Ben Gvir deride gli attivisti italiani della Flotilla: Meloni insorge, ma il ritardo pesa

Le immagini del ministro israeliano di ultradestra tra i fermati bendati e in ginocchio scatenano la reazione del governo italiano. Parole giuste, ma arrivate dopo anni di silenzi e ambiguità su Gaza.

Un video che ha fatto il giro del mondo in poche ore: il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir passeggia tra centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla ammanettati, bendati, inginocchiati con la faccia a terra nel porto di Ashdod, mentre sventola la bandiera israeliana e li deride con un “Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa”. Tra quei fermati ci sono trenta cittadini italiani. La reazione del governo Meloni non si fa attendere: parole nette, l’ambasciatore israeliano convocato, le scuse pretese. Tutto giusto, almeno nelle forme. Ma lecito chiedersi: perché ci sono voluti migliaia di bambini uccisi, mesi di massacri, e infine un video in cui vengono umiliati i nostri connazionali, perché l’Italia trovasse la voce?

Il video che ha scosso il mondo

Le immagini diffuse dallo stesso Ben-Gvir sui propri canali social — con la didascalia “Ecco come accogliamo i sostenitori del terrorismo” — mostrano scenari che lasciano poco spazio all’interpretazione. Centinaia di persone, tra cui trenta cittadini italiani, vengono trascinate nel porto di Ashdod con le mani legate da fascette dietro la schiena, bendati, costretti a inginocchiarsi con il volto premuto sul pavimento, mentre dagli altoparlanti risuona Hatikva, l’inno nazionale israeliano. In un altro filmato, una giovane attivista che scandisce “Free Palestine” viene immediatamente buttata a terra dagli agenti dello Shin Bet. Ben-Gvir commenta soddisfatto: “Ottimo lavoro, è così che si fa”.

Il ministro dell’ultradestra israeliana, figura da anni al centro di polemiche internazionali per le sue posizioni radicali, non si ferma qui. In un ulteriore video gira tra i detenuti e dichiara: “Sono arrivati con grande orgoglio, grandi eroi, e guardate come sono ora: niente eroi. Sostenitori del terrorismo”. Chiede poi esplicitamente al premier Benjamin Netanyahu di “tenerli a lungo” nelle carceri riservate ai terroristi. Un’esibizione di potere e disprezzo che ha aperto una crisi diplomatica immediata.
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La reazione italiana: netta, ma tardiva

La risposta del governo italiano arriva in tempi rapidi. In una dichiarazione congiunta, la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani definiscono le immagini “inaccettabili” e “lesive della dignità della persona”, annunciano la convocazione dell’ambasciatore israeliano alla Farnesina e, con toni insolitamente decisi, affermano che “l’Italia pretende le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano”. Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto interviene su X con un messaggio diretto a Ben-Gvir: “Noi ci vantiamo di altro, ministro. Ci vantiamo di aver sempre trattato con rispetto i suoi connazionali e non abbiamo l’abitudine di arrestare le persone in acque internazionali, ma semmai di soccorrerle se ne hanno bisogno”.

Più duro ancora il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che parla di “trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele”. Il Quirinale, insomma, non usa giri di parole.

Le dichiarazioni sono formalmente corrette e politicamente opportune. Il problema è il contesto in cui arrivano. Perché Ben-Gvir non è una sorpresa di oggi: è lo stesso ministro che negli anni ha fatto dichiarazioni apertamente razziste contro i palestinesi, che è stato condannato in Israele per incitamento al terrorismo, che ha più volte invocato la deportazione di massa della popolazione di Gaza. Lo si sapeva. Lo sapeva anche il governo italiano.

Due anni e mezzo di silenzi e ambiguità

Per comprendere la portata del problema, bisogna ripercorrere quanto accaduto dal 7 ottobre 2023 a oggi. Quando Israele avviò l’offensiva su Gaza in risposta agli attacchi di Hamas, il governo italiano si allineò alla narrativa del “diritto di Israele a difendersi”. Una posizione comprensibile nelle primissime settimane, molto meno quando il numero delle vittime civili palestinesi iniziò a crescere in modo esponenziale.

Il 30 ottobre 2023, con il conflitto appena iniziato e già migliaia di morti tra i civili, l’Italia si astenne sulla risoluzione dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Una scelta che allora fu giustificata con argomenti diplomatici, ma che nella sostanza equivaleva a non opporsi alle operazioni militari israeliane. Nei mesi successivi, mentre il bilancio delle vittime saliva a decine di migliaia, inclusi oltre quindicimila bambini secondo le stime delle organizzazioni umanitarie, il governo Meloni continuò a mantenere una posizione di sostanziale ambiguità: critiche verbali sporadiche, nessuna misura concreta.

L’Italia non ha mai imposto sanzioni a Israele. Non ha mai ritirato il proprio ambasciatore. Non ha riconosciuto lo Stato palestinese. Ha rinnovato — solo nel 2026 e solo dopo ulteriori pressioni — la decisione di sospendere il Memorandum di cooperazione militare con Tel Aviv, che era in scadenza nell’aprile 2026 e che, di fatto, legava le industrie della difesa dei due Paesi in una rete di collaborazione. Per anni, nonostante tutto, quell’accordo non era stato toccato. Anzi, secondo dati Istat, nel 2024 l’Italia aveva esportato in Israele materiale militare per svariati milioni di euro, con alcune forniture proseguite anche dopo il 7 ottobre.

Quando Meloni iniziò a cambiare tono — e perché

Una svolta parziale nel linguaggio del governo si registrò solo nel luglio 2025, quando un raid israeliano colpì la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza. Fu in quell’occasione che Meloni usò per la prima volta parole più nette: “Sono inaccettabili gli attacchi contro la popolazione civile che Israele sta dimostrando da mesi. Nessuna azione militare può giustificare un tale atteggiamento”. L’opposizione, però, notò immediatamente la contraddizione: dopo mesi di silenzio, fu necessario che venisse colpita una chiesa cattolica perché la premier cristiana si indignasse.

A luglio 2025, sempre, il governo italiano firmò insieme ad altri ventidue Paesi e alla Commissione europea una dichiarazione che condannava Israele per “le uccisioni disumane di civili, inclusi bambini” e definiva “inaccettabile” il rifiuto israeliano di fornire assistenza umanitaria. Una mossa considerata tardiva da molti osservatori, ma che segnalò un primo cambio di rotta rispetto alla posizione tenuta nei mesi precedenti.

Il punto, però, è che il profilo di Ben-Gvir era già chiarissimo da anni. Non serviva aspettare il video di Ashdod per sapere con chi si aveva a che fare. Itamar Ben-Gvir, leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit (“Potere Ebraico”), è stato per decenni un personaggio di spicco dell’estrema destra israeliana. Ha esposto nel proprio salotto un ritratto di Baruch Goldstein, il medico responsabile del massacro di Hebron del 1994 in cui furono uccisi ventinove palestinesi in preghiera. È stato condannato dai tribunali israeliani per incitamento al razzismo. Quando, dopo le elezioni del 2022, Netanyahu lo inserì nel governo affidandogli il dicastero della Sicurezza Nazionale, molti cancellieri europei espressero preoccupazione. L’Italia, sostanzialmente, tacque.

Netanyahu scarica Ben-Gvir, ma difende l’operazione

A tenere il punto sulla questione, dal lato israeliano, è stato lo stesso premier Benjamin Netanyahu, che ha preso le distanze dalle modalità del suo ministro pur difendendo la legittimità dell’operazione: “Israele ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza. Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele. Ho dato istruzioni alle autorità competenti di espellere i provocatori il prima possibile”.

Anche il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha attaccato il collega di governo: “Tu non sei il volto di Israele. Con questa vergognosa performance, hai consapevolmente arrecato danno al Paese, e non è la prima volta”. La risposta di Ben-Gvir è stata immediata e indicativa del personaggio: “Ci sono ancora persone nel governo che non hanno capito come comportarsi con i sostenitori del terrorismo. Chiunque venga a sostenere Hamas prenderà una sberla e non porgeremo l’altra guancia”.

Questa spaccatura interna al governo israeliano non è una novità. È la conferma di una coalizione in cui elementi radicali come Ben-Gvir e Bezalel Smotrich hanno avuto — e continuano ad avere — un peso determinante sulle politiche di Gaza, sugli insediamenti in Cisgiordania e sulla gestione dei detenuti. Una realtà che l’Europa, e l’Italia in particolare, ha preferito a lungo ignorare per ragioni di convenienza diplomatica e interessi economici.

Gli italiani coinvolti e la gestione consolare

Sul piano operativo, la situazione dei cittadini italiani fermati si è sbloccata parzialmente nella serata del 20 maggio. Il vicepremier Tajani ha annunciato che “stasera rientreranno i primi due italiani della Flotilla: il parlamentare Dario Carotenuto del M5S e il giornalista Mantovani“. In totale, sono trenta i cittadini italiani tra gli attivisti trattenuti, cui si aggiungono due cittadini spagnoli e un americano residenti stabilmente in Italia.

In tutto, Israele ha fermato 430 attivisti provenienti da decine di Paesi, intercettando l’intera flotta della Global Sumud Flotilla prima che raggiungesse Gaza. Secondo quanto riferito, almeno 87 attivisti a bordo hanno avviato uno sciopero della fame in segno di protesta, mentre l’associazione legale Adalah ha annunciato che contesterà la legalità delle detenzioni in sede giudiziaria. La Flotilla ha definito l’intercettazione “un atto di pirateria” e ha invitato i governi internazionali a condannarlo.

Il team legale italiano ha depositato una nuova denuncia alla procura di Roma chiedendo il rilascio immediato e garanzie per gli attivisti. I funzionari dell’ambasciata italiana sono stati in contatto costante con le autorità del porto di Ashdod per prestare assistenza consolare. Tajani ha riferito di aver avuto “diversi contatti nella notte” con il suo omologo israeliano Sa’ar, insistendo affinché i cittadini italiani venissero liberati e tutelati nei loro diritti fondamentali.

L’opposizione e la questione delle sanzioni

Le forze di opposizione non si sono limitate a commentare il video. Il capogruppo del M5S Riccardo Ricciardi, intervenendo alla Camera, ha chiesto un’informativa del governo e ha dichiarato: “Noi vorremmo vedere un Paese e un continente che alzano la testa, che sanzionano Israele e interrompono ogni accordo commerciale con il governo più criminale che oggi c’è al mondo”. Angelo Bonelli di AVS ha incalzato: “Chiediamo a Meloni perché non vuole sanzionare il governo criminale di Netanyahu”. Il deputato Pd Arturo Scotto ha chiesto la “sospensione dell’accordo UE-Israele”.

Sono domande legittime, e non nuove. La questione delle sanzioni è sul tavolo da mesi, ma il governo italiano ha sistematicamente preferito la via della diplomazia silenziosa. Un approccio che ha il suo razionale geopolitico — l’Italia ha interessi significativi in Medio Oriente, relazioni commerciali consolidate, e fa parte di un’alleanza atlantica che ha visto gli Stati Uniti difendere Israele in quasi tutte le sedi internazionali — ma che, nella percezione dell’opinione pubblica, ha finito per somigliare troppo alla complicità.

Una crisi annunciata

La vicenda della Flotilla non è caduta dal cielo. Già nell’ottobre 2025 Israele aveva intercettato una spedizione precedente, fermando sette attivisti italiani e detenendoli. Il 29 aprile 2026 altri due cittadini italiani erano stati bloccati al largo di Cipro. Ogni volta il governo aveva protestato, ma senza mai arrivare a conseguenze reali nei rapporti bilaterali.

Ora, con le immagini di Ashdod che circolano in tutto il mondo, e con cittadini italiani — tra cui un parlamentare della Repubblica — in stato di fermo in condizioni degradanti, diventa più difficile mantenere il profilo basso. Il video di Ben-Gvir ha reso impossibile l’ambiguità. Ma l’ambiguità era già insostenibile da tempo, e forse è questo il giudizio più severo che si può dare alla gestione italiana della questione israelo-palestinese negli ultimi due anni e mezzo.

Le parole di Meloni e Tajani sono, in sé, corrette. Anzi, sono le più dure mai pronunciate dall’esecutivo verso il governo Netanyahu. Ma arrivano dopo una lunga stagione di reticenze, di astensioni alle Nazioni Unite, di memorandum militari non sospesi, di armi esportate e di silenzi davanti a un conflitto che ha causato decine di migliaia di vittime civili, la stragrande maggioranza non combattenti. Quando si sapeva già, da mesi, con chi avevamo a che fare.