Carburante per aerei razionato in quattro aeroporti italiani: l’effetto della crisi in Medio Oriente arriva negli scali del Nord Italia

Air BP Italia ha emesso un Notam con restrizioni operative fino al 9 aprile a Bologna, Linate, Treviso e Venezia. Ryanair e Lufthansa lanciano l’allarme per l’estate, mentre la IATA ricorda che l’Europa dipende dal Golfo per il 30% del suo fabbisogno di cherosene.

La guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno prodotto il loro primo effetto concreto sul trasporto aereo italiano: dall’inizio di aprile sono scattate le prime limitazioni nella distribuzione di carburante per i voli in quattro aeroporti del Nord Italia. A renderlo noto è stata Air BP Italia, divisione italiana del colosso petrolifero britannico BP, che ha emesso un apposito bollettino aeronautico indirizzato alle compagnie aeree. Se la situazione geopolitica non dovesse risolversi rapidamente, gli esperti del settore avvertono che le ripercussioni potrebbero farsi sentire ben oltre la Pasqua, arrivando a compromettere la stagione estiva.


 

Il Notam: cos’è e cosa prevede

Tutto è cominciato con un documento tecnico, un Notam — acronimo di Notice to Airmen — il bollettino ufficiale attraverso cui gli operatori del settore comunicano alle compagnie aeree le criticità operative sugli scali. Air BP Italia ne ha emesso uno che riguarda quattro aeroporti: Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia, con validità fino al 9 aprile 2026.

Il Notam stabilisce una gerarchia precisa nelle priorità di rifornimento. Verranno serviti per primi i voli ambulanza, i voli di Stato e le rotte con durata superiore alle tre ore. Per tutti gli altri voli è previsto un contingentamento: a Bologna e Venezia il tetto massimo per aeromobile è fissato a 2.000 litri, mentre a Treviso il limite sale a 2.500 litri. Per quanto riguarda Milano Linate, il Notam segnala restrizioni senza tuttavia indicare un tetto quantitativo preciso.

La situazione più delicata, stando ai documenti tecnici, riguarda l’aeroporto di Venezia: è l’unico scalo per cui il Notam contiene una raccomandazione esplicita ai piloti, invitandoli a fare rifornimento prima dell’arrivo allo scalo lagunare.


 

Il Gruppo Save rassicura: “Nessun allarmismo”

Il Gruppo Save, gestore degli aeroporti veneti di Venezia, Treviso e Verona, ha tenuto a ridimensionare la portata delle restrizioni. In un comunicato ufficiale, la società ha precisato che le limitazioni segnalate da Air BP Italia “non sono significative” e che il problema riguarda esclusivamente un singolo fornitore, mentre negli scali del gruppo operano altri operatori in grado di rifornire la grande maggioranza dei vettori.

La nota conclude con una rassicurazione per i passeggeri: nessuna limitazione è prevista per i voli intercontinentali e per le rotte nell’area Schengen, e l’operatività degli scali è garantita senza allarmismi. Un messaggio che punta a evitare reazioni di panico alla vigilia del lungo weekend pasquale.


 

Ryanair: scorte garantite fino a maggio, ma l’estate è a rischio

Ben più preoccupata appare la posizione di Ryanair, tra i principali vettori low cost europei e uno dei maggiori consumatori di carburante per aerei del continente. La compagnia irlandese ha dichiarato di non prevedere carenze nel breve periodo, con le proprie forniture assicurate fino alla metà o fine maggio. Ma ha tracciato due scenari nettamente contrapposti per il futuro.

Il primo, quello ottimistico: se il conflitto in Iran si concludesse rapidamente e lo Stretto di Hormuz venisse riaperto entro la metà o la fine di aprile, le forniture non subirebbero interruzioni. Il secondo, ben più cupo: se la chiusura dello stretto si protraesse fino a maggio o giugno, la compagnia non esclude rischi concreti per l’approvvigionamento di carburante in diversi aeroporti europei.

Sul fronte dei prezzi, Ryanair ha già registrato un raddoppio del costo del carburante nel solo mese di marzo, e ha avvisato apertamente che questi aumenti saranno trasferiti sui biglietti aerei nella stagione post-pasquale e durante l’estate. Il consiglio della compagnia ai passeggeri è esplicito: prenotare il prima possibile per proteggersi da rincari che si preannunciano inevitabili.


 

Lufthansa: già difficoltà in Asia, l’Europa è esposta

Ad alzare la voce in Europa non è stata soltanto Ryanair. Anche Lufthansa ha lanciato il proprio allarme, con la responsabile Tecnologia e IT del gruppo, Grazia Vittadini, che in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt ha confermato l’esistenza di difficoltà già operative in alcuni scali asiatici. La manager ha inoltre precisato che la compagnia tedesca si è cautelata tramite contratti derivati sull’80% del proprio fabbisogno annuo di carburante per il 2026, ma ha ammesso che i rincari stanno comunque avendo un impatto anche su Lufthansa.

Il dato elaborato da Bloomberg aiuta a capire la portata del problema: i principali vettori europei — tra cui Lufthansa, Ryanair e Air France — coprono in media, tramite strumenti finanziari derivati, circa il 70% del fabbisogno annuo di carburante. Ma questi contratti proteggono dalle oscillazioni di prezzo, non dalla mancanza fisica del prodotto. E proprio qui sta il punto più critico della crisi attuale.


 

La dipendenza europea dal Golfo Persico

Il quadro di vulnerabilità dell’aviazione europea è strutturale, non congiunturale. La IATA — International Air Transport Association, l’associazione internazionale del trasporto aereo — aveva già segnalato il problema in un rapporto pubblicato a novembre 2025, ancor prima dello scoppio del conflitto con l’Iran. Nel documento, l’associazione sottolineava che l’Europa importa circa il 30% del proprio fabbisogno di carburante per aerei dalla regione del Golfo Persico. Una quota significativa che oggi, con lo Stretto di Hormuz interdetto alla navigazione, si trova improvvisamente a rischio.

La IATA aveva anche messo in evidenza come la capacità di raffinazione per il cherosene aeronautico — il cosiddetto Jet A-1 — sia in calo in Europa, e come alcune aree del continente soffrano già di infrastrutture carenti per questo tipo di lavorazione. L’associazione aveva invitato i governi e le imprese del settore a pianificare la sostituzione delle raffinerie chiuse negli ultimi anni. Un appello che, alla luce di quanto sta accadendo, suona oggi come una profezia inascoltata.


 

Il cherosene Jet A-1: il carburante che muove l’aviazione mondiale

Per comprendere la portata della crisi è utile chiarire di quale prodotto si stia parlando. Il Jet A-1 è la tipologia di cherosene universalmente impiegata nell’aviazione commerciale mondiale. Si tratta di un derivato del petrolio greggio ottenuto attraverso un processo di raffinazione specifico, con caratteristiche fisiche e chimiche molto precise: un punto di congelamento molto basso (essenziale ad alta quota), una densità energetica elevata e una bassa volatilità che ne garantisce la sicurezza nelle operazioni a terra.

A differenza dei carburanti per autoveicoli, il Jet A-1 non può essere sostituito con alternative facilmente reperibili sul mercato, il che rende le catene di approvvigionamento dell’aviazione particolarmente vulnerabili a interruzioni nelle rotte commerciali internazionali. Lo Stretto di Hormuz, che connette il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e all’Oceano Indiano, è uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo: attraverso di esso transita circa il 20% del commercio petrolifero globale.


 

Le conseguenze per i passeggeri: prezzi in rialzo e incertezza sui voli estivi

Per i viaggiatori, le implicazioni di questa crisi si traducono principalmente in aumento delle tariffe aeree e, nei possibili scenari peggiori, in riduzione dei voli disponibili nella stagione estiva. Il carburante rappresenta tipicamente tra il 20% e il 30% dei costi operativi di una compagnia aerea, con punte ancora più elevate per le compagnie low cost — che storicamente praticano tariffe più basse proprio grazie all’efficienza operativa e alla gestione oculata dei costi fissi.

Con i prezzi del cherosene che, stando alle dichiarazioni di Ryanair, sono raddoppiati nel solo mese di marzo, l’impatto sul settore rischia di essere molto rilevante. Non tutte le compagnie si trovano nella stessa condizione: chi ha stipulato contratti di copertura (hedging) con largo anticipo è al momento più protetto, ma questi contratti hanno una durata limitata e non garantiscono la consegna fisica del prodotto.

I viaggiatori che stanno pianificando vacanze estive farebbero bene a considerare la prenotazione anticipata, non tanto per ragioni di disponibilità dei posti, ma per proteggersi da potenziali rincari significativi nei prossimi mesi. Il settore del turismo organizzato è tra i più esposti: le agenzie di viaggio che hanno già venduto pacchetti a prezzi fissi potrebbero trovarsi a dover assorbire margini sempre più ridotti, o a rinegoziare le condizioni con i fornitori di trasporto.


 

La situazione geopolitica: la guerra in Iran e lo stretto di Hormuz

Al centro della crisi c’è il conflitto tra Iran e Stati Uniti, che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale. Si tratta di uno degli scenari più temuti dagli analisti energetici globali da decenni: una strozzatura di appena 33 chilometri di larghezza nel punto più stretto, attraverso cui scorre una quota enorme delle esportazioni petrolifere mondiali, in particolare quelle di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran stesso.

La chiusura dello stretto ha effetti immediati sui mercati: i prezzi del greggio sono saliti bruscamente, trascinando con sé quelli di tutti i derivati, cherosene compreso. Le navi cisterna che normalmente percorrono questa rotta sono costrette a cercare rotte alternative — molto più lunghe e costose — oppure a restare ferme, accumulando ritardi che si traducono in carenza di offerta sui mercati di destinazione.

Per l’Europa, che dipende dal Golfo Persico per una quota rilevante delle proprie importazioni energetiche, la situazione è di particolare delicatezza. E il settore aereo, con le sue catene logistiche altamente specializzate e i suoi volumi di consumo enormi, è tra i primi a risentire degli effetti di questa contrazione dell’offerta.


 

Cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi

Gli scenari che si aprono da qui alle prossime settimane dipendono in larga misura dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Se si delineano due percorsi principali:

  • Scenario positivo: il conflitto si attenua rapidamente, lo Stretto di Hormuz viene riaperto entro aprile o al più tardi nei primi giorni di maggio. In questo caso, le scorte accumulate dalle compagnie aeree dovrebbero essere sufficienti a coprire il periodo di transizione, e i prezzi del carburante — pur rimanendo elevati — potrebbero stabilizzarsi. I biglietti aerei risulterebbero comunque più cari rispetto al 2025, ma senza effetti devastanti sull’operatività.
  • Scenario negativo: il conflitto si prolunga oltre maggio. In questo caso, secondo le stime di Michael O’Leary, CEO di Ryanair, tra il 10% e il 25% delle forniture di cherosene potrebbe essere a rischio tra maggio e giugno. Un’interruzione di questa portata avrebbe ricadute severe: non solo prezzi più alti, ma potenziali riduzioni delle frequenze di volo sulle rotte meno redditizie, pressioni enormi sui bilanci delle compagnie e, in definitiva, una stagione estiva fortemente perturbata per milioni di viaggiatori europei.

Le autorità dell’aviazione civile di diversi Paesi europei stanno monitorando la situazione, e non si esclude che nei prossimi giorni possano emergere ulteriori Notam riguardanti altri aeroporti al di fuori di quelli già coinvolti.


 

Aeroporto Limite per aeromobile Priorità garantite Note
Bologna 2.000 litri Voli ambulanza, Stato, rotte >3h
Milano Linate Non specificato Voli ambulanza, Stato, rotte >3h Restrizioni presenti, tetto non indicato
Venezia 2.000 litri Voli ambulanza, Stato, rotte >3h Consigliato fare carburante prima dell’arrivo
Treviso 2.500 litri Voli ambulanza, Stato, rotte >3h

Limitazioni in vigore fino al 9 aprile 2026. Fonte: Notam Air BP Italia.


 

Un segnale, più che un’emergenza

Quello che sta accadendo negli aeroporti italiani è ancora, come ha sottolineato chi monitora il settore, più un segnale di allerta che un’emergenza conclamata. Le limitazioni introdotte da Air BP Italia riguardano un singolo operatore e non hanno ancora inciso sull’operatività degli scali né comportato cancellazioni di voli. Ma la catena causale che ha prodotto questo primo avviso — dalla guerra in Iran alla chiusura dello Stretto di Hormuz, dai rincari del greggio alla contrazione dell’offerta di Jet A-1 — è sufficientemente robusta da non poter essere ignorata.

Il settore aereo europeo si trova oggi di fronte a una vulnerabilità strutturale che era già nota prima del conflitto, ma che la crisi attuale ha reso improvvisamente urgente. La dipendenza dell’Europa dal petrolio del Golfo Persico non è una novità, ma la rapidità con cui i suoi effetti si stanno propagando fino ai Notam degli aeroporti di Bologna e Venezia offre una misura plastica di quanto questa dipendenza sia profonda e di quanto poco margine di manovra esistano nel breve periodo.

Per i passeggeri, la raccomandazione pratica è una sola: prenotare con anticipo i voli estivi, prima che i rincari si facciano sentire in modo più marcato sulle tariffe.