Il gasolio supera il massimo registrato nel 2022, mentre anche la benzina continua a salire. Sul prezzo finale pesano petrolio, tensioni internazionali e tasse, in un Paese dove i salari reali restano indietro
Il prezzo del gasolio ha raggiunto un nuovo record storico in Italia, superando persino il livello toccato nel marzo 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Sulla rete stradale nazionale il diesel in modalità self-service è arrivato mediamente a 2,161 euro al litro, mentre la benzina ha raggiunto 1,968 euro al litro. In autostrada i valori sono ancora più elevati: circa 2,228 euro per il gasolio e 2,059 euro per la benzina.
Numeri che riportano al centro del dibattito il peso della tassazione sui carburanti e anche le promesse politiche del passato. Tra queste c’è il celebre video pubblicato da Giorgia Meloni nel 2019, quando l’attuale presidente del Consiglio, allora all’opposizione, si fermò davanti a un distributore per mostrare quanto accise e Iva incidessero sul prezzo della benzina.
In quel filmato Meloni sosteneva che lo Stato incassasse una quota enorme sul prezzo di ogni litro e chiedeva di intervenire eliminando progressivamente le accise. Il video è tornato più volte a circolare dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi, soprattutto nei periodi in cui benzina e gasolio hanno registrato nuovi rincari. Il confronto tra le dichiarazioni di allora e le scelte compiute al governo rappresenta oggi uno dei punti politicamente più delicati della nuova emergenza carburanti.
Quanto costa un pieno di benzina o gasolio
Con i prezzi medi registrati il 24 luglio 2026, per riempire un serbatoio da 50 litri occorrono oltre 108 euro nel caso di un’automobile diesel e circa 98,40 euro per un veicolo a benzina. Il divario tra i due carburanti è quindi vicino ai dieci euro per ogni pieno.
| Carburante | Prezzo medio al litro | Costo pieno da 50 litri |
|---|---|---|
| Gasolio in Italia | 2,161 euro | 108,05 euro |
| Benzina in Italia | 1,968 euro | 98,40 euro |
| Gasolio in autostrada | 2,228 euro | 111,40 euro |
| Benzina in autostrada | 2,059 euro | 102,95 euro |
La situazione appare particolarmente anomala per il diesel. Per molti anni il gasolio è stato scelto soprattutto dagli automobilisti che percorrevano lunghe distanze, perché costava sensibilmente meno della benzina. Oggi il rapporto si è rovesciato: il diesel è diventato il carburante più costoso e il suo prezzo ha superato di circa 19 centesimi al litro quello della benzina.
Rispetto all’inizio di luglio, quando il gasolio si trovava intorno a 1,887 euro al litro, l’aumento è stato di circa 27,4 centesimi in meno di tre settimane, pari al 14,5%. Nello stesso periodo la benzina è passata da circa 1,810 a 1,968 euro al litro, con una crescita vicina al 9%.
Il video del 2019 sulle accise
Il ritorno del caro carburanti ha inevitabilmente riportato alla memoria il video realizzato da Giorgia Meloni nel 2019, durante la campagna per le elezioni europee. Nel filmato, girato davanti a una pompa di benzina, la leader di Fratelli d’Italia spiegava in maniera molto diretta la composizione del prezzo pagato dagli automobilisti.
Meloni indicava il prezzo esposto dal distributore e sottolineava come una parte rilevante non dipendesse dal costo industriale del carburante, ma fosse costituita da accise e Iva. L’obiettivo dichiarato era quello di ridurre progressivamente queste imposte, utilizzando le maggiori entrate dello Stato per restituire risorse agli automobilisti.
Il video divenne uno dei contenuti più conosciuti della comunicazione politica di Meloni. Una volta diventata presidente del Consiglio, tuttavia, la promessa si è scontrata con le esigenze dei conti pubblici. Nel gennaio 2023, quando il governo decise di non prorogare lo sconto sulle accise introdotto dall’esecutivo precedente, la premier riconobbe l’esistenza del filmato e spiegò che nel frattempo il contesto economico era cambiato.
Meloni affermò di ritenere ancora giusto, in linea di principio, un taglio delle accise, ma sostenne che le risorse necessarie avrebbero dovuto essere sottratte ad altri interventi. Tra le priorità indicate vi erano il finanziamento della sanità, gli aiuti alle famiglie contro il caro bollette e il sostegno alle piccole e medie imprese.
La spiegazione può essere valutata sul piano delle compatibilità di bilancio, ma il problema politico rimane. Quando era all’opposizione, Meloni presentava le accise come un peso ingiustificato da eliminare; una volta al governo, le stesse entrate fiscali sono state considerate indispensabili per finanziare altre spese pubbliche.
Il contrasto tra i due momenti non può essere cancellato. Da una parte esiste la necessità concreta di trovare coperture finanziarie; dall’altra resta una promessa molto chiara, pronunciata mentre si chiedeva il voto agli elettori. Con il gasolio oltre 2,16 euro al litro, quel filmato è destinato nuovamente a diventare uno dei simboli del confronto politico sul caro carburanti.
Perché benzina e diesel costano tanto in Italia
Il prezzo pagato alla pompa nasce dalla somma di diversi elementi. Una parte è rappresentata dal costo della materia prima, un’altra dalla raffinazione e dalla distribuzione. A queste componenti si aggiungono le imposte, che in Italia hanno un peso particolarmente elevato.
Le voci principali sono:
- prezzo internazionale del petrolio e dei prodotti raffinati;
- cambio tra euro e dollaro;
- costi di raffinazione, trasporto e stoccaggio;
- margine della rete di distribuzione;
- accise applicate su ogni litro;
- Iva al 22% calcolata sull’intero importo.
Le accise sono imposte fisse: non dipendono direttamente dal prezzo del petrolio, ma vengono applicate a ogni litro venduto. L’Iva, invece, è percentuale e viene calcolata anche sulla quota rappresentata dalle accise. Per questo si parla spesso di una tassazione applicata su un’altra imposta.
Quando il prezzo industriale aumenta, cresce anche il valore assoluto dell’Iva incassata dallo Stato. Le accise restano invece presenti anche quando il petrolio diminuisce. Questo meccanismo contribuisce a spiegare perché i ribassi internazionali non sempre vengano percepiti con la stessa intensità dagli automobilisti italiani.
La scadenza dello sconto e il nuovo aumento
Il nuovo record del gasolio è arrivato dopo la conclusione della riduzione temporanea delle accise. Lo sconto, pari a circa 6,1 centesimi al litro considerando anche l’Iva, è terminato il 3 luglio 2026. Dal giorno successivo benzina e diesel hanno subito un primo aumento automatico.
A questo effetto fiscale si sono poi aggiunte le tensioni internazionali e il rialzo dei prodotti petroliferi. Il diesel ha risentito più della benzina delle difficoltà sul mercato dei distillati, arrivando rapidamente sopra la soglia dei due euro anche sulla rete ordinaria.
Il mancato rinnovo dello sconto rappresenta una scelta precisa: mantenere la riduzione avrebbe richiesto nuove coperture economiche. Il governo ha preferito non prolungare l’intervento, nonostante il rischio che il rincaro producesse conseguenze sulle famiglie e sulle imprese.
Il confronto con la media europea
Alla metà di luglio 2026, prima dell’ultima accelerazione, la media dell’Unione europea si collocava intorno a 1,754 euro al litro per la benzina e 1,751 euro per il diesel. Il confronto deve essere letto con cautela, perché i prezzi cambiano rapidamente e le rilevazioni nazionali non sempre si riferiscono alla stessa giornata. La distanza rispetto ai valori italiani resta comunque evidente.
| Area | Benzina al litro | Gasolio al litro |
|---|---|---|
| Italia, 24 luglio 2026 | 1,968 euro | 2,161 euro |
| Media UE, 13 luglio 2026 | 1,754 euro | 1,751 euro |
| Differenza indicativa | +0,214 euro | +0,410 euro |
Su un pieno da 50 litri, utilizzando questi valori come confronto indicativo, la maggiore spesa italiana sarebbe superiore a 10 euro per la benzina e a 20 euro per il gasolio. Il divario dipende sia dalla tassazione sia dall’andamento particolarmente sfavorevole del mercato italiano del diesel.
Non sarebbe corretto sostenere che l’Italia abbia sempre e in ogni momento i prezzi più alti d’Europa. In alcune fasi Paesi come Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Germania o Francia possono registrare valori superiori. Il vero problema emerge mettendo insieme tre elementi: prezzo assoluto, pressione fiscale e livello dei salari.
Il paradosso italiano degli stipendi
Affermare che l’Italia abbia gli stipendi più bassi di tutta l’Unione europea sarebbe impreciso. In diversi Paesi dell’Europa orientale le retribuzioni nominali sono inferiori. L’Italia, però, presenta salari decisamente più bassi rispetto alle maggiori economie dell’Europa occidentale e una dinamica retributiva particolarmente debole.
Il dato più significativo riguarda i salari reali, cioè le retribuzioni corrette per l’aumento dei prezzi. All’inizio del 2025 il potere d’acquisto degli stipendi italiani risultava ancora inferiore del 7,5% rispetto ai livelli dei primi mesi del 2021: la perdita più consistente tra le principali economie dell’area Ocse.
La situazione non appare destinata a migliorare rapidamente. Le più recenti valutazioni internazionali indicano per l’Italia una possibile riduzione dei salari reali dello 0,9% nel 2026, seguita da un incremento molto contenuto nel 2027. Anche nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni reali risultavano ancora inferiori di oltre il 2% rispetto ai livelli precedenti alla grande ondata inflazionistica.
Nel frattempo il costo medio del lavoro nell’Unione europea è arrivato nel 2025 a 34,9 euro l’ora, mentre nell’area euro ha raggiunto 38,2 euro. L’Italia non solo si colloca sotto molte economie occidentali, ma nello stesso anno ha registrato una crescita del costo orario del lavoro del 3,2%, tra le più contenute dell’area euro.
Questo significa che un prezzo del carburante simile a quello di un Paese del Nord Europa pesa molto di più sul bilancio di una famiglia italiana. Un automobilista olandese, danese o tedesco può pagare in alcuni periodi un litro di carburante quanto o più di un italiano, ma dispone mediamente di un reddito superiore.
Il costo reale di benzina e diesel non si misura soltanto in euro al litro, ma nel numero di ore di lavoro necessarie per acquistare un pieno. Ed è proprio su questo confronto che l’Italia mostra una delle sue maggiori fragilità.
Perché i salari italiani crescono poco
La debolezza degli stipendi italiani è il risultato di problemi strutturali accumulati nel corso di decenni. Tra i fattori più importanti si possono indicare:
- la bassa crescita della produttività;
- la limitata dimensione media delle imprese;
- gli insufficienti investimenti in innovazione e formazione;
- il ritardo nel rinnovo di numerosi contratti collettivi;
- l’elevato cuneo fiscale sul lavoro;
- la diffusione di contratti precari e lavoro discontinuo;
- la presenza di settori a basso valore aggiunto;
- la debole partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno.
Ne deriva un sistema nel quale molti prezzi si avvicinano rapidamente ai livelli dei Paesi più ricchi, mentre gli stipendi recuperano con grande difficoltà l’inflazione. Carburanti, energia, affitti e alimentari aumentano con dinamiche europee; le retribuzioni, invece, restano spesso ancorate a un’economia che cresce poco.
L’aumento del diesel colpisce tutta l’economia
Il caro gasolio non riguarda soltanto chi possiede un’automobile diesel. In Italia la maggior parte delle merci viene trasportata su strada. Un aumento del carburante si trasferisce quindi sui costi di camion, furgoni, aziende agricole, imprese artigiane e servizi di consegna.
Quando cresce il prezzo del diesel, aumentano i costi per portare i prodotti nei supermercati, rifornire i negozi, movimentare le materie prime e distribuire i beni industriali. Una parte di questi rincari viene inevitabilmente scaricata sui prezzi finali, creando un possibile nuovo impulso all’inflazione.
Il problema è particolarmente grave per le aree interne e per i piccoli comuni, dove il trasporto pubblico è spesso insufficiente. Per milioni di lavoratori l’automobile non rappresenta una scelta, ma uno strumento indispensabile per raggiungere il posto di lavoro, una scuola, un ospedale o un servizio pubblico.
Un pieno da oltre cento euro assume così la forma di una tassa sulla mobilità obbligata. Colpisce in misura maggiore le famiglie che vivono lontano dai grandi centri e che dispongono di redditi medio-bassi.
Tagliare le accise è davvero possibile
Ridurre le accise produrrebbe un effetto immediato sul prezzo alla pompa, ma avrebbe un costo elevato per il bilancio dello Stato. Le imposte sui carburanti garantiscono ogni anno entrate per miliardi di euro, utilizzate per finanziare l’insieme della spesa pubblica e non una singola voce specifica.
È questo il punto sul quale si è concentrata la difesa di Meloni dopo la formazione del governo. Eliminare o ridurre in modo strutturale le accise significa trovare entrate alternative, aumentare altre imposte oppure ridurre la spesa pubblica.
Ciò non rende però il sistema attuale inevitabile. Il governo potrebbe adottare strumenti più selettivi, come le accise mobili, utilizzando il maggiore gettito Iva prodotto dal rialzo del petrolio per ridurre temporaneamente la tassazione. Potrebbe inoltre concentrare gli aiuti su lavoratori pendolari, famiglie a basso reddito, autotrasportatori e imprese maggiormente esposte.
Un taglio indiscriminato favorirebbe anche chi possiede veicoli molto potenti e consuma grandi quantità di carburante. Un intervento mirato potrebbe invece ridurre il costo sociale della crisi senza produrre lo stesso impatto sui conti pubblici.
La distanza tra opposizione e governo
Il video del 2019 resta politicamente rilevante perché mostra quanto sia diversa la prospettiva di chi si trova all’opposizione rispetto a chi deve governare. Denunciare il peso delle accise è semplice; rinunciare a miliardi di entrate senza creare un buco nel bilancio è molto più complesso.
Questo passaggio, tuttavia, non può diventare una giustificazione automatica per ogni promessa non mantenuta. Chi chiede il consenso degli elettori dovrebbe presentare proposte accompagnate da coperture realistiche, soprattutto quando riguarda imposte che rappresentano una fonte strutturale di entrate per lo Stato.
Il caro carburanti del luglio 2026 riporta quindi Giorgia Meloni davanti alle parole pronunciate sette anni prima. Allora chiedeva di eliminare progressivamente le accise; oggi guida un governo che, dopo una riduzione temporanea, ha lasciato scadere lo sconto mentre il diesel raggiungeva un nuovo massimo storico.
Il confronto non dimostra da solo che tutte le responsabilità dei rincari appartengano al governo. Il prezzo dei carburanti dipende anche dal petrolio, dalla raffinazione, dai mercati internazionali e dalle crisi geopolitiche. Dimostra però che la promessa di intervenire sulla tassazione non ha trovato una realizzazione strutturale.
Prezzi da Paese ricco, salari che perdono terreno
Il nodo centrale resta il rapporto tra il costo dell’energia e il reddito delle famiglie. In Italia benzina e diesel vengono tassati come beni capaci di garantire un gettito stabile, ma per una parte significativa della popolazione sono beni indispensabili.
Quando il diesel supera 2,16 euro e la benzina si avvicina a due euro, il problema non riguarda soltanto il mercato petrolifero. Riguarda la qualità dei trasporti pubblici, la struttura produttiva, la politica fiscale e la capacità degli stipendi di difendere il potere d’acquisto.
L’Italia non ha i salari nominali più bassi dell’intera Europa, ma resta molto indietro rispetto alle economie con cui normalmente si confronta. Il paradosso è quindi evidente: molte famiglie affrontano prezzi e tasse da grande economia occidentale con retribuzioni che negli ultimi anni hanno subito una delle peggiori perdite reali tra i Paesi avanzati.
Finché non verranno affrontati insieme il peso delle imposte, la debolezza salariale e la dipendenza dal trasporto su strada, ogni nuova crisi internazionale continuerà a trasformarsi rapidamente in una stangata per automobilisti, pendolari e imprese.



