I giudici dichiarano illegittimo l’ordine esecutivo con cui il presidente voleva negare la cittadinanza automatica ai figli di immigrati irregolari: il Quattordicesimo Emendamento resta intoccabile
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha inflitto un nuovo, pesante colpo a Donald Trump: con una sentenza attesa da mesi, l’Alta Corte ha dichiarato incostituzionale l’ordine esecutivo con cui il presidente intendeva abolire la cittadinanza automatica per nascita, principio noto come ius soli e sancito dal Quattordicesimo Emendamento della Costituzione americana.
Una sconfitta annunciata fin dal primo giorno di mandato
Il provvedimento bocciato dai giudici era stato firmato da Trump poche ore dopo il suo insediamento, nel gennaio 2025, e portava un titolo programmatico: “Proteggere il significato e il valore della cittadinanza americana”. L’obiettivo era chiaro e radicale: negare la cittadinanza statunitense ai bambini nati sul suolo americano da genitori privi di un regolare permesso di soggiorno o presenti nel Paese solo temporaneamente. Una misura che, secondo le stime degli esperti citate dalla stampa internazionale, avrebbe potuto riguardare fino a 260mila neonati l’anno, oltre a creare incertezza legale per milioni di famiglie già residenti negli Stati Uniti.
L’ordine, tuttavia, non è mai entrato in vigore: bloccato fin da subito da diversi tribunali di grado inferiore, è rimasto congelato mentre la battaglia legale risaliva la catena giudiziaria fino alla Corte Suprema. Al centro del caso, una causa collettiva intentata nel New Hampshire da genitori e figli la cui cittadinanza sarebbe stata messa in discussione dalla nuova norma.
Il verdetto e le motivazioni di Roberts
A guidare la maggioranza che ha respinto l’ordine esecutivo è stato il presidente della Corte, John Roberts, che nella sentenza ha richiamato esplicitamente il precedente storico del 1898, Stati Uniti contro Wong Kim Ark, con cui la Corte aveva già stabilito che il Quattordicesimo Emendamento garantisce la cittadinanza a chiunque nasca sul territorio statunitense, inclusi i figli di cittadini stranieri.
Nelle motivazioni, Roberts ha scritto che i bambini nati negli Stati Uniti “sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti” e soddisfano così entrambi gli elementi richiesti dalla clausola sulla cittadinanza: essere “nati negli Stati Uniti” ed essere “soggetti alla loro giurisdizione”. Ancora più netto il passaggio sul significato stesso della cittadinanza: “La cittadinanza, ieri come oggi, è avere il diritto di avere diritti: quello di partecipare liberamente alla nostra comunità politica”, ha affermato il giudice, sottolineando che il Quattordicesimo Emendamento estende questa promessa “a ogni persona nata in questa terra”.
Il testo del Quattordicesimo Emendamento, entrato in vigore nel 1868 all’indomani della Guerra Civile per garantire i diritti di cittadinanza anche ai discendenti degli schiavi liberati, stabilisce che “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti”. Le uniche eccezioni storicamente riconosciute riguardano i figli di diplomatici stranieri, i nati a bordo di navi battenti bandiera straniera e i figli di membri di eserciti occupanti.
Una maggioranza divisa, tra Costituzione e legge federale
Sul piano numerico, la sentenza presenta una particolarità che vale la pena chiarire. Sul merito della questione costituzionale, la maggioranza che ha riconosciuto l’incompatibilità dell’ordine di Trump con il Quattordicesimo Emendamento è risultata di cinque voti contro quattro: a sostenerla, oltre a Roberts, le giudici progressiste Sonia Sotomayor ed Elena Kagan, la conservatrice Amy Coney Barrett e la progressista Ketanji Brown Jackson.
Il giudice conservatore Brett Kavanaugh si è invece unito al risultato finale – quindi alla bocciatura dell’ordine esecutivo – ma basando la propria posizione non sull’interpretazione costituzionale bensì su una legge federale, ampliando così a sei la maggioranza che ha annullato concretamente il provvedimento. Sul fronte opposto, i tre giudici più conservatori della Corte – Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch – hanno votato a favore della linea della Casa Bianca, ritenendo legittima la stretta sullo ius soli voluta da Trump.
| Giudice | Posizione |
|---|---|
| John Roberts | Contro l’ordine esecutivo (maggioranza) |
| Sonia Sotomayor | Contro l’ordine esecutivo (maggioranza) |
| Elena Kagan | Contro l’ordine esecutivo (maggioranza) |
| Amy Coney Barrett | Contro l’ordine esecutivo (maggioranza) |
| Ketanji Brown Jackson | Contro l’ordine esecutivo (maggioranza) |
| Brett Kavanaugh | Contro l’ordine esecutivo (motivazione su legge federale) |
| Clarence Thomas | A favore dell’ordine esecutivo |
| Samuel Alito | A favore dell’ordine esecutivo |
| Neil Gorsuch | A favore dell’ordine esecutivo |
La terza sconfitta giudiziaria in pochi mesi
La pronuncia sullo ius soli si inserisce in una sequenza di rovesci giudiziari che la Casa Bianca sta incassando da inizio anno. A febbraio la Corte Suprema aveva già invalidato i dazi globali imposti dall’amministrazione Trump sul commercio internazionale. Solo il giorno precedente alla sentenza sullo ius soli, lunedì 29 giugno, gli stessi giudici avevano impedito la rimozione di Lisa Cook dal consiglio della Federal Reserve, ribadendo il principio di indipendenza della banca centrale americana, e avevano confermato la condanna di Trump nel caso della scrittrice E. Jean Carroll, lasciando in piedi il risarcimento da cinque milioni di dollari per abusi sessuali e diffamazione.
Non tutte le decisioni della Corte, va detto, sono andate in direzione sfavorevole al presidente. Nella stessa giornata di lunedì i giudici avevano riconosciuto alla Casa Bianca maggiore libertà nella rimozione dei vertici delle agenzie federali indipendenti, una sentenza salutata dallo stesso Trump come “una grande vittoria”. E proprio nelle stesse ore della pronuncia sullo ius soli, la Corte ha dato ragione all’amministrazione su un fronte diverso, confermando il divieto per gli atleti transgender di competere nelle squadre sportive femminili di scuole e università, una delle misure simbolo della politica dell’amministrazione sui temi dell’identità di genere.
Il contesto storico: un emendamento nato dopo la Guerra Civile
Per comprendere la portata della sentenza odierna è utile ricordare le origini del Quattordicesimo Emendamento. Approvato nel 1868, nacque per garantire i diritti di cittadinanza ai discendenti degli schiavi liberati al termine della Guerra Civile americana. Prima di allora, secondo un’interpretazione legale restrittiva allora dominante, poiché gli schiavi non erano considerati cittadini, nemmeno i loro discendenti liberati lo erano automaticamente. L’emendamento ribaltò questa impostazione, e nel 1898, con la sentenza Wong Kim Ark, la Corte Suprema ne estese gli effetti a tutte le persone nate sul suolo statunitense, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori: un precedente che ha retto per oltre un secolo la giurisprudenza americana in materia.
Le reazioni: esultano i gruppi per i diritti civili, la destra parla di “tradimento”
La sentenza ha scatenato reazioni opposte e speculari. Le organizzazioni per i diritti civili e i gruppi di sostegno agli immigrati, che avevano promosso i ricorsi fin dal primo giorno, hanno accolto la decisione come una vittoria storica, capace di scongiurare conseguenze potenzialmente enormi per centinaia di migliaia di famiglie.
Di segno opposto la reazione del mondo conservatore. Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation – il think tank che ha avuto un ruolo centrale nell’ideazione del Project 2025, il programma politico alla base della seconda amministrazione Trump – ha definito su X la sentenza “un tremendo tradimento della Repubblica”, sostenendo che essa sminuisca il valore della cittadinanza americana. Roberts ha inoltre anticipato quella che potrebbe essere la prossima mossa repubblicana: un tentativo di modificare la Costituzione attraverso un emendamento ad hoc per correggere l’esito della sentenza, percorso però politicamente arduo e dai tempi lunghissimi, dato il quorum elevatissimo richiesto per emendare la Carta fondamentale americana.
Cosa cambia ora
Nell’immediato, la sentenza conferma lo status quo: l’ordine esecutivo di Trump non era mai entrato in vigore e dunque la prassi resta quella consolidata da oltre un secolo, secondo cui chiunque nasca sul territorio degli Stati Uniti – salvo le poche eccezioni storiche legate a diplomatici stranieri, navi battenti bandiera estera ed eserciti occupanti – acquisisce automaticamente la cittadinanza americana. Per l’amministrazione Trump si tratta però di un colpo politico significativo, perché chiude la strada a uno dei provvedimenti più identitari e radicali della sua agenda sull’immigrazione, proprio mentre il Paese si appresta a celebrare il 250° anniversario della propria fondazione, il prossimo 4 luglio.


