Cecilia Sala: un viaggio nell’angoscia e nella speranza dal carcere di Evin

La giornalista racconta i venti giorni di detenzione in Iran, le difficoltà del carcere e l’inattesa liberazione, celebrando il suo amore per il Paese e per il giornalismo.

Cecilia Sala, giornalista e voce del celebre podcast Stories, ha condiviso nel suo ultimo episodio l’esperienza traumatica vissuta in Iran, dove è stata detenuta nel famigerato carcere di Evin per venti giorni. Con una narrazione intensa e ricca di dettagli, Sala ha portato il pubblico a rivivere i momenti più difficili della sua prigionia, ma anche quelli di resilienza e speranza.


L’arresto: un evento improvviso e inspiegabile

Nel racconto della giornalista, l’arresto è avvenuto senza preavviso. “Ero nella mia camera d’albergo, stavo lavorando, e hanno bussato alla porta. Pensavo fossero addetti alle pulizie, ma erano agenti”, ha ricordato. Dopo un iniziale momento di confusione, Sala è stata portata via. “Speravo fosse una cosa rapida, ma capii subito, dalle prime domande, che non sarebbe stato così”.

L’arresto sembrava collegato al caso di un ingegnere iraniano detenuto in Italia, Mohammad Abedini Najafabadi. “Nella mia mente, avevo chiara l’ipotesi che potessero usarmi come pedina per uno scambio”, ha spiegato, sottolineando quanto fosse consapevole della gravità della situazione.


La vita in isolamento: silenzio e privazioni

Il carcere di Evin, noto per le condizioni dure e le violazioni dei diritti umani, è diventato lo sfondo della sua lotta quotidiana. Cecilia ha descritto le difficoltà dell’isolamento: “Non avevo occhiali, penne, libri. Mi sembrava di impazzire. Non potevo nemmeno avere il Corano, che avevo chiesto come unico libro in inglese”.

Senza nulla da fare, il tempo sembrava infinito: “Un’ora era una settimana. La cosa che più desideravo era un libro, qualcosa che mi portasse fuori dalla mia storia”. La sua richiesta di una penna e di carta è stata negata per ragioni di sicurezza: “Temevano che potessi trasformarli in armi”.

La giornalista è riuscita a trovare sollievo solo in piccoli momenti: “Ho riso due volte in venti giorni. La prima quando ho visto il cielo, la seconda per un uccellino che faceva un verso buffo”. Ha anche ricordato come il silenzio fosse il nemico peggiore: “In quelle due occasioni ho sentito una gioia intensa, e ho pianto di felicità”.


Interrogatori quotidiani e accuse non definite

Durante la prigionia, Cecilia Sala è stata sottoposta a interrogatori quotidiani, soprattutto nelle prime due settimane. “Ogni giorno mi interrogavano. Mi accusavano di cose vaghe e mai chiarite. Mi dicevano che ero colpevole di atti illeciti in luoghi diversi, ma non specificavano”.

Sala ha ammesso di aver considerato il rischio di essere arrestata prima di partire per l’Iran: “Mi sono rimproverata di non aver ascoltato meglio i consigli di chi mi diceva di stare attenta. Ma il nuovo governo sembrava più aperto, avevano concesso visti anche a giornalisti stranieri come quelli della CNN e di Paris Match”.


Il senso di colpa della libertà

Un aspetto emotivamente difficile per Sala è stato il senso di colpa provato nei confronti dei compagni di cella che avrebbe lasciato dietro di sé. “C’è una donna, Farzanè, con cui ho condiviso gli ultimi giorni. Pensare a come dirle che io sarei stata liberata e lei no è stato devastante”, ha raccontato.

Nel podcast, ha mostrato profonda gratitudine verso chi si batte per i diritti umani: “Sono grata alle persone che lavorano per aiutare chi si trova nelle condizioni in cui ero io. Penso a chi resta in carcere per anni, e il mio cuore è con loro”.


La liberazione: un sollievo inatteso

La svolta è arrivata l’8 gennaio 2025, quando una guardia del carcere le ha comunicato che sarebbe stata liberata. “Non ho mai pensato che mi avrebbero lasciata andare così presto”. Sala è stata trasferita direttamente all’aeroporto, dove ha incontrato il primo italiano che le ha confermato che stava tornando a casa.

Pur avendo vissuto un’esperienza drammatica, Sala ha dichiarato che il suo amore per l’Iran non è cambiato: “Non tornerò più, ma continuerò ad amare questo Paese nella sua complessità”.


Cecilia Sala e il potere della narrazione

La vicenda di Cecilia Sala si intreccia con il successo del podcast Stories, che festeggia tre anni di attività proprio con l’episodio speciale sulla sua detenzione. Con oltre 690 episodi, Stories ha portato all’attenzione del pubblico storie da tutto il mondo, dimostrando che il giornalismo narrativo può essere uno strumento potente di informazione e empatia.

“Con il suo lavoro, Cecilia ha raccontato il mondo, aiutandoci a comprendere le dinamiche di luoghi lontani”, si legge in una nota di Chora Media.


L’impatto globale

La testimonianza di Sala non è solo un racconto personale, ma un monito per il mondo intero. La sua esperienza sottolinea i rischi che molti giornalisti affrontano per raccontare la verità, soprattutto in Paesi dove la libertà di stampa è minacciata.