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Attualità · Politica

Bashar al-Assad condannato a morte in contumacia dal tribunale di Damasco

La giustizia siriana condanna l’ex presidente, il fratello Maher e il cugino Atef Najib: il verdetto riapre il tema della responsabilità per i crimini commessi durante il lungo conflitto civile

Un tribunale di Damasco ha condannato a morte in contumacia l’ex presidente siriano Bashar al-Assad, riconosciuto colpevole nell’ambito di un procedimento relativo ai crimini commessi durante la guerra civile. La stessa pena è stata pronunciata nei confronti del fratello minore Maher al-Assad e del cugino Atef Najib, quest’ultimo presente in aula. Il verdetto rappresenta uno dei passaggi giudiziari più significativi avviati in Siria dopo la caduta del precedente governo nel dicembre 2024 e pone al centro della nuova fase politica del Paese il difficile nodo della giustizia per le vittime del conflitto.

La condanna pronunciata a Damasco

La decisione è arrivata l’11 agosto 2026 davanti alla magistratura penale di Damasco. Le informazioni diffuse nelle ore successive al verdetto indicano che Bashar al-Assad è stato condannato a morte in contumacia, non trovandosi in territorio siriano. Il tribunale ha inoltre stabilito che nei suoi confronti dovrà proseguire l’azione giudiziaria anche sul piano internazionale, un passaggio destinato ad assumere particolare importanza considerando che l’ex capo dello Stato vive fuori dal Paese dalla caduta del suo governo.

Nel medesimo procedimento la pena capitale è stata pronunciata anche contro Maher al-Assad, fratello minore dell’ex presidente e per anni figura di primo piano dell’apparato militare siriano. A differenza dei due fratelli, processati in loro assenza, Atef Najib si trovava invece in aula: l’ex generale di brigata ed ex responsabile della Sicurezza politica nella provincia meridionale di Daraa era detenuto ed è comparso davanti ai giudici durante il procedimento.

Imputato Ruolo Situazione processuale Verdetto
Bashar al-Assad Ex presidente della Siria Processato in contumacia Condanna a morte
Maher al-Assad Fratello dell’ex presidente, ex comandante militare Processato in contumacia Condanna a morte
Atef Najib Ex capo della Sicurezza politica a Daraa Detenuto e presente al processo Condanna a morte

Il procedimento era arrivato al verdetto dopo una serie di udienze iniziate nella primavera del 2026. Il 26 aprile si era aperto a Damasco il primo processo pubblico contro esponenti di alto livello legati al precedente sistema di potere. La posizione centrale era quella di Najib, mentre Bashar e Maher al-Assad erano stati inseriti nel procedimento come imputati assenti.

Le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità

Il caso riguarda responsabilità maturate nel corso del lungo conflitto siriano. Le ricostruzioni del verdetto riferiscono di una condanna per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nelle precedenti udienze la pubblica accusa aveva chiesto la condanna degli imputati anche per fatti comprendenti omicidio, tortura, detenzione arbitraria e appropriazione di fondi pubblici, mentre le parti civili avevano posto l’accento sulla natura sistematica delle violazioni e avevano sollecitato la pena più severa prevista dalla legislazione siriana.

Prima della decisione dell’11 agosto, il fascicolo era stato affidato alla Quarta Corte penale presso il Palazzo di Giustizia di Damasco. Il procedimento era presieduto dal giudice Fakhr al-Din al-Aryan. Nel corso delle udienze erano intervenuti l’accusa, i rappresentanti delle parti civili e la difesa, mentre il processo era seguito anche da esponenti degli organismi siriani impegnati nel percorso di giustizia di transizione.

Tra le contestazioni presentate nel corso del dibattimento figuravano anche accuse relative a torture sistematiche, uccisioni, privazioni della libertà e repressione delle manifestazioni. La richiesta delle parti civili aveva incluso l’applicazione della pena capitale. Prima del verdetto, tuttavia, organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani avevano osservato che il quadro legislativo siriano non era ancora stato pienamente aggiornato per recepire in modo esplicito tutte le categorie di crimini previste dal diritto penale internazionale e avevano sollevato critiche sulla permanenza della pena di morte.

Il ruolo di Atef Najib e l’origine delle proteste di Daraa

La figura di Atef Najib assume un peso particolare nel procedimento perché rimanda direttamente alle prime settimane della rivolta siriana del 2011. All’epoca Najib era a capo della sezione della Sicurezza politica nella provincia di Daraa, nel sud del Paese. Proprio in quella città l’arresto e le torture denunciate ai danni di adolescenti accusati di aver scritto slogan antigovernativi sui muri contribuirono ad alimentare una protesta destinata ad allargarsi rapidamente.

La repressione delle manifestazioni e gli scontri nell’area della moschea al-Omari diventarono uno dei momenti simbolici dell’inizio della sollevazione. Nel processo a Najib sono state formulate contestazioni riguardanti la repressione delle proteste con munizioni reali, detenzioni arbitrarie, torture e uccisioni. Gli eventi di Daraa sono considerati uno degli snodi che trasformarono progressivamente le proteste contro il governo in un conflitto armato su scala nazionale.

La guerra che ne seguì coinvolse negli anni forze governative, numerosi gruppi ribelli, organizzazioni jihadiste e potenze straniere. Il bilancio umano è stato devastante: le stime utilizzate nelle ricostruzioni internazionali parlano di circa mezzo milione di morti, oltre a milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni o il Paese. La durata e la frammentazione del conflitto hanno inoltre reso estremamente complesso stabilire responsabilità individuali e ricostruire giudiziariamente migliaia di episodi di violenza.

Dalla caduta del governo Assad alla fuga in Russia

Bashar al-Assad aveva governato la Siria dal 2000, succedendo al padre Hafez al-Assad. La sua presidenza era sopravvissuta alla prima fase della rivolta e a lunghi anni di guerra anche grazie al determinante sostegno militare e politico di Russia e Iran. L’equilibrio si è però spezzato alla fine del 2024, quando una rapida offensiva delle forze ribelli ha provocato il collasso dell’apparato governativo e la conquista di Damasco.

L’8 dicembre 2024 il governo Assad è caduto e l’ex presidente ha lasciato la Siria, trovando rifugio in Russia insieme alla propria famiglia. La sua partenza ha concluso oltre mezzo secolo di potere della famiglia Assad nel Paese e ha aperto una fase politica completamente nuova, caratterizzata dal tentativo delle nuove autorità di ricostruire istituzioni, sicurezza e rapporti internazionali dopo anni di guerra.

Alla guida della nuova Siria si è affermato Ahmed al-Sharaa, divenuto presidente nel periodo successivo alla caduta del precedente governo. Una delle questioni più delicate affrontate dalle nuove autorità è stata proprio la responsabilità penale degli esponenti dell’era Assad, insieme al problema delle persone scomparse, delle fosse comuni, degli archivi delle carceri e delle migliaia di famiglie ancora in cerca di informazioni sui propri parenti.

Una sentenza soprattutto simbolica finché Assad resta in Russia

La condanna in contumacia ha un peso politico e giudiziario rilevante, ma non significa che la pena possa essere eseguita immediatamente. Bashar al-Assad si trova infatti in Russia e, in assenza della sua presenza sul territorio siriano, l’effettiva applicazione del verdetto dipenderebbe dalla possibilità di ottenere la sua consegna o di arrestarlo qualora si trovasse in futuro in una giurisdizione disposta a dare seguito alle richieste giudiziarie che lo riguardano. Questa è una conseguenza pratica della sua permanenza all’estero e della natura stessa del processo celebrato in sua assenza.

La questione si intreccia con diversi procedimenti già aperti fuori dalla Siria. Nel settembre 2025 magistrati francesi hanno emesso mandati di arresto contro Assad e altri ex alti funzionari siriani nell’inchiesta sull’attacco del 2012 contro un centro stampa a Homs, nel quale morirono la giornalista statunitense Marie Colvin e il fotografo francese Rémi Ochlik. La giustizia francese ha inoltre affrontato negli anni altri fascicoli riguardanti esponenti delle strutture di sicurezza siriane.

Nel luglio 2025 la Corte di Cassazione francese aveva annullato un precedente mandato contro Assad relativo agli attacchi chimici del 2013, stabilendo che al momento dell’emissione l’allora presidente godeva dell’immunità personale riconosciuta ai capi di Stato in carica. La stessa decisione aveva però chiarito che, dopo la perdita della presidenza, nuovi provvedimenti giudiziari potevano essere adottati. Il successivo mandato francese del 2025 ha confermato come il dossier giudiziario internazionale sull’ex leader siriano rimanga aperto.

Il difficile percorso della giustizia di transizione

Il processo di Damasco si inserisce in un progetto molto più ampio. Nel maggio 2025 le nuove autorità siriane avevano istituito una Commissione nazionale per la giustizia di transizione e una distinta commissione dedicata alle persone scomparse. L’obiettivo dichiarato è affrontare l’eredità delle violazioni del passato, ricostruire le responsabilità individuali e fornire risposte alle famiglie che da anni cercano notizie dei propri parenti.

Il percorso rimane tuttavia complesso. La giustizia di transizione non riguarda soltanto la celebrazione di processi contro gli ex vertici, ma anche la raccolta e conservazione delle prove, l’identificazione delle vittime, la ricerca degli scomparsi, l’analisi degli archivi delle strutture di sicurezza e la ricostruzione delle catene di comando. Dopo oltre un decennio di guerra, molti documenti sono andati dispersi e numerosi ex funzionari hanno lasciato la Siria.

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno riconosciuto l’apertura dei procedimenti contro alti esponenti del precedente governo come un passo verso l’accertamento delle responsabilità, sottolineando però alcune criticità. Tra queste figurano la necessità di adeguare la legislazione interna ai crimini previsti dal diritto internazionale, garantire pienamente i diritti degli imputati, evitare una giustizia selettiva e affrontare il tema della pena capitale, ancora prevista nell’ordinamento siriano.

È un punto particolarmente delicato perché la credibilità del nuovo sistema giudiziario sarà valutata non soltanto sulla severità delle sentenze, ma anche sul rispetto delle garanzie processuali. La sfida per Damasco è trasformare le richieste di giustizia di una società segnata da anni di violenze in un percorso istituzionale capace di distinguere responsabilità individuale, vendetta e ricostruzione dello Stato di diritto.

Il peso della sentenza sul futuro della Siria

Il verdetto contro Bashar al-Assad è destinato ad avere una forte portata simbolica. Per la prima volta l’ex presidente viene condannato da un tribunale della Siria post-Assad nell’ambito di un procedimento che coinvolge direttamente alcuni dei più importanti protagonisti della repressione iniziata nel 2011. Per le nuove autorità, la decisione rappresenta anche un segnale rivolto alla popolazione e alle famiglie delle vittime, che da anni chiedono di conoscere la verità sui responsabili delle violazioni.

Resta però una distanza significativa tra il valore giudiziario del verdetto e la possibilità di renderlo concretamente esecutivo nei confronti degli imputati che si trovano all’estero. Atef Najib è nelle mani della giustizia siriana, mentre per Bashar e Maher al-Assad la questione dipende soprattutto dai rapporti con la Russia e dall’evoluzione dei procedimenti internazionali. La richiesta di perseguire l’ex presidente oltre i confini siriani apre quindi una fase che potrebbe durare anni.

La sentenza dell’11 agosto non chiude dunque il capitolo giudiziario della guerra siriana. Al contrario, potrebbe rappresentare l’inizio di una stagione di procedimenti contro altri esponenti militari, politici e dei servizi di sicurezza del precedente governo. Già dopo la caduta di Assad diverse figure dell’ex apparato sono state arrestate o sottoposte a indagini, mentre altri ex funzionari risultano ancora all’estero.

Per la Siria, uscita da un conflitto che ha distrutto città, provocato centinaia di migliaia di vittime e disperso milioni di cittadini nel mondo, il problema non sarà soltanto stabilire chi debba essere condannato. La questione centrale sarà costruire un sistema capace di assicurare verità, responsabilità, garanzie processuali e riconoscimento delle vittime. La condanna a morte in contumacia di Bashar al-Assad diventa così uno dei simboli più evidenti del passaggio tra due fasi della storia siriana: la fine di un sistema di potere durato decenni e il difficile tentativo di fare i conti, attraverso i tribunali, con le conseguenze della guerra.