Con il nuovo disegno di legge, aumentano le specie cacciabili, si riducono le aree protette e si legittima il bracconaggio: ambientalisti e opposizione insorgono
Il disegno di legge proposto dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida rappresenta una svolta epocale – e drammatica – nella normativa italiana sulla caccia: amplia le licenze, estende i territori di caccia e mina alle fondamenta sessant’anni di politiche ambientali.
Una riforma radicale della legge 157/92
Il nuovo disegno di legge sulla caccia, composto da 18 articoli, propone modifiche sostanziali alla legge 11 febbraio 1992 n. 157, che da oltre trent’anni regola la caccia in Italia. Tra le novità più rilevanti si segnala l’affermazione secondo cui la caccia contribuirebbe addirittura alla “tutela della biodiversità e dell’ecosistema“. Un assunto che ha sollevato indignazione da parte della comunità scientifica e ambientalista.
Le modifiche più controverse includono:
- Aumento delle specie cacciabili da 7 a 47, estendendo il carniere anche a specie in pericolo o in fase riproduttiva.
- Riduzione delle aree protette, con la possibilità per le Regioni di autorizzare la caccia anche in zone precedentemente interdette.
- Caccia consentita in zone demaniali, comprese coste, boschi pubblici e perfino aree turistiche.
- Gare di caccia notturna con cani, anche durante il periodo di nidificazione.
Le nuove armi consentite: verso una liberalizzazione armata
L’articolo 8 del disegno di legge elenca nel dettaglio le armi ammesse per l’attività venatoria. Si va da fucili a canna liscia fino al calibro 12 a carabine a canna rigata di calibro non inferiore a 5,6 mm. Sono previste anche eccezioni per la caccia al cinghiale, con caricatori da cinque colpi.
Inoltre, il testo apre all’utilizzo di archi e falchi, rendendo potenzialmente incontrollabile la varietà delle tecniche utilizzate sul territorio nazionale. Il tutto in nome di una presunta semplificazione.
Giornate libere, sospensioni ridotte e deroghe su misura
Il disegno di legge modifica anche le regole sui giorni consentiti per la caccia. Sebbene venga mantenuto il limite di tre giorni settimanali, le Regioni potranno consentire ai cacciatori di scegliere liberamente le giornate. Restano vietati solo il martedì e il venerdì.
Questa disposizione, secondo gli oppositori, aumenta il disturbo alla fauna e riduce gli spazi di quiete necessari alla sopravvivenza delle specie selvatiche. La mancanza di un calendario fisso uniforme rischia di vanificare ogni pianificazione a tutela della biodiversità.
Gli imprenditori agricoli diventano cacciatori autorizzati
Un’altra norma contenuta nel disegno di legge riguarda la possibilità per gli imprenditori agricoli, proprietari o conduttori di fondi, muniti di licenza e formazione specifica, di abbattere cinghiali e trattenere le carcasse, purché sottoposte a controlli sanitari.
Si tratta di una misura che, sotto il pretesto del controllo faunistico, trasforma gli agricoltori in cacciatori armati, aggirando le regolamentazioni previste per l’attività venatoria vera e propria.
Legambiente e opposizione: “È la normalizzazione del bracconaggio”
Durissima la reazione di Legambiente, che parla senza mezzi termini di una legge che “normalizza il bracconaggio” e rappresenta un “attacco frontale all’articolo 9 della Costituzione”, che impone allo Stato la tutela dell’ambiente e degli animali.
“Il governo vuole cancellare decenni di impegni internazionali dell’Italia per la salvaguardia della fauna”, ha dichiarato il presidente Stefano Ciafani, chiedendo a Giorgia Meloni di bloccare l’iter della riforma.
Anche Eleonora Evi, deputata del Partito Democratico, ha attaccato duramente il provvedimento, definendolo un “atto di propaganda ideologica che regala la natura ai cacciatori“. Sulla stessa linea Luana Zanella (Verdi-Sinistra), che ha proposto l’abolizione dell’articolo 842 del Codice Civile, che consente ai cacciatori di entrare nei fondi privati senza consenso.
Sanzioni per chi protesta e riapertura dei roccoli
Un altro aspetto inquietante del disegno di legge è l’introduzione di sanzioni fino a 900 euro per chi ostacola o protesta contro l’attività venatoria. Viene così colpito anche il diritto di dissenso, comprimendo le libertà civili in nome della tutela del “diritto a cacciare”.
Inoltre, si prevede la riapertura degli impianti di cattura degli uccelli (roccoli), dichiarati illegali dalla Corte di Giustizia Europea. Il ritorno a questi strumenti segna una pericolosa regressione normativa, avvicinando l’Italia a pratiche vietate e sanzionabili in sede comunitaria.
Giovanni Storti: “Come fate a dare ancora fiducia a questo governo?”
Tra le voci più ascoltate del dissenso, anche quella dell’attore e attivista Giovanni Storti, che ha pubblicato un video sui social diventato virale, definendo il disegno di legge una “vergogna repressiva e violentissima“.
Nel suo intervento, Storti si rivolge direttamente ai cittadini: “Se tenete alla natura, se tenete agli animali che la vivono, se tenete a voi stessi che volete vivere la natura, come fate a dare ancora fiducia a questo governo?“. Un appello che ha raccolto decine di migliaia di condivisioni e che dimostra come la mobilitazione vada ben oltre il fronte ambientalista.
Una battaglia di civiltà
Le proteste contro il disegno di legge sulla caccia stanno crescendo, coinvolgendo associazioni, esperti, cittadini comuni. Ciò che è in gioco non è solo la sorte degli animali selvatici, ma il modello di società che vogliamo costruire: uno in cui la natura è patrimonio da custodire o risorsa da sfruttare.
Con questa riforma, l’Italia rischia di diventare un’eccezione nel panorama europeo, scivolando verso una deregulation senza precedenti, in contrasto con le direttive UE e con i principi costituzionali.
