Costi elevati, rimpatri irrilevanti e nessun effetto deterrente: il modello Albania si dimostra un fallimento operativo e politico
A distanza di mesi dall’avvio dell’accordo con l’Albania, i dati aggiornati sugli sbarchi e sui rimpatri confermano che la strategia voluta dal governo italiano non ha prodotto gli effetti annunciati: gli arrivi via mare crescono, i costi per la gestione dei centri sono elevatissimi, mentre i rimpatri restano esigui.
Una strategia di facciata: i numeri smentiscono la retorica
Quando fu presentato l’accordo Italia-Albania, la promessa era chiara: frenare gli sbarchi, accelerare i rimpatri, alleggerire il sistema italiano di accoglienza. I fatti, però, raccontano un’altra storia. I dati più recenti mostrano che nel periodo agosto 2024–luglio 2025 gli sbarchi in Italia hanno superato quota 73.000, riportando i livelli ai massimi degli ultimi anni.
Nel solo primo semestre del 2025, oltre 21.000 migranti sono sbarcati sulle coste italiane, con un aumento del 136% rispetto allo stesso periodo del 2024. È evidente che non si è verificato alcun effetto deterrente da parte dell’operazione in Albania.

Costi fuori scala e utilizzo minimo
Il modello albanese si fonda su due strutture: una di accoglienza a Shengjin, destinata a gestire le prime fasi degli arrivi, e una di detenzione a Gjader, con funzione simile a quella dei CPR italiani. A oggi, i numeri dimostrano che il rapporto tra costi sostenuti e risultati ottenuti è sbilanciato in modo allarmante.
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Il costo complessivo per l’allestimento e l’avvio operativo dei centri ha superato i 74 milioni di euro.
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Il costo stimato per ogni posto letto si aggira sui 153.000 euro, sette volte superiore a quello di strutture simili in Italia.
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Il centro è rimasto operativo per appena cinque giorni tra novembre e dicembre 2024, per accogliere meno di 25 persone.
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Il costo medio giornaliero sostenuto per questi giorni di attività è stato di 114.000 euro.
A fronte di questi investimenti, il ritorno in termini di prevenzione dei flussi migratori è stato nullo. Si tratta, di fatto, di una spesa pubblica ingiustificabile sul piano dell’efficienza.
Rimpatri: il grande buco nero della politica migratoria
Nonostante le promesse, anche sul fronte dei rimpatri il bilancio è deludente. I centri albanesi avrebbero dovuto consentire un’accelerazione dei procedimenti di espulsione, ma i dati ufficiali indicano che:
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Solo circa 150 persone sono state trasferite in Albania nei primi otto mesi di attività dell’accordo.
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In molti casi, i migranti sono stati rimpatriati in Italia per motivi sanitari o amministrativi, invalidando l’intera operazione.
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In parallelo, nei CPR italiani il tasso di esecuzione degli ordini di rimpatrio è sceso al 10,4%, il livello più basso da oltre un decennio.
Il sistema, quindi, non funziona né sul territorio nazionale né all’estero, e continua a mostrare tutte le sue falle strutturali.
Il contesto legale: dubbi crescenti e rischio di sanzioni
L’accordo con l’Albania ha sollevato perplessità giuridiche fin dal suo annuncio. Le critiche principali si concentrano su due aspetti:
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La compatibilità con il diritto europeo, in particolare con le norme sulla detenzione amministrativa fuori dal territorio UE.
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Il rispetto dei diritti fondamentali, in assenza di controlli diretti da parte delle autorità giudiziarie italiane.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha recentemente stabilito che non sussistono le condizioni di urgenza per autorizzare la piena operatività dei centri, rimandando ogni decisione definitiva a un giudizio successivo. La situazione resta sospesa, ma le critiche si moltiplicano.
Le rotte migratorie non si fermano
I dati confermano che le principali rotte migratorie verso l’Italia restano attive e in espansione:
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La rotta tunisina continua a essere tra le più trafficate, con migliaia di partenze dal Nordafrica.
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In crescita anche gli arrivi da Libia, Guinea, Costa d’Avorio e Bangladesh.
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Si moltiplicano i tentativi di ingresso anche dalle rotte orientali via Turchia e Balcani.
Il quadro suggerisce che l’approccio securitario non basta. Gli accordi bilaterali, in assenza di una strategia multilaterale e strutturale, non incidono sulle cause alla base delle migrazioni.
Un modello al collasso: cosa non ha funzionato
Il progetto Albania, presentato come modello “esportabile” a livello europeo, mostra tutti i suoi limiti:
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Scarsa trasparenza nella selezione e trasferimento dei migranti.
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Tempi di trattenimento eccessivi rispetto ai termini di legge.
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Procedure legali incerte e poco garantiste.
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Assenza di controlli indipendenti sul rispetto dei diritti umani.
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Critiche trasversali da parte di associazioni, giuristi, istituzioni europee e opinione pubblica.
Conclusione: tra fallimento operativo e danno politico
La scelta di puntare sul modello albanese si sta rivelando non solo inefficace, ma dannosa, anche sul piano politico. Le aspettative costruite attorno a questo progetto si stanno sgretolando di fronte a una realtà fatta di:
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Sbarchi in aumento.
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Rimpatri al minimo storico.
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Costi elevatissimi per la collettività.
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Dubbi crescenti di legalità e legittimità.
Nel dibattito pubblico si fa strada l’idea che sia necessaria una profonda revisione dell’approccio italiano alla gestione dei flussi migratori, orientata alla cooperazione, alla pianificazione a lungo termine e al rispetto dei diritti fondamentali.

