Keir Starmer si dimette nelle mani di re Carlo III dopo due anni turbolenti, l’ex sindaco di Manchester promette “speranza” e più ossigeno per chi arriva a fine mese in affanno
Il Regno Unito ha un nuovo primo ministro. Andy Burnham, 56 anni, ex sindaco della Greater Manchester ed ex ministro nei governi Blair e Brown, ha ricevuto lunedì 20 luglio l’incarico da re Carlo III dopo le dimissioni formali di Keir Starmer, logorato da due anni di impopolarità crescente. È il settimo cambio alla guida del governo britannico in dieci anni, il quarto insediato dal sovrano in appena quattro anni di regno.
Il passaggio di consegne a Buckingham Palace
Il cambio della guardia si è consumato secondo il consueto rituale istituzionale britannico. Keir Starmer si è recato a Buckingham Palace per rassegnare formalmente le dimissioni nelle mani del re, che le ha accettate. Poco dopo è stato convocato Andy Burnham, proclamato leader del Partito laburista di maggioranza lo scorso venerdì, per ricevere ufficialmente l’incarico di formare il nuovo governo. La cerimonia, un tempo nota come “bacio della mano” al sovrano, non prevede più da tempo alcun gesto di omaggio fisico, ma resta il momento chiave della transizione di potere nella monarchia costituzionale britannica.
Per il 77enne re Carlo III si tratta del quarto insediamento di un capo del governo dall’inizio del suo regno, iniziato alla morte della madre Elisabetta II nel settembre 2022. Il monarca aveva ereditato come prima premier la conservatrice Liz Truss, la più effimera della storia politica britannica moderna, costretta alle dimissioni dopo appena 49 giorni per il caos innescato da una manovra finanziaria in deficit. Era poi toccato a Rishi Sunak nello stesso 2022, quindi a Starmer dopo la sconfitta dei Tory alle elezioni del 2024, e ora a Burnham, dopo il cambio di leadership interno al Labour.
Prima di lasciare Downing Street, Starmer ha tenuto un breve discorso alla nazione, mostrandosi commosso ma sorridente accanto alla moglie Victoria. “Il mio lavoro è stato fatto, lascio un Paese più forte e più equo di due anni fa”, ha dichiarato, assicurando “pieno sostegno” al successore e rivendicando il rilancio del partito dopo la sconfitta “disastrosa” del 2019. Ha citato il sostegno all’Ucraina, la ripresa della crescita economica e la necessità di unità nazionale come lasciti del proprio governo, prima di congedarsi definitivamente per recarsi dal sovrano.
Chi è Andy Burnham
Nato e cresciuto nel nord dell’Inghilterra, Burnham ha studiato letteratura inglese all’università di Cambridge, dove è ricordato per essersi presentato a lezione in maglia da calcio invece che in giacca e cravatta. Il suo percorso politico nazionale comincia presto: segretario parlamentare dal 2003, viene promosso sottosegretario alla Casa dal governo di Tony Blair dopo le elezioni del 2005. Nel 2006 diventa ministro della Salute nell’ombra, per poi essere elevato da Gordon Brown a Capo segretario al Tesoro nel 2007-2008 e successivamente Segretario di Stato per Cultura, media e sport, fino a tornare al dicastero della Salute nel 2009.
Dopo la sconfitta laburista del 2010, Burnham ha corso due volte per la leadership del partito, senza successo: nel 2010 e ancora nel 2015, quando fu superato da Jeremy Corbyn nonostante il sostegno di un giovane collega deputato, un certo Keir Starmer. Dopo sedici anni a Westminster, nel 2016 lascia il Parlamento per tentare una strada diversa: nel 2017 viene eletto sindaco della Greater Manchester, carica paragonabile a quella di un presidente di Regione italiano, e viene riconfermato nel 2021 e ancora nel 2024, appena due mesi prima della vittoria laburista alle elezioni generali.
È proprio da Manchester che Burnham costruisce la sua fama nazionale di amministratore competente e di voce del “Nord” dell’Inghilterra, quella parte di Paese che si è spesso sentita trascurata dalle politiche pensate a Londra. Il suo impegno storico a favore delle vittime del disastro di Hillsborough del 1989, la tragedia allo stadio costata la vita a 97 tifosi del Liverpool, gli ha inoltre garantito una solida credibilità popolare, contribuendo non poco al soprannome di “re del Nord” con cui viene talvolta indicato dalla stampa britannica.
Alla cerimonia di insediamento Burnham è apparso visibilmente emozionato, accompagnato dalla compagna Marie-France van Heel, di origini olandesi, conosciuta ai tempi degli studi universitari a Cambridge e ora prima lady entrante a Downing Street.
Perché Starmer è caduto
La parabola di Keir Starmer resta tra le più rapide della politica britannica recente. Dopo aver stravinto le elezioni del 2024 con una maggioranza schiacciante, è diventato in breve tempo uno dei primi ministri più impopolari di sempre. A pesare sono stati diversi scandali, il più grave dei quali legato alla nomina come ambasciatore a Washington di Peter Mandelson, figura di primo piano del Labour, decisa contro il parere dei servizi di sicurezza. Mandelson è stato poi rimosso dall’incarico nel settembre 2025 e costretto a dimettersi dal partito per i suoi rapporti personali con Jeffrey Epstein, il finanziere statunitense accusato di sfruttamento sessuale di minorenni e morto in carcere nel 2019.
A questo si sono sommati il malcontento diffuso per il costo della vita, le tensioni sulle politiche fiscali e migratorie e una generale percezione di scollamento tra il governo e l’elettorato, in particolare nelle regioni del Nord dove il consenso laburista si è progressivamente eroso. Di fronte a un partito sempre più in difficoltà nei sondaggi, Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da leader lo scorso giugno, aprendo la corsa alla successione che ha visto Burnham correre come candidato unico, ottenendo il sostegno di 379 dei 403 deputati laburisti alla Camera dei Comuni prima della proclamazione ufficiale di venerdì scorso.
Le priorità annunciate dal nuovo governo
Nel discorso d’insediamento davanti al numero 10 di Downing Street, Burnham ha scelto di puntare tutto sulla parola “speranza”, affiancata dai concetti di unità e stabilità. Tra le priorità indicate figura l’intenzione di “dare respiro” ai cittadini britannici in difficoltà per il caro vita, con misure che promettono risultati “tangibili” in tempi rapidi. Non manca il richiamo, comune del resto a tutti i suoi predecessori più recenti, alla necessità di ripristinare la fiducia nella politica, in un Paese dove la stabilità di governo appare ormai un lontano ricordo: lo stesso Burnham si è detto “acutamente consapevole” di essere il settimo primo ministro in un decennio.
Tra le prime mosse anticipate alla stampa figurano la revoca del piano, fortemente voluto da Starmer, per l’introduzione di una carta d’identità digitale obbligatoria, e un atteggiamento più critico verso i contratti pubblici affidati a colossi tecnologici come Palantir. Segnali che vanno nella direzione di una discontinuità, almeno nella forma, rispetto alla gestione dell’ex premier, pur muovendosi all’interno dello stesso perimetro di governo laburista.
Una squadra “semi-nuova”
Il nuovo esecutivo di Burnham si presenta come una compagine parzialmente rinnovata più che una rottura netta con l’eredità Starmer. I media britannici davano già alla vigilia per certa la nomina di Lucy Powell, alleata del premier entrante nell’area della soft left del partito ed eletta lo scorso anno vice-leader laburista, al ruolo di vicepremier e ministra dell’Istruzione. Powell ha rivendicato l’intenzione di imprimere una svolta “audace” dopo la fase Starmer, mentre dall’opposizione conservatrice sono arrivate critiche per quelle che vengono bollate come “ricette anni Settanta”.
Burnham ha impostato la propria narrativa di governo puntando il dito contro “quarant’anni di politiche neoliberali”, evocando così un cambio di paradigma più ampio rispetto alla sola parentesi Starmer. Resta da vedere quanto di questa retorica troverà riscontro concreto nell’azione di governo, a partire dalle scelte più delicate su fisco e spesa pubblica, comprese le ipotesi circolate di nuovi prelievi sui redditi più alti.
Un decennio di instabilità a Downing Street
L’avvicendamento tra Starmer e Burnham porta a nove il numero dei primi ministri britannici ancora in vita, il più anziano dei quali resta John Major, successore della defunta Margaret Thatcher. Dal referendum sulla Brexit del 2016 a oggi, Downing Street ha cambiato inquilino per sei volte, un ritmo di ricambio senza precedenti nella storia politica recente del Paese e specchio di un decennio segnato da turbolenze istituzionali, crisi economiche e fratture interne ai due principali partiti.
| Primo ministro | Partito | Periodo |
|---|---|---|
| David Cameron | Conservatore | 2010 – 2016 |
| Theresa May | Conservatore | 2016 – 2019 |
| Boris Johnson | Conservatore | 2019 – 2022 |
| Liz Truss | Conservatore | 2022 (49 giorni) |
| Rishi Sunak | Conservatore | 2022 – 2024 |
| Keir Starmer | Laburista | 2024 – 2026 |
| Andy Burnham | Laburista | Dal 20 luglio 2026 |
Cosa cambia ora
Nelle prossime ore Burnham renderà nota la composizione completa del governo, a partire dai dicasteri più importanti, prima di trasferirsi con la famiglia a Downing Street. Le aspettative sono altissime: rispetto a Starmer viene descritto dalla stampa britannica come più carismatico e più efficace nella comunicazione, ma per ora si è sbilanciato poco sui dettagli del proprio programma. La sfida principale sarà dimostrare che il cambio alla guida del Labour non si limita a un’operazione di immagine, in un Paese dove la fiducia nelle istituzioni politiche resta ai minimi e dove ogni nuovo inquilino di Downing Street eredita margini di manovra sempre più ristretti tra vincoli di bilancio, pressioni sociali e un’opinione pubblica ormai poco disposta a concedere lunghe lune di miele.


