Il governo fa marcia indietro sulla cannabis light: dopo averla equiparata alle droghe, ora valuta la vendita regolamentata e tassata. Ma per molti è ormai troppo tardi.
Dopo mesi di divieti e chiusure, il governo valuta una reintroduzione della cannabis light, ma con una forte tassazione e regole restrittive. Molte imprese del settore, però, non esistono più.
Un intero comparto distrutto dai divieti
Il 2025 era cominciato con il divieto totale di produzione e vendita della cannabis light, inserito nel cosiddetto Decreto Sicurezza. Una norma che, di fatto, aveva equiparato le infiorescenze di canapa a sostanze stupefacenti, senza tener conto del basso livello di THC e dell’impossibilità di provocare effetti psicotropi.
Da allora, centinaia di aziende agricole e negozi specializzati hanno chiuso i battenti. Un intero settore — che solo pochi anni fa valeva centinaia di milioni di euro e migliaia di posti di lavoro — è stato cancellato con un colpo di penna.
Molti imprenditori si sono trovati con magazzini pieni di merce inutilizzabile, contratti rescissi e investimenti perduti. Altri hanno dovuto riconvertirsi o emigrare, mentre i consumatori si sono rivolti al mercato nero o all’estero.
La retromarcia: Fratelli d’Italia apre al ritorno della vendita
Ora, a distanza di pochi mesi, Fratelli d’Italia propone una reintroduzione regolamentata della cannabis light attraverso un emendamento alla Legge di Bilancio 2026.
Una scelta che, secondo molti osservatori, rappresenta una clamorosa retromarcia politica rispetto alle posizioni tenute fino a pochi mesi fa, quando la canapa industriale era descritta come una “droga mascherata”.
Il nuovo schema normativo prevederebbe:
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Vendita consentita solo in tabaccai, farmacie e negozi autorizzati con licenza specifica.
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Divieto di vendita ai minori di 18 anni e divieto di fumo nei luoghi pubblici.
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Accisa del 40% sui prodotti, trattati fiscalmente come i tabacchi.
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Avvertenze sanitarie obbligatorie e controlli stringenti sui livelli di THC.
In pratica, la cannabis light verrebbe “normalizzata” come un prodotto legale ma fortemente tassato e regolato, garantendo nuove entrate allo Stato e un canale ufficiale di distribuzione.
Perché il governo cambia idea
Dietro questa improvvisa apertura ci sono motivazioni economiche e giuridiche.
Da un lato, il crollo del settore ha mostrato l’impatto negativo del divieto: migliaia di lavoratori senza impiego, imprese agricole in crisi, perdita di gettito fiscale e aumento del mercato nero.
Dall’altro, l’Italia è finita sotto la lente della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, dopo che il Consiglio di Stato ha sollevato dubbi sulla compatibilità del divieto con le norme europee sulla libera circolazione delle merci.
In molti Stati UE, infatti, la canapa con basso contenuto di THC è regolarmente commercializzata, e la stretta italiana rischiava di violare il principio di concorrenza leale.
Di fronte a questi due fronti — economico e legale — il governo ha deciso di trovare una via di mezzo: legalizzare di nuovo, ma a modo suo, cioè tassando e controllando.
Il paradosso: prima “droga”, ora risorsa fiscale
La decisione di reintrodurre la cannabis light a fini fiscali ha suscitato forti reazioni tra operatori e cittadini.
Molti imprenditori, che nei mesi scorsi hanno dovuto chiudere o svendere, parlano di una “presa in giro”: prima accusati di diffondere droghe, ora vedono lo Stato pronto a guadagnare su ciò che li ha mandati in rovina.
Per anni, la cannabis light è stata bollata come una “scappatoia per spacciare legalmente”, nonostante il tenore di THC inferiore allo 0,5% e l’impossibilità di produrre effetti psicotropi.
Ora che si scopre di poterla tassare e incanalare nei circuiti statali, la narrativa cambia improvvisamente: da “minaccia per i giovani” a nuova fonte di entrate.
Un cambio di passo che solleva interrogativi politici e morali:
se la sostanza non è una droga, perché vietarla fino a ieri?
E se lo è, come si può giustificare il ritorno in vendita sotto accisa?
Cosa prevede la nuova normativa
Secondo la bozza in discussione:
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Produzione e vendita saranno consentite solo per varietà di canapa con livelli di THC molto bassi (probabilmente sotto lo 0,3%).
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I prodotti potranno essere venduti solo in esercizi autorizzati (tabaccai, farmacie, parafarmacie o negozi con licenza).
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Sarà vietata la vendita online.
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Sulle confezioni dovranno comparire avvertenze sanitarie simili a quelle dei pacchetti di sigarette.
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Le entrate fiscali saranno incanalate in un fondo dedicato alla prevenzione e alla salute pubblica.
Una regolamentazione che mira a rendere il mercato trasparente, ma che rischia di favorire solo pochi grandi operatori a scapito delle piccole realtà agricole e artigianali.
Le conseguenze sul settore
Per molti, questa apertura arriva troppo tardi.
Decine di aziende sono fallite, migliaia di lavoratori hanno perso l’impiego, e l’intera filiera agricola della canapa — che in Italia aveva radici storiche — è stata quasi cancellata.
Solo chi riuscirà a ottenere le nuove licenze potrà rientrare sul mercato. I piccoli produttori, invece, difficilmente avranno le risorse per affrontare le burocrazie e le accise elevate.
Inoltre, l’introduzione di una tassa del 40% rischia di rendere i prodotti legali molto più costosi rispetto a quelli del mercato nero, vanificando l’obiettivo di sottrarre spazio all’illegalità.
Un equilibrio ancora incerto
La nuova norma rappresenta un tentativo di equilibrio tra esigenze di sicurezza, pressione economica e rispetto delle direttive europee.
Ma la credibilità politica di chi prima ha demonizzato la cannabis light e ora la vuole tassare resta fortemente in discussione.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea dovrà ancora esprimersi sul divieto italiano: se lo dichiarasse contrario al diritto europeo, la reintroduzione regolamentata non sarebbe una concessione politica, ma un obbligo giuridico.
In ogni caso, il cambio di rotta di Fratelli d’Italia dimostra che la “guerra alla cannabis light” è stata un boomerang: ha distrutto un settore senza ottenere benefici per la sicurezza pubblica, e ora costringe lo Stato a cercare nuove soluzioni per ricostruire ciò che aveva smantellato.
Conclusione
La possibile riapertura alla cannabis light segna un cambio radicale di atteggiamento da parte del governo, che passa dal proibizionismo totale a una legalizzazione parziale e controllata.
Ma dietro l’apparente pragmatismo fiscale resta un dato innegabile: per molte imprese è troppo tardi.
Dopo anni di investimenti cancellati e diffamazioni, il settore non tornerà facilmente ai livelli precedenti.
E la sensazione, diffusa tra gli operatori, è che lo Stato voglia ora incassare da ciò che prima ha contribuito a distruggere.
