Venezia e Reggio Calabria al centrodestra, Toscana ancora rossa, De Luca stravince a Salerno. Ma il voto amministrativo racconta storie diverse da quelle nazionali — e la maggioranza pensa già alla prossima legge elettorale
Quasi 750 comuni italiani sono andati alle urne domenica 25 maggio 2026 per le elezioni amministrative, in quello che molti avevano definito l’ultimo test elettorale significativo prima delle prossime politiche. Il verdetto è chiaro almeno su un punto: il centrodestra tiene, sorprende a Venezia e si prende Reggio Calabria dopo 12 anni. Il centrosinistra recupera in Toscana e strappa Avellino. Ma chi pensa di leggere in questi risultati una proiezione fedele dell’Italia che andrà a votare alle politiche commette un errore classico: le comunali vivono di dinamiche proprie, di candidati locali, di liste civiche e di equilibri territoriali che sfuggono a qualsiasi schema nazionale. Nel frattempo, a Roma, il centrodestra accelera sulla riforma della legge elettorale — ribattezzata “Stabilicum” — che potrebbe ridisegnare profondamente il sistema di voto in vista delle prossime politiche.
Il quadro dei risultati: capoluogo per capoluogo
Il dato più atteso della serata arriva da Venezia, unico capoluogo di Regione al voto e città su cui il centrosinistra aveva scommesso in modo dichiarato. La segretaria dem Elly Schlein aveva visitato la città lagunare con l’obiettivo esplicito di riconquistarla dopo dieci anni di governo di centro-destra sotto Luigi Brugnaro. Il risultato è stato però netto: Simone Venturini, 38 anni, assessore al Turismo uscente, cattolico e scout, ha vinto al primo turno con circa il 51-55% dei consensi, lasciando il candidato dem Andrea Martella — senatore del Partito Democratico — attorno al 33%. La risposta della premier Giorgia Meloni è arrivata via social con tono ironico: “A posto”, commentando un titolo di Repubblica che riportava le parole della Schlein “Da qui mandiamo a casa Meloni”. E ancora: “Anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”.
A Reggio Calabria si registra l’unico vero ribaltone della tornata: Francesco Cannizzaro, coordinatore di Forza Italia in Calabria e deputato, sostenuto anche da Azione, ha conquistato la città con circa il 68-70% dei consensi, strappandola al centrosinistra dopo 12 anni. Un risultato che ha spinto Matteo Salvini a esultare: “La Lega conferma e conquista sindaci in tutta Italia”.
La storia di Salerno è invece un caso a sé, difficile da inquadrare in qualsiasi schema di coalizione. Vincenzo De Luca, ex governatore della Campania e storica figura del centrosinistra campano, ha vinto al primo turno con circa il 59% dei voti — ma senza il simbolo del Partito Democratico e senza il supporto formale del campo largo, che si era presentato diviso. De Luca ha costruito la sua vittoria su sette liste civiche, confermandosi per la quinta volta sindaco di Salerno grazie a un radicamento territoriale che prescinde dalle etichette di partito. Il punto politicamente rilevante, però, è un altro: se il campo largo si fosse presentato unito, i voti complessivi di Pd, M5S e Avs avrebbero raggiunto teoricamente l’80%. Una potenza di fuoco dispersa dall’incapacità di trovare un accordo.
In Toscana, la regione simbolo della sinistra italiana, il centrosinistra si riconferma senza cedere terreno. Matteo Biffoni torna sindaco di Prato per la terza volta, con un risultato netto. Pistoia torna al centrosinistra dopo nove anni grazie al civico Giovanni Capecchi. Vincono anche Cascina, Sesto Fiorentino, Incisa e Figline Valdarno. La Toscana, insomma, regge la sua vocazione storica.
A Messina vince di nuovo il delfino di Cateno De Luca, il sindaco uscente Federico Basile di “Sud chiama Nord”, con oltre il 55% dei voti, lasciando lontani sia il centrodestra che il centrosinistra. A Crotone si riconferma Vincenzo Voce. A Mantova il centrosinistra tocca il 70% con Andrea Murari, senza nemmeno il supporto del M5S. Ad Avellino il campo largo vince al primo turno. Vanno al ballottaggio del 7 e 8 giugno Arezzo, Lecco, Chieti, Agrigento e Trani.
Sorpresa delle sorprese — almeno simbolica — è il risultato di Vigevano, dove Roberto Vannacci, europarlamentare e fondatore del movimento “Fronte Nazionale”, ha sfiorato la vittoria nella storica roccaforte leghista, l’unico comune dove si era candidato direttamente. Un segnale di tensione nello spazio elettorale della destra radicale che la Lega non potrà ignorare.
| Città | Vincitore | Schieramento | Modalità |
|---|---|---|---|
| Venezia | Simone Venturini | Centrodestra | Primo turno |
| Reggio Calabria | Francesco Cannizzaro | Centrodestra | Primo turno |
| Salerno | Vincenzo De Luca | Civico (ex Pd) | Primo turno |
| Prato | Matteo Biffoni | Centrosinistra | Primo turno |
| Pistoia | Giovanni Capecchi | Centrosinistra | Primo turno |
| Messina | Federico Basile | Sud chiama Nord | Primo turno |
| Mantova | Andrea Murari | Centrosinistra | Primo turno |
| Arezzo | — | — | Ballottaggio (7-8/6) |
Affluenza in calo: un segnale trasversale
Un dato che accomuna tutto il Paese, al di là degli schieramenti, è il calo dell’affluenza alle urne. La partecipazione definitiva si è attestata intorno al 60%, in calo di quasi cinque punti percentuali rispetto alla tornata precedente (che aveva registrato circa il 65%). Oltre 6 milioni di cittadini hanno scelto i loro sindaci, ma la tendenza alla disaffezione elettorale — già evidente nelle ultime tornate regionali — non accenna a invertirsi. Un fenomeno che non appartiene a nessuna parte politica in particolare, ma che riduce progressivamente la legittimità rappresentativa di qualsiasi risultato.
Ha senso leggere le comunali come termometro nazionale
La domanda che torna puntualmente dopo ogni tornata amministrativa è la più antica della politica italiana: questi risultati ci dicono qualcosa di come andranno le prossime elezioni politiche? La risposta onesta è: pochissimo, e solo con molte cautele.
Le elezioni comunali — soprattutto in Italia — seguono dinamiche profondamente diverse da quelle politiche nazionali. Alcuni elementi strutturali lo spiegano:
- Il peso delle personalità locali: figure come Vincenzo De Luca a Salerno, Cateno De Luca a Messina, o Vladimiro Crisafulli a Enna vincono nonostante o al di fuori dei loro partiti di riferimento. Sono candidature che mescolano radicamento personale, anni di gestione del territorio, clientele consolidate — variabili che non si replicano a livello nazionale.
- Le liste civiche come fattore distorsivo: in moltissimi comuni, le liste civiche rappresentano una quota decisiva dei consensi, capace di far vincere chi sarebbe perdente con soli simboli nazionali — e viceversa. Ad Arezzo, per esempio, Azione e liste civiche centristiche rappresentano circa il 20% e condizionano l’esito del ballottaggio.
- L’effetto “campo largo frammentato”: a Salerno, come detto, M5S e Avs hanno corso separatamente da De Luca e dal Pd, disperdendo quello che avrebbe potuto essere un vantaggio schiacciante. Questo tipo di frammentazione è ricorrente nei comuni, ma alle politiche — con un sistema elettorale diverso e la posta in gioco più alta — le coalizioni si compattano per forza.
- La variabile geografica: la Toscana conferma la sua mappa politica, la Calabria vira ulteriormente a destra, la Campania vede un outsider dominare. La molteplicità delle specificità territoriali rende impossibile qualsiasi proiezione uniforme.
Anche i protagonisti lo sanno. La vice presidente del Senato Licia Ronzulli di Forza Italia ha chiarito: “Le elezioni amministrative sono fortemente legate a dinamiche locali. Nelle grandi città c’è una componente di voto politico, ma questo svanisce andando verso i piccoli centri, dove si vota la persona”. Anche Elly Schlein, pur rivendicando competitività, ha ammesso “tutte le specifiche del caso trattandosi di un voto locale”.
Detto questo, qualcosa si può leggere, con cautela. Il fatto che il centrodestra abbia tenuto — e anzi vinto — in una città come Venezia, che i sondaggi della vigilia davano in bilico, conferma una solidità della coalizione di governo nei centri urbani medi e grandi che non era scontata, soprattutto dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia. Allo stesso tempo, la capacità del centrosinistra di vincere al primo turno in Toscana, di conquistare Avellino e di riconfermarsi a Mantova con percentuali bulgare segnala che il campo progressista, quando è unito, può essere competitivo — con tutto ciò che ne consegue in chiave politica nazionale.
Lo Stabilicum: la vera partita si gioca sulla legge elettorale
Mentre i risultati delle comunali venivano ancora commentati, a Roma la partita politica più rilevante si giocava su un altro tavolo: quello della riforma della legge elettorale. Il centrodestra ha già depositato alla Camera il testo della propria proposta, informalmente denominata “Stabilicum”, e sta accelerando l’iter parlamentare con l’obiettivo dichiarato di avere un primo via libera entro la pausa estiva.
Il cuore del progetto è uno spostamento deciso verso un sistema proporzionale puro, con listini bloccati e un premio di governabilità che scatta per la coalizione o lista che raggiunge o supera il 40% dei voti: in quel caso, si garantirebbero circa il 55-57% dei seggi. Se nessuno supera il 40% ma qualcuno raggiunge almeno il 35%, scatterebbe un ballottaggio. L’attuale Rosatellum — sistema misto proporzionale-maggioritario introdotto nel 2017 — verrebbe dunque abbandonato.
La proposta è nata da un accordo interno tra i negoziatori dei partiti di maggioranza: Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia, Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni per Forza Italia, il ministro Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega. Meloni, che in passato aveva spinto per l’introduzione delle preferenze, ha alla fine accettato i listini bloccati di fronte alle resistenze interne alla coalizione.
Le implicazioni politiche sono tutt’altro che neutre. Secondo una simulazione di YouTrend per Sky TG24, partendo dai sondaggi attuali che vedono il centrodestra intorno al 46% e il campo progressista al 44%, con il nuovo sistema la maggioranza otterrebbe circa 228 seggi su 400 alla Camera e circa 113 su 200 al Senato — il 57% del totale, pur partendo da meno della metà dei voti. Un effetto amplificatore che le opposizioni non esitano a definire una distorsione della rappresentatività democratica.
Le reazioni dell’opposizione sono state durissime. La segretaria Schlein ha definito la proposta “irricevibile”, accusandola di contenere “un antipasto di premierato” e di fissare un premio con cui “la maggioranza può quasi eleggersi da sola il capo dello Stato”. Il M5S ha espresso “netta contrarietà” a una legge che ritiene “scritta male e probabilmente incostituzionale”. A inasprire ulteriormente il clima è arrivato un appello firmato da 126 costituzionalisti — tra cui figure di rilievo come Enzo Cheli, Ugo De Siervo e Roberto Zaccaria — che hanno espresso “forte preoccupazione” sulla riforma, ritenendo che presenti principi “non conciliabili con la democrazia rappresentativa”.
Nonostante questo, il governo non sembra intenzionato a fermarsi. Il percorso in commissione alle Affari Costituzionali della Camera è già avanzato, con decine di audizioni di esperti già completate. I capigruppo di centrodestra hanno contattato le controparti di opposizione per avviare un tavolo di confronto — ma il clima è tutt’altro che collaborativo.
Il nodo del “campo largo” e la lezione di Salerno
Il risultato di Salerno offre uno spunto di riflessione che vale la pena sviluppare, perché tocca il nervo scoperto della strategia dell’opposizione. De Luca ha vinto con circa il 59% dei consensi. Ma sommando i voti delle liste di centrosinistra, M5S e Avs — che si erano presentati separatamente — si sarebbe teoricamente raggiunto l’80%. Una cifra immaginaria, certo, perché in politica le somme non si fanno così. Ma il messaggio è chiaro: la frammentazione del fronte progressista continua a essere il suo principale punto debole.
Il problema non è nuovo. Ma alle politiche, con la posta in gioco ben più alta e con un sistema elettorale che premia le coalizioni, la pressione verso l’unità diventa irresistibile. Schlein lo sa, e non a caso ha scelto di leggere i risultati delle comunali come un invito a compattarsi: “Quando siamo uniti come campo progressista siamo competitivi e lo saremo anche alle prossime elezioni politiche”. Un messaggio che suona più come un auspicio che come una constatazione, visto quanto è stato difficile trovare unità anche in comuni singoli.
La vera incognita è se e quanto il nuovo sistema elettorale — qualora venisse approvato — modificherebbe questi incentivi. Con un proporzionale puro e un premio al 40%, le coalizioni lascerebbero spazio a logiche più frammentate nella fase proporzionale, salvo poi cercare convergenze nell’ultima fase. Un sistema che, come hanno notato molti osservatori, potrebbe paradossalmente favorire la frammentazione interna a ciascun fronte nella prima fase della campagna, rendendo ancora più difficile costruire coalizioni credibili.
Conclusione: il voto locale come specchio opaco
Le elezioni comunali del 25 maggio 2026 confermano una fotografia dell’Italia politica che è, nel complesso, coerente con i sondaggi: un centrodestra solido e difficile da scalfire nelle sue roccaforti, un centrosinistra capace di vincere quando unito ma incline alla dispersione, un universo civico e personalistico che sfugge a qualsiasi schema. Venezia resta al centrodestra, la Toscana resta rossa, Salerno è sempre di De Luca. Non è un terremoto, ma nemmeno uno stallo.
Il vero terremoto, se arriverà, potrebbe venire dalla riforma del sistema elettorale. Lo Stabilicum — se approvato — cambierebbe le regole del gioco prima ancora che i giocatori. E in un sistema proporzionale con premio di maggioranza, le dinamiche delle comunali — con i loro civici, i loro notabili locali, le loro alleanze ibride — potrebbero rivelarsi ancora meno trasferibili al livello nazionale di quanto già non siano oggi. La partita più importante, insomma, non si gioca nei seggi elettorali dei comuni italiani, ma nelle commissioni parlamentari di Montecitorio.

