

Se Roma pretende solidarietà quando il migrante arriva a Lampedusa, non può allo stesso tempo costruire una teoria secondo la quale quando il migrante arriva a Ceuta il problema deve restare soprattutto spagnolo. Perché una volta accettato quel principio, Berlino può replicare: quando una persona arriva per la prima volta in Italia, allora il problema deve restare italiano.

È proprio per evitare questa guerra permanente tra governi che l’Europa ha tentato di costruire un sistema nel quale responsabilità e solidarietà convivano. Il nuovo Patto europeo non cancella tutte le contraddizioni e certamente non risolve da solo la questione migratoria, ma nasce anche dalla necessità di impedire che ogni Stato trasformi il vicino nel proprio ammortizzatore politico.

Il vero errore è trasformare ogni emergenza in uno slogan nazionale

La vicenda Ceuta-Roma-Madrid-Berlino contiene quindi una lezione che va oltre la politica migratoria.

Nell’Unione europea le decisioni unilaterali raramente rimangono unilaterali.

Ogni governo può avere interesse, soprattutto quando cresce la pressione dei partiti più radicali, a dimostrare di essere il più duro. È una dinamica evidente anche in Germania, dove il cancelliere Friedrich Merz ha costruito una parte importante della propria politica migratoria sull’inasprimento dei controlli mentre AfD continua a rappresentare una forte pressione elettorale sul centrodestra tedesco. Già nel 2025 la linea sui respingimenti alle frontiere aveva incontrato ostacoli giudiziari, con un tribunale amministrativo di Berlino che aveva giudicato illegittimo il respingimento immediato di tre cittadini somali senza l’avvio della procedura prevista dalle regole europee.

La dinamica è quindi simile in molti Paesi: la destra tradizionale teme di perdere consenso verso formazioni ancora più radicali e cerca di dimostrare fermezza sul terreno migratorio. Il rischio è una competizione nella quale ogni governo aumenta progressivamente la durezza delle proprie misure per evitare di apparire debole.

Ma in Europa questo meccanismo produce un effetto particolare: il provvedimento che oggi sembra colpire qualcun altro può diventare domani il precedente utilizzato contro di noi.

La sicurezza non dovrebbe essere confusa con il teatro politico

Ciò non significa sostenere che non debbano esistere frontiere, controlli o rimpatri. Sarebbe una conclusione semplicistica quanto quella opposta.

Uno Stato ha il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio. L’Unione europea ha il dovere di proteggere le proprie frontiere esterne. Chi non possiede i requisiti per ottenere protezione deve poter essere rimpatriato nel rispetto delle garanzie previste dalla legge. Allo stesso modo, chi fugge realmente da persecuzioni deve poter presentare una richiesta di asilo ed essere valutato individualmente.

La differenza è tra amministrare un fenomeno e utilizzarlo.

Amministrare significa valutare i rischi reali, coordinarsi con gli altri Stati, condividere informazioni, distinguere tra migranti economici e richiedenti protezione, organizzare rimpatri, proteggere le frontiere esterne e costruire meccanismi di solidarietà.

Utilizzare politicamente il fenomeno significa invece cercare continuamente un gesto simbolico da mostrare agli elettori.

  • Un confine ripristinato è immediatamente visibile.
  • Un accordo diplomatico richiede mesi e produce meno titoli.
  • Un respingimento si racconta in dieci secondi.
  • Una riforma europea dell’asilo richiede pagine per essere spiegata.
  • Una dichiarazione muscolare può produrre consenso immediato.
  • La cooperazione, invece, produce risultati che spesso nessuno riesce a rivendicare da solo.

È comprensibile che la politica preferisca la prima strada. Ma è proprio quella strada che può diventare più costosa nel lungo periodo.

Ceuta dimostra perché l’Europa non può funzionare come 27 fortezze

La crisi di Ceuta ha mostrato la vulnerabilità di una frontiera europea. Ma ha mostrato anche qualcos’altro: quando la Spagna è stata travolta da un’emergenza, gli altri governi hanno immediatamente iniziato a chiedersi non soltanto come aiutarla, ma come evitare che il problema arrivasse a casa propria.

È un riflesso naturale. Ed è proprio il riflesso che per anni l’Italia ha denunciato quando le immagini arrivavano da Lampedusa.

Quante volte Roma ha accusato gli altri governi europei di voltarsi dall’altra parte perché il Mediterraneo centrale sembrava geograficamente lontano da Berlino, Parigi, Vienna o Amsterdam?

Se quella critica era corretta ieri, deve esserlo anche oggi.

La solidarietà europea non può dipendere dalla posizione della telecamera. Non può essere indispensabile quando il barcone arriva sulle coste italiane e improvvisamente secondaria quando migliaia di persone attraversano il confine di un’enclave spagnola.

Allo stesso modo, Madrid non può pensare che la gestione di flussi eccezionali non abbia conseguenze sui vicini. E Berlino non può utilizzare le regole sui trasferimenti semplicemente come strumento per alleggerire la propria pressione interna. Ogni Paese ha interessi nazionali legittimi. Ma la costruzione europea esiste precisamente perché quegli interessi, lasciati completamente liberi di scontrarsi, produrrebbero una catena infinita di ritorsioni.

Oggi il bersaglio è il vicino, domani potremmo esserlo noi

È questo il senso politico più profondo degli ultimi dieci giorni.

Roma ha reagito a Ceuta temendo che una crisi spagnola potesse trasformarsi in una crisi italiana. Madrid ha risposto sostenendo che, se l’Italia considera pericolosi gli arrivi dalla Spagna, allora anche la Spagna può controllare gli arrivi dall’Italia. Adesso Berlino torna a insistere sull’applicazione delle regole che possono riportare alcuni richiedenti asilo nel nostro Paese.

Tre passaggi diversi, un unico meccanismo: quando la fiducia diminuisce, ogni governo cerca di spostare il rischio oltre il proprio confine.

Ed è qui che la propaganda diventa pericolosa.

Perché una politica costruita sulla promessa di “scaricare il problema sugli altri” funziona soltanto fino a quando gli altri accettano di farselo scaricare addosso.

Quando smettono di farlo, il sistema entra rapidamente nella logica della reciprocità.

L’Italia è uno dei Paesi che avrebbe più bisogno di evitare questa deriva. Per posizione geografica, estensione delle coste e centralità nel Mediterraneo, Roma ha interesse a un’Europa nella quale la responsabilità non coincida semplicemente con il luogo di arrivo. Ha interesse alla solidarietà, ai ricollocamenti, alla cooperazione con i Paesi di origine e transito e a frontiere esterne realmente comuni.

Ha quindi molto meno interesse a un’Europa nella quale ogni governo, appena vede un problema oltreconfine, rialza immediatamente la propria barriera.

La lezione politica che resta dopo Ceuta

La gestione delle migrazioni richiede fermezza. Ma richiede soprattutto coerenza.

Non è coerente chiedere solidarietà europea per l’Italia e contemporaneamente trattare una crisi spagnola come un problema dal quale isolarsi. Non è coerente difendere la libera circolazione quando Madrid introduce controlli e considerare quegli stessi controlli uno strumento perfettamente legittimo quando è Roma a introdurli. Non è coerente criticare il principio del primo ingresso quando penalizza l’Italia e considerarlo scontato quando penalizza un altro Stato.

La questione non riguarda quindi soltanto Giorgia Meloni, Pedro Sánchez o Friedrich Merz. Riguarda il tipo di Europa che i governi stanno costruendo.

Se prevarrà la competizione propagandistica, ogni nuova crisi migratoria diventerà inevitabilmente anche una crisi diplomatica. Prima tra Italia e Francia, poi tra Italia e Spagna, domani magari tra Italia e Germania o tra altri Stati membri.

Se invece prevarrà il principio secondo cui la frontiera spagnola, italiana, greca o polacca è anche una frontiera europea, allora sarà possibile pretendere contemporaneamente controlli seri, rispetto delle regole e solidarietà.

Ceuta avrebbe potuto essere l’occasione per rafforzare questa seconda strada. È diventata invece il detonatore di una nuova disputa tra governi.

Adesso Berlino ricorda all’Italia che le regole europee hanno due direzioni.

Ed è forse questa la parte della storia che dovrebbe preoccupare di più chi, davanti a ogni emergenza, pensa che la soluzione politicamente più conveniente sia alzare immediatamente un muro verso il vicino. Perché in Europa i muri raramente funzionano in una sola direzione: quando li alziamo per tenere fuori gli altri, dobbiamo mettere in conto che gli altri possano alzarli per tenere fuori noi.