Condannati per stupro a Porto Cervo: pene fino a 8 anni per Ciro Grillo e i suoi tre amici

Sentenza di primo grado al Tribunale di Tempio Pausania per la violenza sessuale del 2019 ai danni di una giovane italo-norvegese

Otto anni di reclusione per Ciro Grillo, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria, sei anni e sei mesi per Francesco Corsiglia: è questa la decisione del Tribunale di Tempio Pausania che ha riconosciuto i quattro imputati colpevoli di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza all’epoca diciannovenne. I fatti risalgono all’estate del 2019, nella villa di famiglia dei Grillo a Porto Cervo, in Sardegna. La sentenza arriva dopo un lungo dibattimento, segnato da grande attenzione mediatica e polemiche pubbliche.


La ricostruzione dei fatti: la notte del 16 luglio 2019

Secondo quanto ricostruito nel processo, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 2019, nella villa di Porto Cervo appartenente alla famiglia Grillo, si sarebbe consumata una violenza sessuale di gruppo ai danni di una giovane donna italo-norvegese.

La ragazza si trovava in vacanza in Costa Smeralda con un’amica e, dopo una serata trascorsa insieme ai quattro imputati tra locali e consumazione di alcolici, sarebbe stata accompagnata nella villa dove — stando alla ricostruzione dell’accusa — si sarebbero verificati gli abusi. La vittima ha sempre sostenuto di essere stata incosciente o comunque non in grado di opporsi a quanto stava avvenendo. L’indagine ha preso avvio alcuni giorni dopo, quando la giovane ha sporto denuncia al rientro a Milano.


Il processo: cinque anni tra indagini, perizie e polemiche

Il caso ha subito attirato l’attenzione dei media per via della presenza tra gli imputati di Ciro Grillo, figlio del fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo. Dopo la chiusura delle indagini preliminari, il processo si è aperto nel 2022, con l’accusa di violenza sessuale di gruppo a carico di tutti e quattro i giovani, allora ventenni.

Durante il dibattimento sono stati ascoltati numerosi testimoni, esperti e consulenti tecnici. In particolare, la difesa ha sempre sostenuto la consensualità del rapporto sessuale, sottolineando la mancanza di segni evidenti di violenza e l’ambiguità di alcuni messaggi successivi tra le parti.

La pubblica accusa, rappresentata dal PM Gregorio Capasso, ha invece chiesto condanne a 9 anni per ciascuno degli imputati, parlando di un “quadro probatorio solido” e sottolineando l’“incapacità di autodeterminazione della vittima” a causa dello stato psicofisico in cui si trovava.


La sentenza: colpevoli tutti e quattro, pene differenziate

Il 22 settembre 2025 è arrivata la sentenza di primo grado. Il collegio giudicante del Tribunale di Tempio Pausania ha accolto parzialmente le richieste della Procura, riconoscendo la colpevolezza di tutti e quattro gli imputati per il reato di violenza sessuale di gruppo. Le pene sono state così stabilite:

  • Ciro Grillo: 8 anni di reclusione

  • Edoardo Capitta: 8 anni di reclusione

  • Vittorio Lauria: 8 anni di reclusione

  • Francesco Corsiglia: 6 anni e 6 mesi di reclusione

A Corsiglia sono state riconosciute attenuanti generiche, che hanno portato a una pena inferiore rispetto agli altri tre.

Inoltre, il tribunale ha disposto il pagamento di una provvisionale (cioè un anticipo sul risarcimento danni in sede civile) a favore della vittima: 10.000 euro ciascuno da Grillo, Capitta e Lauria; 5.000 euro da Corsiglia.

Corsiglia è stato assolto dall’accusa secondaria di aver molestato l’amica della vittima, scattandole delle foto intime mentre dormiva, episodio che secondo la Procura costituiva un ulteriore reato.


L’assenza in aula e le reazioni

Alla lettura della sentenza nessuno degli imputati era presente in aula. Assente anche la vittima principale. La sentenza è stata accolta con forte commozione e un lungo silenzio.

L’avvocata della ragazza, Giulia Bongiorno, ha definito la decisione della corte “un segnale importante” che “rafforza la fiducia di chi denuncia” e dimostra che “la violenza non può essere minimizzata come una bravata”.

I difensori, dal canto loro, hanno espresso delusione e hanno già annunciato che presenteranno ricorso in appello. Sottolineano come la ricostruzione dell’accusa non tenga conto di alcuni elementi documentali e testimonianze a favore degli imputati, ritenendo la sentenza “ingiusta”.


Un caso simbolo: giustizia, media e opinione pubblica

Il caso ha assunto negli anni un valore simbolico, non solo per la notorietà di uno degli imputati, ma anche per il dibattito che ha suscitato in merito al consenso, all’abuso di potere e alla narrazione dei media.

Nel 2021, fece scalpore un video di Beppe Grillo, in cui il comico e politico difendeva il figlio con toni aggressivi, accusando la ragazza di mentire. Quel video venne giudicato da molti inopportuno, se non intimidatorio, e sollevò polemiche su come venga trattata la denuncia di una donna, soprattutto quando coinvolge persone influenti.

Il processo ha riportato al centro l’importanza di educazione al consenso, ma anche i rischi di una giustizia mediatica che può travolgere le persone coinvolte prima ancora di una sentenza.


Prossimi passi: verso l’appello

Essendo una sentenza di primo grado, il verdetto non è ancora definitivo. Le difese degli imputati hanno già annunciato la volontà di presentare ricorso in appello, che potrebbe portare a conferme, riduzioni o addirittura annullamenti della sentenza attuale.

Il processo d’appello potrebbe durare anche oltre un anno, e fino ad allora gli imputati resteranno a piede libero, come previsto dalla legge per reati non ancora giudicati in via definitiva, salvo nuovi provvedimenti cautelari.


Un segnale dalla giustizia

In un’Italia ancora segnata da un alto numero di violenza di genere e da una crescente sfiducia nei confronti del sistema giudiziario, questa sentenza rappresenta per molti una presa di posizione chiara. La giustizia ha parlato con decisione, pur nella consapevolezza che il percorso processuale è ancora lungo.

Nel frattempo, la vicenda continua a far discutere l’opinione pubblica, con un dibattito che travalica le aule di tribunale e pone interrogativi profondi sulla cultura del rispetto, sulla responsabilità individuale e sul ruolo dei mass media nel racconto della cronaca giudiziaria.