Crisi in Iran, Tajani e Crosetto in Parlamento: 100mila italiani coinvolti, sul tavolo armi al Golfo e basi Nato

Il governo chiede il via libera delle Camere per fornire sistemi di difesa a Emirati, Kuwait e Qatar. La sicurezza dei connazionali nell’area è definita “priorità assoluta”. Scontro duro con le opposizioni che chiedono Meloni in Aula.

L’Italia si trova al bivio più delicato degli ultimi decenni. Con oltre 100mila connazionali coinvolti direttamente o indirettamente dalla crisi esplosa nel Golfo Persico dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, il governo Meloni è chiamato a compiere scelte difficili e urgenti: fornire sistemi d’arma difensivi ai Paesi del Golfo, garantire la sicurezza dei militari italiani nell’area, e gestire la pressione crescente di un’opposizione che chiede risposte dirette dalla presidente del Consiglio.


Il giorno delle comunicazioni parlamentari

Giovedì 5 marzo 2026, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto si presentano alla Camera dei Deputati — con comunicazioni in programma anche al Senato nel pomeriggio — per aggiornare il Parlamento sull’evoluzione del conflitto e sulle iniziative che il governo intende adottare nelle prossime ore. Il meccanismo scelto, quello delle “comunicazioni” ministeriali, comporta per regolamento la presentazione di risoluzioni e dunque il voto delle Camere: una scelta deliberata, suggerita dalla stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante i vertici a Palazzo Chigi, per dotare il governo di una “cornice parlamentare” che gli consenta di muoversi senza ricorrere a decreti legge ad hoc.

Parlando in Aula, Tajani ha fornito i dati più significativi sulla portata umana della crisi: sono 100mila gli italiani coinvolti direttamente o indirettamente nelle aree interessate dal conflitto. La task force Golfo della Farnesina, operativa senza interruzioni, ha già gestito 14mila chiamate e diverse migliaia di email, e oltre 10mila connazionali sono stati aiutati a lasciare le zone a rischio. Il ministro ha poi aggiunto che 200 studenti italiani stanno rientrando da Abu Dhabi, e che voli aggiuntivi sono stati organizzati da Muscat per agevolare il rimpatrio di ulteriori cittadini.

“La sicurezza dei connazionali è la priorità assoluta”, ha ribadito Tajani, sintetizzando la linea del governo davanti all’assemblea.


La risoluzione di maggioranza: armi al Golfo e basi militari

Al centro del dibattito parlamentare c’è la bozza di risoluzione della maggioranza, elaborata in raccordo tra Palazzo Chigi e il ministero della Difesa. Il testo, ancora in fase di definizione al momento dell’apertura dei lavori, contiene due impegni fondamentali.

Il primo riguarda la partecipazione italiana allo sforzo comune in ambito UE per sostenere gli Stati membri nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni di origine iraniana. Il secondo impegno riguarda le installazioni militari sul territorio nazionale concesse alle forze statunitensi: il governo si impegna a confermare il rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che include attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico.

Quest’ultimo punto è particolarmente delicato. Le opposizioni, in particolare Alleanza Verdi e Sinistra, hanno già annunciato un’interrogazione per sapere se basi italiane come Sigonella e Aviano siano state utilizzate in questi giorni da velivoli coinvolti nelle operazioni nel Golfo. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, autorità delegata ai Servizi, ha cercato di chiarire: dagli Stati Uniti non è arrivata alcuna richiesta formale per l’utilizzo di basi in funzione offensiva contro l’Iran.

Il voto parlamentare darà al governo l’agibilità necessaria per procedere alle forniture militari ai Paesi del Golfo colpiti dalle rappresaglie iraniane — Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar — senza dover passare per un provvedimento d’urgenza, ma con il vincolo di un’informativa preventiva al Copasir.


Cosa potrebbe inviare l’Italia: dai Samp-T ai sistemi anti-drone

Sul piano strettamente militare, le richieste avanzate a Roma dai Paesi del Golfo sono precise. Tutti i principali attori dell’area hanno chiesto sistemi di difesa aerea per contrastare i missili e i droni iraniani. In cima alla lista figurano:

  • I sistemi anti-drone, considerati la risposta più immediata e meno controversa politicamente
  • Una batteria di Samp/T (Surface-to-Air Missile / Terrain), il potente sistema terra-aria per l’intercettazione di missili balistici e da crociera, sviluppato in collaborazione con la Francia
  • Il potenziamento degli addestratori per i piloti di F-35 ed Eurofighter presenti nell’area
  • L’eventuale invio di una fregata per presidiare le acque del Golfo

La disponibilità italiana di Samp/T è però limitata. Dei quattro sistemi attualmente in dotazione, uno è già schierato in Estonia a presidio del fianco est della Nato, due proteggono il territorio nazionale (a Sabaudia) e uno si trova a Mantova. Due altri sistemi erano stati inviati in Ucraina, e uno di questi è stato distrutto. Cedere un Samp/T agli Emirati significherebbe ridurre ulteriormente la copertura difensiva dell’Italia stessa, in un momento in cui la tensione internazionale è ai massimi.

Crosetto ha già avvertito che qualsiasi riduzione dell’offerta di sistemi di difesa sul mercato internazionale rischia di avere effetti immediati sui premi assicurativi e sui costi dei trasporti, con aumenti stimati tra il 30 e il 50%. Le conseguenze economiche della crisi si stanno già facendo sentire: i prezzi del gas sono saliti di quasi il 40%, le Borse europee hanno bruciato oltre 300 miliardi di euro, e le rotte commerciali nel Golfo Persico — vitali per l’approvvigionamento energetico dell’Italia — sono sotto pressione.


Il precedente: l’audizione del 2 marzo e lo scontro politico

Non è la prima volta che i due ministri si trovano di fronte alle Camere su questo tema. Già il 2 marzo, in un’audizione di oltre tre ore davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, Tajani e Crosetto avevano affrontato il dossier Iran in un clima di crescente tensione politica.

In quella sede era emerso un fatto imbarazzante per il governo: Italia e Germania non erano state informate preventivamente dell’attacco condotto da Stati Uniti e Israele. Come ha ammesso lo stesso Tajani, “siamo stati informati, a operazione iniziata”, mentre francesi e britannici avevano confermato pubblicamente di non aver ricevuto alcun avvertimento. Gli alleati anglosassoni, ha spiegato il ministro degli Esteri, hanno deciso “in autonomia e nella riservatezza”.

La rivelazione aveva scatenato dure reazioni dall’opposizione. Giuseppe Conte del Movimento Cinque Stelle aveva accusato il governo di aver “perso la dignità politica”, attaccando Meloni per non essersi presentata in Parlamento, Tajani per il suo presunto servilismo nei confronti dell’amministrazione Trump e Crosetto per essersi trovato in vacanza a Dubai proprio mentre scoppiava il conflitto. Il ministro della Difesa si è difeso spiegando che la sua presenza negli Emirati era stata una scelta consapevole, che gli aveva anzi permesso di seguire la situazione da vicino.

La risposta di Tajani non era stata meno veemente: nel corso dell’audizione la tensione era salita al punto che la presidente della commissione Stefania Craxi aveva rischiato di dover sospendere la seduta. Il ministro aveva respinto le accuse con forza, precisando di non aver mai avuto lo stesso tipo di rapporto informale con Trump che Conte avrebbe invece intrattenuto col precedente inquilino della Casa Bianca.


Le opposizioni chiedono Meloni in Aula

Il fronte delle opposizioni — Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra — ha lavorato nei giorni precedenti al 5 marzo per presentare una risoluzione unitaria alternativa a quella di maggioranza. La richiesta centrale, ribadita anche con una lettera formale ai presidenti delle Camere La Russa e Fontana, è che sia la stessa Giorgia Meloni a riferire personalmente in Parlamento, data la straordinaria gravità della situazione.

La premier, che si è presentata il 18 marzo davanti alle Camere in vista del Consiglio Europeo, ha scelto per ora di lasciare ai ministri il compito delle comunicazioni, intervenendo però in televisione per rassicurare l’opinione pubblica e chiedere all’Iran di cessare “gli attacchi ingiustificati nel Golfo” prima che la crisi “dilaghi”.

“Deve prevalere l’unità, la responsabilità e l’equilibrio”, aveva invocato Crosetto nella precedente audizione, rivolgendosi a tutte le forze politiche. Un appello rimasto in gran parte inascoltato in un clima parlamentare sempre più incandescente.


Il quadro internazionale: una crisi senza precedenti recenti

La crisi iraniana ha radici nell’operazione militare congiunta lanciata da Stati Uniti e Israele contro le strutture militari, nucleari e di governo dell’Iran, che ha rapidamente assunto proporzioni enormi. Teheran ha risposto colpendo le sedi diplomatiche americane nel Golfo (il consolato di Dubai è stato incendiato, missili hanno raggiunto l’ambasciata a Riad), minacciando il blocco dello Stretto di Hormuz e lanciando un missile balistico verso la Turchia — membro della Nato —, intercettato dai sistemi di difesa alleati nel Mediterraneo orientale.

Una fregata iraniana con circa 180 persone a bordo è stata affondata da un sottomarino americano al largo dello Sri Lanka. Il Pentagono ha definito l’operazione contro l’Iran “devastante e senza pietà”. Le forze armate e le difese aeree iraniane, ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth, sarebbero state “distrutte, sconfitte, decimata”. Teheran, dal canto suo, parla di “guerra lunga” e non mostra segnali di resa.

L’Italia, nel frattempo, si confronta con ricadute concrete su più piani:

  • Sul fronte energetico: il rischio di blocco delle rotte commerciali nel Golfo e di interruzione delle forniture di gas rappresenta una minaccia diretta al sistema produttivo italiano. Il governo ha già avviato trattative per aumentare le forniture da Algeria e Azerbaigian, ma in caso di crisi prolungata potrebbero essere necessari interventi emergenziali su scala analoga a quelli adottati durante la pandemia.
  • Sul fronte della sicurezza interna: il Viminale ha innalzato al massimo il livello di sorveglianza sugli obiettivi sensibili, a partire da sinagoghe e ambasciate.
  • Sul fronte diplomatico: Tajani ha avuto un colloquio con il segretario di Stato americano Marco Rubio, al quale ha espresso la preoccupazione di Roma per gli sviluppi della crisi. La premier Meloni ha ricevuto a Palazzo Chigi il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al Nahyan, in un appuntamento tenuto volutamente a basso profilo mediatico.

Il nodo delle basi: un equilibrio fragile

Uno degli aspetti più sensibili dell’intera vicenda riguarda le basi militari italiane utilizzate dagli Stati Uniti. La risoluzione di maggioranza si impegna a confermare che l’utilizzo di tali installazioni resterà vincolato agli accordi bilaterali vigenti — addestramento e supporto logistico — escludendo dunque un coinvolgimento in operazioni offensive contro l’Iran.

Teheran ha già avvertito che qualsiasi utilizzo di basi europee in funzione offensiva sarebbe considerato un atto di guerra. La posizione italiana è dunque quella di restare dentro la cornice atlantica senza esporsi a un’escalation diretta. “Non siamo in guerra e non ci entriamo”, ha detto Meloni, ribadendo la linea di non coinvolgimento diretto nelle operazioni militari contro l’Iran. La posizione del governo, ha precisato Tajani, si allinea con quella dell’Unione Europea, che condanna le rappresaglie iraniane ma non ha formalmente avallato l’attacco Usa-Israele.


La posta in gioco: sicurezza, economia e credibilità

Al di là del dibattito parlamentare, la crisi iraniana pone all’Italia domande di fondo sulla propria collocazione internazionale. Il governo si trova a dover bilanciare la fedeltà atlantica — che impone sostegno ai Paesi del Golfo e agli alleati — con il principio, più volte evocato, di “non essere in guerra”. Una linea sottile, resa ancora più fragile dall’assenza di preventiva consultazione da parte degli alleati americani e israeliani prima dell’attacco.

Crosetto ha usato parole chiare davanti al Parlamento: questa crisi è “il momento più difficile degli ultimi decenni” e “incide direttamente sulla nostra sicurezza nazionale”. Il rischio di escalation — a partire dall’eventuale coinvolgimento della Turchia, Paese Nato colpito da un missile iraniano — non può essere escluso. E ogni decisione che Roma dovrà prendere nelle prossime ore — dalla cessione di un Samp/T all’invio di una fregata — sarà destinata a segnare la traiettoria della politica estera italiana per gli anni a venire.