Benzina e gasolio giù di 25 centesimi: il governo taglia le accise per venti giorni, ma le opposizioni gridano alla mossa elettorale

Il decreto carburanti è in vigore da oggi, 19 marzo 2026. Il provvedimento vale oltre mezzo miliardo di euro e include aiuti ad autotrasportatori e pesca, poteri rafforzati per Mister Prezzi e sanzioni anti-speculazione. Ma la vicinanza al referendum accende la polemica politica.

Da oggi fare il pieno costerà meno. Il governo Meloni ha approvato d’urgenza il decreto legge carburanti (D.L. 18 marzo 2026, n. 33), pubblicato in Gazzetta Ufficiale nella notte tra il 18 e il 19 marzo e immediatamente operativo. La misura principale è un taglio delle accise di 25 centesimi al litro su benzina e diesel, per una durata di 20 giorni. Il risparmio effettivo alla pompa, tenuto conto dell’IVA che pesa sulle accise stesse, supera i 30 centesimi al litro. Un sollievo concreto per le famiglie, atteso a lungo e accolto con un misto di soddisfazione e scetticismo. Perché il provvedimento arriva a soli tre giorni dal referendum, e il tempismo — voluto o meno — non è passato inosservato.

Il contesto: guerra in Iran e prezzi alle stelle

Tutto nasce dalla crisi innescata dalla guerra in Iran, che nelle ultime settimane ha fatto impennare le quotazioni internazionali del petrolio. Il Brent, solo nella giornata di oggi, ha segnato un rialzo superiore al 5%, aggravando ulteriormente una situazione già tesa. I prezzi alla pompa in Italia hanno superato soglie psicologiche significative: il gasolio ha toccato mediamente 2,103 euro al litro, un livello che non si registrava dai picchi del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina sconvolse i mercati energetici globali.

Il governo aveva già ricevuto pressioni, sia dalla maggioranza sia dall’opposizione, per intervenire. La scorsa settimana, davanti al Parlamento, la premier Giorgia Meloni aveva chiesto tempo per valutare come calibrare il provvedimento senza sforare i conti pubblici. La soluzione — un taglio temporaneo delle accise — è arrivata in modo accelerato: il Consiglio dei ministri è stato convocato in serata, il provvedimento approvato in meno di mezz’ora e spedito in Gazzetta Ufficiale nella stessa notte, prima ancora che la premier raggiungesse Bruxelles per il vertice europeo.

Cosa prevede il decreto nel dettaglio

Il testo del decreto è articolato in più misure. Il cuore del provvedimento è il taglio delle accise su benzina e diesel pari a 25 centesimi al litro, valido per i prossimi venti giorni. Secondo i calcoli del Codacons, considerando l’effetto-domino sull’IVA — che in Italia si applica anche sulle accise —, la riduzione effettiva alla pompa ammonta a circa 30,5 centesimi al litro, con un risparmio di oltre 15 euro su un pieno da 50 litri. Il gasolio, arrivato in media a oltre 2,10 euro, dovrebbe tornare sotto la soglia di 1,80 euro.

Sul fronte dei costi per le casse pubbliche, il solo taglio delle accise vale 417,4 milioni di euro nel 2026 (più 6,1 milioni nel 2028 per effetti residui). Le altre misure portano la spesa complessiva a circa 608 milioni:

  • Credito d’imposta al 28% per gli autotrasportatori sull’acquisto di gasolio per veicoli Euro 5 o superiori, nel trimestre di riferimento. Stanziamento totale: 608,5 milioni di euro.
  • Credito d’imposta al 20% per le imprese della pesca, per l’acquisto di carburante nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026. Stanziamento: 10 milioni di euro.
  • Rafforzamento della social card: ulteriori 130 milioni di euro vengono destinati al fondo per la carta acquisti, per sostenere il potere d’acquisto delle famiglie meno abbienti anche in relazione ai costi del carburante. Il fondo complessivo passa così da 500 a 630 milioni di euro nel 2026.
  • Controlli anti-speculazione potenziati: per i due mesi successivi all’entrata in vigore del decreto è istituito uno speciale regime di controllo lungo tutta la filiera petrolifera. Le compagnie petrolifere saranno obbligate a comunicare giornalmente al Ministero delle Imprese e del Made in Italy i prezzi consigliati di vendita, pena una sanzione pari allo 0,1% del fatturato. Il Garante per la sorveglianza dei prezzi (Mister Prezzi), la Guardia di Finanza e l’Antitrust opereranno in coordinamento per rilevare anomalie e segnalare operatori scorretti.

Non è stata inserita nel testo finale la misura del tetto al prezzo di benzina e diesel, caldeggiata dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini — che aveva citato come modello il provvedimento adottato dal governo ungherese di Viktor Orbán. I tecnici del governo l’hanno valutata ma accantonata, ritenendola incompatibile con le regole del mercato libero e potenzialmente lesiva della concorrenza.

Misura Beneficiari Entità Durata / Stanziamento
Taglio accise Tutti gli automobilisti -25 cent/litro (≈-30,5 con IVA) 20 giorni / 417,4 mln €
Credito d’imposta autotrasporto Imprese di trasporto (Euro 5+) 28% sulla spesa gasolio Trimestrale / 608,5 mln €
Credito d’imposta pesca Imprese ittiche 20% sulla spesa carburante Mar-Mag 2026 / 10 mln €
Rafforzamento social card Famiglie a basso reddito Contributo aggiuntivo 2026 / +130 mln €

La corsa a intestarsi il merito

Raramente un decreto ha visto una così precipitosa gara interna alla maggioranza per rivendicarne la paternità. È stato Salvini ad annunciare per primo il provvedimento, a riunione del CdM appena terminata, sfruttando una presenza televisiva già pianificata per la campagna referendaria. “Pagate di meno rispetto ai tedeschi, ai francesi e agli spagnoli”, ha detto rivolgendosi agli italiani. Pochi minuti dopo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha diffuso un video rassicurando automobilisti e autotrasportatori. Per ultima è intervenuta la stessa premier Meloni, prima al TG1 delle 20, poi con il consueto video sui social: il governo, ha assicurato, vigilerà perché “i soldi degli italiani non finiscano agli speculatori”.

Quella che si è consumata martedì sera è una dinamica rivelatrice delle tensioni interne alla coalizione in un momento politicamente delicato: Salvini, alle prese con il referendum e con la necessità di riposizionarsi su temi economici, ha capitalizzato il momento prima ancora che la conferenza stampa fosse indetta. La Lega ha sottolineato come la sua presenza televisiva fosse già programmata — il che rende il tempismo ancora più eloquente.

Le opposizioni: “Mossa puramente elettorale”

Il Partito Democratico ha attaccato duramente, definendo il provvedimento una mossa di pura propaganda a tre giorni dal voto referendario. L’accusa non riguarda tanto il contenuto della misura — che anche l’opposizione aveva invocato fin dall’inizio del conflitto in Iran — quanto il momento scelto per vararlo. La domanda implicita è: se il governo era consapevole dell’urgenza, perché aspettare settimane? E perché un Consiglio dei ministri convocato alle 19 di sera, in fretta, prima di un viaggio a Bruxelles?

La critica ha una sua logica: il decreto era atteso da settimane, il caro-carburanti era sotto gli occhi di tutti, eppure il governo aveva frenato, citando la necessità di “calibrare bene” l’intervento. L’accelerazione improvvisa, a ridosso del referendum, offre un appiglio politico difficile da ignorare.

Dalla destra si risponde che il governo ha semplicemente aspettato di capire l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente prima di spendere risorse pubbliche — e che un intervento preventivo su prezzi che potevano anche scendere autonomamente sarebbe stato uno spreco. Una posizione difendibile sul piano tecnico, anche se politicamente fragile.

Il nodo strutturale: 20 giorni bastano?

La domanda centrale, al di là della polemica politica, è di merito: un taglio temporaneo delle accise è uno strumento efficace per affrontare il caro-carburanti?

Sul breve periodo, la risposta è sì: il risparmio è immediato, universale e misurabile. Chi fa rifornimento nei prossimi venti giorni paga sensibilmente meno, e questo vale per famiglie, artigiani, imprese. Il governo ha scelto consapevolmente di non limitare il beneficio alle fasce deboli — ipotesi circolata nelle bozze — optando per un intervento trasversale che non richiede ISEE né pratiche burocratiche.

Sul medio periodo, tuttavia, il quadro è meno rassicurante. Allo scadere dei venti giorni, le accise torneranno ai livelli precedenti, a meno di una proroga. Il governo ha aperto esplicitamente a questa possibilità — “siamo pronti a proseguire” — ma l’ha condizionata all’evoluzione della crisi in Iran. Il che significa che la durata reale del beneficio è incerta, e dipende da variabili geopolitiche su cui Roma non ha alcuna leva.

C’è poi il problema di fondo che il decreto non tocca: l’Italia è uno dei paesi europei con la pressione fiscale più elevata sui carburanti. Le accise su benzina e diesel — dopo l’armonizzazione decisa dallo stesso esecutivo — ammontano a 0,67290 euro al litro per entrambi i carburanti. Una struttura fiscale che si trascina da decenni, costruita strato su strato, e che secondo molti economisti andrebbe riformata in modo organico, non rattoppata con interventi d’urgenza ogni volta che i prezzi salgono.

Il decreto, in questo senso, risolve un problema contingente senza affrontarne le radici. Non è un rimprovero insolito per le misure emergenziali: per definizione, servono a spegnere l’incendio, non a impermeabilizzare la casa. Ma la frequenza con cui l’Italia si trova a dover correre ai ripari — era già accaduto nel 2022 con il conflitto in Ucraina — suggerisce che qualcosa nel sistema fiscale energetico meriterebbe una revisione più strutturale.

L’impennata del Brent mette a rischio i benefici

C’è un’ironia nella tempistica del decreto: proprio nelle ore in cui veniva pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il Brent tornava a impennarsi di oltre il 5%, spinto dalle tensioni nel Golfo Persico e dai nuovi segnali di escalation nel conflitto iraniano. Se la risalita delle quotazioni petrolifere dovesse continuare, il taglio delle accise potrebbe essere in parte o totalmente vanificato dall’aumento del prezzo industriale del carburante, su cui il governo non ha strumenti diretti di intervento.

È lo stesso paradosso che aveva reso complicata anche l’esperienza del 2022: lo Stato riduce le proprie entrate (in questo caso per 417 milioni di euro), ma il beneficio reale per il consumatore finale dipende da quanto le compagnie petrolifere trasmettono a valle la riduzione fiscale, e da quanto il mercato internazionale continua a spingere i prezzi al rialzo.

Il decreto risponde a questo rischio istituendo i controlli anti-speculazione: Mister Prezzi, Guardia di Finanza e Antitrust sono chiamati a vigilare. Ma la storia insegna che la trasmissione dei tagli fiscali ai prezzi al pompa non è mai automatica né immediata, e richiede un monitoraggio costante e sanzioni effettive — non solo annunciate.

Il confronto europeo

L’argomento usato da Salvini — gli italiani “pagheranno di meno rispetto a tedeschi, francesi e spagnoli” — merita una verifica. Prima del taglio, l’Italia era effettivamente tra i paesi con i prezzi alla pompa più elevati in Europa occidentale, riflesso di una fiscalità tra le più pesanti del continente. Con il taglio in vigore, almeno per venti giorni, il confronto potrebbe effettivamente invertirsi su benzina e gasolio, a seconda dell’andamento delle rispettive borse petrolifere nazionali.

Il parallelismo con altri paesi non è però così lineare. Paesi come la Germania e la Francia hanno strutture di tassazione sui carburanti diverse, ma beneficiano anche di contratti di approvvigionamento più diversificati e di una maggiore quota di energia rinnovabile nel mix, che riduce l’esposizione alle fluttuazioni del petrolio. Il confronto sul prezzo alla pompa di una singola settimana rischia di essere fuorviante se scollegato da questi elementi strutturali.

Cosa succederà dopo i 20 giorni

Il governo si è riservato di valutare ulteriori interventi “all’esito del Consiglio europeo del 19 marzo”, come recita il comunicato finale di Palazzo Chigi. L’incontro europeo potrebbe portare a decisioni coordinate a livello comunitario sull’energia — incluso il nodo degli ETS (Emission Trading System), il sistema di scambio di quote di emissione che la premier Meloni punta a riformare per alleggerire le imprese energivore italiane.

Se la crisi in Iran dovesse persistere — o aggravarsi — è probabile che il governo sia costretto a prorogare il taglio delle accise, con costi aggiuntivi per le casse pubbliche. In quel caso, però, la questione del reperimento delle risorse si ripresenterà: già trovare i 608 milioni del decreto attuale non è stato semplice, e le possibili coperture future sono limitate.

Se invece i prezzi internazionali dovessero stabilizzarsi o scendere, il governo potrebbe rivendicare di aver gestito correttamente la fase acuta, lasciando che il mercato si riallineasse autonomamente. Molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto mediorientale — una variabile che nessun decreto legge può controllare.

Un provvedimento d’emergenza in un sistema che non si riforma

Il decreto carburanti del 18 marzo 2026 è, a tutti gli effetti, un provvedimento d’emergenza. Come tale, assolve la funzione per cui è stato pensato: intervenire rapidamente su un problema contingente, alleviare il peso economico su famiglie e imprese, dare un segnale di reattività. Manca, per sua stessa natura, di ambizione riformatrice.

La vera sfida rimane aperta: riformare la fiscalità energetica italiana in modo strutturale, ridurre la dipendenza dalle fonti fossili soggette alle fluttuazioni geopolitiche, diversificare l’approvvigionamento energetico. Queste sono questioni che richiedono anni di lavoro legislativo e scelte politiche difficili — non un Consiglio dei ministri lampo di mezz’ora.

Nel breve periodo, però, chi fa il pieno oggi risparmia più di 15 euro. E per molte famiglie italiane, già sotto pressione per l’inflazione degli ultimi anni, non è poco.