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Attualità · Politica

Commissione Covid, Conte sfida Meloni e riapre lo scontro sulla trasparenza tra pandemia e caso Delmastro

L’ex presidente del Consiglio affronta per oltre cinque ore la commissione d’inchiesta, deposita in Procura un dossier sulle mascherine Jc Electronics e accusa la premier di usare due pesi e due misure sulla richiesta di chiarezza

Giuseppe Conte entra in Commissione Covid parlando di un “plotone d’esecuzione” e ne esce dopo oltre cinque ore trasformando l’audizione in un duro confronto politico con Giorgia Meloni. Al centro ci sono le decisioni assunte durante la pandemia, lo stato d’emergenza, i Dpcm, i vaccini e una controversa fornitura di mascherine, ma nelle ore successive il duello si allarga alla questione della trasparenza. La presidente del Consiglio sostiene che conoscere la verità sulla gestione dell’emergenza sia “un diritto degli italiani”; Conte replica accusandola di essere la regista degli attacchi contro di lui e richiama il caso Delmastro, contestando alla maggioranza di pretendere chiarezza dagli avversari mentre, secondo il Movimento 5 Stelle, la stessa disponibilità non sarebbe stata mostrata quando le richieste di approfondimento hanno riguardato esponenti del centrodestra.

Conte davanti alla Commissione Covid: oltre cinque ore di confronto

L’audizione dell’ex presidente del Consiglio davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid era uno degli appuntamenti politicamente più attesi. Conte ha utilizzato buona parte del suo intervento per ricostruire le decisioni assunte dal governo tra il 2020 e il 2021, quando l’Italia si trovò ad affrontare per prima in Europa una diffusione su larga scala del coronavirus.

Il leader del Movimento 5 Stelle ha rivendicato le scelte adottate a Palazzo Chigi sostenendo di aver agito nel rispetto delle istituzioni e delle responsabilità legate alla funzione di presidente del Consiglio. Di fronte alle contestazioni dei parlamentari della maggioranza ha respinto l’idea che la gestione dell’emergenza possa essere rappresentata come un insieme di decisioni arbitrarie o come una forma di compressione deliberata delle libertà.

Uno dei passaggi più netti riguarda lo stato d’emergenza, che Conte ha definito necessario nelle condizioni eccezionali dell’epoca. L’ex premier ha respinto anche l’espressione “dittatura sanitaria”, ricordando che gli strumenti adottati erano inseriti nell’ordinamento e sottoposti al controllo della giustizia amministrativa.

Analoga la difesa dei Dpcm, i decreti del presidente del Consiglio utilizzati ripetutamente durante la fase più critica della pandemia per introdurre limitazioni, chiusure e misure sanitarie. Secondo Conte, quello strumento consentiva di intervenire con la rapidità richiesta da una situazione in continua evoluzione ed era comunque impugnabile davanti ai tribunali amministrativi.

Sui vaccini, l’ex premier ha inoltre ricordato che la campagna iniziò durante il suo secondo governo senza un obbligo generalizzato, sottolineando che le successive misure più stringenti furono introdotte sotto la presidenza di Mario Draghi. È uno dei punti sui quali Conte ha cercato di respingere anche l’accusa politica di aver assunto, negli ultimi anni, posizioni vicine alle sensibilità no vax.

Il messaggio rivolto ai commissari è stato inequivocabile: le decisioni possono essere esaminate, criticate e sottoposte a verifica, ma Conte nega che da quell’azione di governo possano emergere condotte illecite. Una linea difensiva che, con il passare delle ore, si è trasformata sempre più apertamente in un’offensiva politica.

Il dossier sulle mascherine Jc Electronics consegnato alla Procura

Il passaggio più inatteso dell’audizione è arrivato quando Conte ha annunciato di aver consegnato alla Procura di Roma un fascicolo ricevuto in forma anonima riguardante una fornitura di mascherine della Jc Electronics.

Secondo quanto spiegato dall’ex presidente del Consiglio, nel materiale sarebbe presente anche un verbale risalente al 2022. Conte ha precisato di aver ritenuto necessario trasmettere immediatamente la documentazione ai magistrati per consentire ogni eventuale approfondimento, evitando di presentare come accertati elementi che, allo stato, richiedono verifiche.

La vicenda è politicamente rilevante anche perché si intreccia con il contenzioso tra lo Stato e la società. Conte ha contestato la transazione che ha portato al riconoscimento di una somma di circa 100 milioni di euro a favore dell’azienda e ha chiesto che la questione venga riesaminata alla luce degli elementi da lui consegnati alla magistratura.

L’ex premier ha utilizzato il dossier anche per ribaltare l’impostazione dell’audizione: da soggetto chiamato a rispondere sulla gestione dell’emergenza a promotore di nuove domande sull’operato delle amministrazioni successive. Una strategia evidente soprattutto nel momento in cui Conte ha chiesto perché sia stata definita una transazione di tale entità prima della conclusione definitiva del confronto giudiziario.

Jc Electronics ha respinto le contestazioni, sostenendo che il documento richiamato da Conte non rappresenterebbe una novità e che sarebbe già stato esaminato nell’ambito delle controversie giudiziarie. La società ha inoltre ribadito la conformità delle mascherine e ha invitato l’ex premier, qualora disponga di elementi concreti, a sostenerli nelle sedi competenti.

Si tratta quindi di un fronte che resta aperto e sul quale occorre distinguere nettamente tra le dichiarazioni politiche delle parti e gli eventuali accertamenti della magistratura. La trasmissione di un documento alla Procura non equivale infatti alla prova di irregolarità, così come le contestazioni pubbliche non possono sostituire le verifiche degli organi competenti.

Il duello diretto con Giorgia Meloni

Terminata l’audizione, lo scontro si è spostato fuori dalla Commissione. Conte ha accusato direttamente Giorgia Meloni di essere la “regista” degli attacchi nei suoi confronti e ha invitato la presidente del Consiglio ad affrontarlo sul terreno politico, senza ricorrere a quelli che ha definito “mezzucci” e “trucchetti”.

La replica della premier è arrivata attraverso un lungo intervento pubblicato sui social. Meloni ha respinto la ricostruzione di Conte, sostenendo di non avere interesse a trasformare una tragedia che ha segnato milioni di italiani in uno scontro personale. Secondo la presidente del Consiglio, il compito della Commissione sarebbe quello di ricostruire fatti, decisioni e responsabilità senza che l’attività d’inchiesta venga delegittimata come una persecuzione politica.

Nel passaggio centrale del messaggio, Meloni ha affermato che “la verità sulla pandemia non è un attacco politico” e che conoscere quanto accaduto durante l’emergenza rappresenta un diritto dei cittadini. Ha quindi criticato Conte per la definizione di “plotone di esecuzione” attribuita alla Commissione e per l’accusa di una regia politica dietro le domande dei commissari.

La premier ha inoltre sostenuto di non comprendere perché Conte non abbia aderito fin dall’inizio alle richieste di chiarimento provenienti da chi chiedeva di ricostruire le scelte dei governi durante la pandemia. Il ragionamento di Meloni è semplice: fare domande sulla gestione di una crisi che ha provocato migliaia di vittime non dovrebbe essere considerato un attacco personale.

È proprio su questo principio, però, che Conte ha costruito la sua controreplica.

Conte risponde a Meloni e richiama il caso Delmastro

Sotto il post della presidente del Consiglio, Conte ha replicato direttamente sostenendo di essere sempre stato disponibile a rispondere nelle sedi istituzionali. Il leader del M5S ha ricordato di essersi presentato in Commissione e ha poi spostato il confronto su un altro terreno: la coerenza della maggioranza quando la richiesta di trasparenza riguarda i propri esponenti.

Conte ha richiamato in particolare il caso Andrea Delmastro, contestando a Meloni l’atteggiamento assunto dal centrodestra sulla richiesta riguardante alcune conversazioni al centro dell’attenzione della magistratura. Nel suo commento, l’ex premier ha accusato la maggioranza di aver messo uno “scudo” al parlamentare di Fratelli d’Italia e ha chiesto alla presidente del Consiglio di spiegare dove siano finite, in quella circostanza, le richieste di piena trasparenza.

Il riferimento riguarda la vicenda delle chat tra Delmastro e Mauro Caroccia, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria che ha acceso nelle settimane precedenti un duro confronto tra maggioranza e opposizione. Delmastro non risulta indagato nella vicenda e ha sempre respinto qualsiasi collegamento con ambienti criminali, affermando che la pubblicazione e il deposito delle conversazioni avrebbero contribuito a dimostrare la sua estraneità.

Il punto politico sollevato da Conte, dunque, non riguarda soltanto il merito dell’inchiesta Covid. Riguarda una domanda più ampia: il principio della trasparenza deve essere applicato nello stesso modo quando riguarda gli avversari e quando coinvolge esponenti della propria maggioranza?

Il doppio standard che alimenta l’accusa di ipocrisia

È qui che emerge la contraddizione su cui il Movimento 5 Stelle concentra l’attacco alla premier. Meloni chiede a Conte di non considerare offensiva o persecutoria la ricerca della verità, ma quando l’opposizione invoca lo stesso principio su vicende che interessano esponenti del centrodestra la risposta politica appare molto più prudente e difensiva.

Definire questo atteggiamento “ipocrisia” rappresenta naturalmente una valutazione politica, non un fatto giudiziario. Ma è proprio questa la linea scelta da Conte: mettere in evidenza quello che considera un doppio standard sulla trasparenza. Da una parte una Commissione chiamata ad analizzare in profondità ogni scelta del governo Conte durante la pandemia; dall’altra, secondo l’opposizione, una maggioranza più incline a invocare garanzie, prerogative parlamentari e cautela quando le domande riguardano esponenti del proprio schieramento.

Il punto non è negare il diritto della Commissione Covid a svolgere le proprie funzioni. Al contrario, una commissione parlamentare d’inchiesta ha il diritto e il dovere di ricostruire gli avvenimenti, esaminare documenti e ascoltare chi ricopriva responsabilità istituzionali. La questione è se la richiesta di trasparenza possa essere credibile quando non viene accompagnata da un criterio altrettanto rigoroso nelle altre vicende politicamente sensibili.

Meloni sostiene che la verità debba essere cercata senza trasformare l’inchiesta in uno scontro personale. È un principio difficilmente contestabile. Proprio per questo, però, lo stesso metro dovrebbe valere ogni volta che magistratura, Parlamento e opinione pubblica chiedono chiarimenti, indipendentemente dal colore politico delle persone coinvolte.

La credibilità dell’appello alla trasparenza dipende dalla sua universalità. Se la chiarezza è un diritto degli italiani nel caso della pandemia, deve continuare a esserlo anche quando le domande riguardano uomini e donne vicini al governo. È questa la debolezza politica che Conte prova a sfruttare nella sua risposta alla premier.

La Commissione Covid tra ricostruzione storica e battaglia politica

La seduta conferma quanto sia difficile separare l’attività della Commissione dal clima politico. La pandemia ha rappresentato uno dei momenti più traumatici della storia recente italiana: migliaia di vittime, ospedali sotto pressione, interi settori economici sospesi, scuole chiuse, limitazioni alla libertà di movimento e un sistema istituzionale costretto a prendere decisioni in tempi estremamente ridotti.

Ricostruire ciò che avvenne è quindi legittimo e necessario. Ma proprio la gravità di quella stagione rende fondamentale evitare che l’indagine parlamentare diventi soltanto un processo politico retrospettivo. La distinzione tra responsabilità politica, errori amministrativi e responsabilità giudiziaria deve rimanere netta.

Conte ha insistito su questo punto parlando di “trasparenza e rendicontazione”, ma contemporaneamente ha accusato alcuni esponenti della maggioranza di utilizzare la Commissione per delegittimare l’azione dei governi precedenti. Dal centrodestra arriva l’accusa opposta: l’ex premier starebbe tentando di sottrarsi al merito delle domande trasformando ogni contestazione in un attacco politico.

Il confronto coinvolge numerosi dossier:

  • la dichiarazione e le proroghe dello stato d’emergenza;
  • l’utilizzo dei Dpcm per introdurre restrizioni e chiusure;
  • la preparazione del sistema sanitario all’arrivo della pandemia;
  • l’approvvigionamento di mascherine e dispositivi di protezione;
  • la strategia vaccinale e il rapporto tra libertà individuale e tutela della salute pubblica;
  • l’impiego delle ingenti risorse pubbliche mobilitate durante l’emergenza;
  • le responsabilità dei diversi governi e delle amministrazioni regionali nel corso della crisi.

Su tutti questi punti sarà necessario valutare documenti, atti amministrativi e decisioni nel contesto in cui furono adottate. Una valutazione compiuta a distanza di anni dispone di informazioni che nel febbraio e nel marzo 2020 non erano disponibili. Questo non significa sottrarre le scelte al giudizio pubblico, ma evitare semplificazioni che trasformino una crisi eccezionale in una sequenza lineare di responsabilità facilmente individuabili.

Dal Covid al Recovery, Conte rivendica anche la politica europea

Nel corso dell’audizione Conte ha allargato il discorso alla dimensione europea, ricordando il confronto che accompagnò la sospensione del Patto di stabilità e la successiva costruzione del programma che avrebbe portato al Recovery Fund.

L’ex premier ha rivendicato quella fase come uno dei risultati più importanti della propria esperienza di governo e l’ha utilizzata per attaccare le scelte dell’attuale esecutivo sia sul nuovo quadro delle regole fiscali europee sia sul piano di rafforzamento della difesa comune.

Il passaggio conferma la natura ormai apertamente politica del confronto. La Commissione nasce per ricostruire la gestione dell’emergenza sanitaria, ma l’audizione di Conte è diventata anche un confronto tra due differenti stagioni di governo e due leadership che si preparano a contendersi il consenso nel campo nazionale.

Lo scontro continuerà a settembre

L’audizione non chiude il dossier. Conte tornerà davanti alla Commissione il 14 settembre, quando il confronto proseguirà con nuove domande e approfondimenti. È probabile che tornino al centro sia la gestione dell’emergenza sia la vicenda delle forniture di dispositivi di protezione.

Nel frattempo il duello con Meloni sembra destinato a proseguire sui social e nelle dichiarazioni pubbliche. La presidente del Consiglio ha scelto di presentare l’attività della Commissione come una ricerca della verità dovuta alle vittime e ai cittadini. Conte ha risposto trasformando quella stessa parola, “verità”, in un argomento contro il governo.

La domanda politica che resta sul tavolo è quindi più ampia della singola audizione: la trasparenza può essere invocata soltanto contro gli avversari oppure deve diventare una regola valida per tutti? È su questa contraddizione che si misura la forza della replica di Conte e, allo stesso tempo, la vulnerabilità del messaggio scelto da Meloni.

La Commissione Covid ha certamente il diritto di chiedere all’ex presidente del Consiglio conto delle sue decisioni. Conte ha il dovere di rispondere e i commissari hanno il diritto di contestarlo. Ma lo stesso principio rende politicamente difficile sostenere che ogni richiesta di chiarimento sia sacrosanta quando riguarda il passato e diventi invece un attacco, una forzatura o una “macchina del fango” quando tocca uomini della maggioranza.

È questo il vero terreno dello scontro tra Conte e Meloni: non soltanto ciò che accadde durante la pandemia, ma chi possa rivendicare oggi con maggiore coerenza il principio della trasparenza. Un confronto che, dopo la lunga audizione di agosto, è appena cominciato.