Le stime della CGIA a un mese dall’inizio del conflitto in Medio Oriente: imprese e famiglie italiane rischiano aumenti pesanti, ma la situazione resta lontana dai picchi del 2022
Un conto da oltre 15 miliardi di euro: è questa la prospettiva che attende famiglie e imprese italiane nel 2026 se i rincari energetici innescati dal conflitto in Medio Oriente dovessero consolidarsi su base strutturale. A tracciare il quadro è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha elaborato stime dettagliate regione per regione, settore per settore, delineando uno scenario preoccupante ma ancora lontano dagli shock del passato.
Il conto totale: 15,2 miliardi tra elettricità e gas
Ipotizzando che nel biennio 2025-2026 i consumi di famiglie e imprese restino in linea con quelli registrati nel 2024, i rincari complessivi rispetto all’anno precedente potrebbero toccare i 15,2 miliardi di euro: di questi, 10,2 miliardi sarebbero imputabili all’energia elettrica e 5 miliardi al gas naturale.
Le stime si basano su un prezzo medio annuo dell’energia elettrica di 150 euro per MWh e del gas a 50 euro per MWh, mantenendo il rapporto di 3 a 1 tra i due, in linea con quanto registrato mediamente nel triennio 2023-2025. Alla vigilia dell’attacco israelo-americano all’Iran — era il 27 febbraio — il gas scambiava a 32 euro al MWh e l’elettricità a 107,5 euro. Nel giro di pochi giorni le quotazioni erano schizzate rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi registrare solo un lieve ripiegamento.
Imprese più colpite delle famiglie
Il peso maggiore dell’aumento in bolletta ricadrà sul sistema produttivo. Secondo la CGIA, le imprese italiane dovranno sostenere circa 9,8 miliardi di euro di costi aggiuntivi, mentre alle famiglie verranno imputati 5,4 miliardi. Una differenza che riflette i più elevati consumi energetici del settore manifatturiero e del terziario rispetto a quelli domestici.
In termini percentuali, si tratta di un aumento stimato del +13,5% rispetto al 2025, con rincari che tuttavia risulteranno “meno che proporzionali” rispetto alla variazione delle quotazioni di borsa, poiché l’aumento della materia prima non si trasferisce integralmente sul costo finale della bolletta — che comprende anche costi di commercializzazione, trasmissione, oneri di sistema, tasse e margini.
Per le famiglie, le stime di Nomisma Energia indicano un possibile incremento medio di circa 350 euro annui per nucleo familiare, con un aggravio complessivo che potrebbe sfiorare i 9,3 miliardi per i 26,7 milioni di famiglie italiane.
La mappa regionale dei rincari
La distribuzione geografica degli aumenti rispecchia la concentrazione di popolazione e attività produttive. La Lombardia si conferma la regione più esposta, con un aumento complessivo stimato dei costi energetici pari a 3,4 miliardi di euro: di questi, quasi 2,3 miliardi graveranno sulle imprese e 1,1 miliardi sulle famiglie.
| Regione | Aumento totale | Imprese | Famiglie |
|---|---|---|---|
| Lombardia | ~3,4 mld € | ~2,3 mld € | ~1,1 mld € |
| Veneto | ~1,7 mld € | ~1,1 mld € | ~557 mln € |
| Emilia-Romagna | ~1,7 mld € | ~1,2 mld € | ~519 mln € |
| Piemonte | ~1,3 mld € | ~879 mln € | n.d. |
| Toscana | ~1 mld € | ~670 mln € | n.d. |
| Lazio | ~1 mld € | n.d. | ~453 mln € |
Nelle grandi aree metropolitane gli aumenti per le famiglie si concentrano in modo particolare: a Roma l’incremento della spesa energetica potrebbe raggiungere 705,8 milioni di euro, a Milano 554,5 milioni e a Napoli oltre 406 milioni.
<h3>I distretti produttivi a rischio: Brescia e Lumezzane tra i più esposti</h3>
La CGIA individua tra le realtà industriali più vulnerabili alcuni dei simboli del Made in Italy manifatturiero. Nel dettaglio, i distretti che rischiano di subire i rincari più pesanti sono:
- La metallurgia di Brescia e Lumezzane, già alle prese con costi energetici strutturalmente elevati
- Il distretto della ceramica di Sassuolo
- Il cartario di Lucca
- La seta e il tessile di Como
- La siderurgia di Taranto
- Il polo petrolchimico di Sarroch in Sardegna
- Il vetro di Murano e il tessile di Biella
- I salumi di Parma e la ceramica di Civita Castellana
Si tratta di realtà che già scontano un differenziale di prezzo rispetto alla media europea, con le quotazioni del PUN (Prezzo Unico Nazionale) italiano strutturalmente più alte rispetto a Francia e Germania.
I settori manifatturieri più esposti ai rincari del gas sono quelli con i consumi più elevati: l’estrattivo, la lavorazione e conservazione degli alimenti, il tessile-abbigliamento-calzature, la plastica, la carta e la ceramica. Sul fronte dell’elettricità, la metallurgia, il commercio e il trasporto e la logistica risultano tra i comparti maggiormente coinvolti.
Il confronto con la crisi del 2022: uno scenario diverso
La CGIA tiene a precisare che, pur nell’evidente gravità della situazione, il quadro attuale è profondamente diverso da quello che si determinò dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. All’epoca, lo shock sui mercati fu immediato e di straordinaria violenza: il prezzo del gas arrivò a toccare in media i 303 euro per MWh sull’intero anno, mentre quello dell’energia elettrica si attestò in media a 123,5 euro per MWh.
Oggi, nonostante i forti rialzi delle ultime settimane, il gas è quotato intorno ai 58 euro per MWh e l’energia elettrica supera i 148 euro per MWh — livelli certamente elevati, ma lontani dai picchi storici del 2022. Nel 2025, prima dell’escalation, la media si attestava a 116,1 euro per l’elettricità e 38,7 euro per il gas.
Nel 2022, peraltro, le tensioni non si limitarono all’energia: a soli quindici giorni dall’inizio dell’offensiva russa, il nichel era salito del 93,8%, i cereali avevano subito aumenti fino al 30%, e petrolio e metalli industriali avevano registrato rialzi a doppia cifra. Questa volta, invece, i rincari si concentrano principalmente sul petrolio e il gas, mentre molte altre materie prime mantengono sostanziale stabilità o addirittura segnano lievi ribassi.
Carburanti: benzina e diesel già più cari
Gli effetti del conflitto si fanno sentire anche sui prezzi dei carburanti. Nei quindici giorni successivi all’attacco militare all’Iran, la benzina self service ha registrato un aumento dell’8,7%, mentre il diesel ha segnato un balzo del 18,2%. Aumenti che colpiscono in modo diretto autotrasportatori, taxisti, operatori del turismo, pescatori e agricoltori, con ripercussioni destinate a trasferirsi lungo tutta la filiera produttiva.
<h3>Lo scenario peggiore: lo Stretto di Hormuz</h3>
Molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto. Se le ostilità dovessero protrarsi e coinvolgere lo Stretto di Hormuz — snodo fondamentale per il transito del greggio e del gas naturale liquefatto — le conseguenze sarebbero di ben altra portata. Una sua eventuale chiusura o blocco significherebbe uno shock energetico di vaste proporzioni: bollette ancora più care, carburanti in ulteriore aumento, noli marittimi alle stelle, e il concreto rischio di una nuova fiammata inflazionistica capace di frenare una crescita economica già fragile.
Cosa chiedono gli artigiani: interventi strutturali e immediati
Di fronte a questo scenario, la CGIA avanza una serie di richieste precise alle autorità nazionali e comunitarie. Nel breve periodo, l’associazione chiede:
- La riduzione temporanea delle accise sui carburanti
- Una modulazione dell’IVA sulle bollette energetiche
- La revisione degli oneri di sistema, che rappresentano una quota significativa del prezzo finale dell’energia e pesano proporzionalmente di più sui piccoli consumatori
Nel medio-lungo periodo, invece, la CGIA sollecita interventi strutturali di politica energetica, a partire dall’accelerazione del disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’energia elettrica a livello europeo, per interrompere il meccanismo che trasmette automaticamente le tensioni sul mercato del gas alle bollette elettriche. L’ARERA ha già evidenziato come la componente fiscale italiana pesi oltre la media UE: spostare parte degli oneri di sistema sulla fiscalità generale — misura adottata temporaneamente durante la crisi 2022-2023 — renderebbe il costo dell’energia più aderente ai consumi effettivi.
Sul fronte dei sostegni pubblici, l’associazione avverte che i 3 miliardi di euro attualmente previsti dal governo rischiano di essere insufficienti a scongiurare che un eventuale shock energetico si traduca in una crisi sociale ed economica di vasta portata. Un monito che, alla luce della geografia dei rincari — con il Nord produttivo in prima linea — assume una rilevanza strategica per l’intero sistema paese.

