Ballottaggi comunali 2026: pareggio nei capoluoghi, centrodestra vince ad Arezzo, Lecco e Macerata, il centrosinistra conquista Agrigento, Chieti e Trani

Quarantadue comuni al voto per il secondo turno. Affluenza in crollo di otto punti rispetto al primo turno: solo il 52% degli elettori si è recato alle urne. Vigevano storica per Forza Italia, Sardegna controtendenza.

Un perfetto pareggio politico nei sei capoluoghi di provincia al ballottaggio: tre al centrodestra, tre al centrosinistra. Questo è il verdetto delle elezioni comunali del secondo turno dell’8 giugno 2026, che ha visto 42 comuni italiani tornare alle urne dopo che nessun candidato aveva superato il 50% il 24 e 25 maggio scorsi. Marcello Comanducci vince ad Arezzo, Sandro Parcaroli si conferma a Macerata, Filippo Boscagli strappa Lecco alla sinistra. Dall’altra parte, Michele Sodano conquista Agrigento con un plebiscito, Giovanni Legnini si impone a Chieti e Marco Galiano tiene Trani. Il tutto con uno sfondo che preoccupa tutte le forze politiche: l’affluenza definitiva si è fermata al 52,07%, otto punti percentuali in meno rispetto al primo turno.

Il quadro generale: 42 comuni, sei capoluoghi, una tornata che pesa sul 2027

I ballottaggi delle elezioni comunali 2026 si sono tenuti domenica 7 e lunedì 8 giugno in 42 comuni italiani, di cui sei capoluoghi di provincia: Agrigento, Arezzo, Chieti, Lecco, Macerata e Trani. Contestualmente, in Sardegna si è votato per il primo turno delle amministrative in 148 comuni, in una tornata separata che ha registrato dati di partecipazione in controtendenza rispetto al resto del Paese.

La tornata rappresentava l’ultima grande verifica elettorale prima delle elezioni politiche del 2027, e per questo motivo i partiti l’hanno vissuta con particolare attenzione. Al primo turno, il centrodestra aveva già incassato le vittorie a Venezia e Reggio Calabria, mentre il centrosinistra aveva riconquistato Pistoia dopo dieci anni e si era confermato a Prato, Mantova, Salerno, Andria, Avellino ed Enna. Il ballottaggio era dunque chiamato a completare il quadro, con sei capoluoghi ancora in bilico.

Il risultato finale vede un equilibrio pressoché perfetto: nei 18 capoluoghi complessivamente al voto in questa tornata (primo e secondo turno insieme), secondo le elaborazioni di Youtrend il centrosinistra passa da 8 a 10 sindaci eletti, il centrodestra da 5 a 6, mentre i sindaci civici o espressione di altri partiti scendono da 5 a 2.

Arezzo: Comanducci vince con il 56%, la città toscana resta al centrodestra

Ad Arezzo, la città più popolosa tra quelle al ballottaggio con quasi 100.000 abitanti, la vittoria è andata a Marcello Comanducci, candidato del centrodestra sostenuto da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e lista civica. Comanducci ha ottenuto il 56% dei voti contro il 44% di Vincenzo Ceccarelli, candidato del centrosinistra. Si tratta di un margine netto, che ha reso il risultato chiaro ben prima del completamento dello spoglio.

Arezzo era considerata la partita simbolicamente più importante del ballottaggio toscano: il centrosinistra era riuscito, al primo turno, a portare per la prima volta in anni la città alla sfida diretta, dopo due mandati consecutivi di amministrazione di centrodestra. La vittoria di Comanducci congela dunque le ambizioni di ribaltamento della coalizione progressista nel capoluogo aretino. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha telefonato al neo-sindaco per congratularsi della vittoria.

L’affluenza ad Arezzo si è fermata al 53,11%, contro il 59,30% del primo turno: un calo di oltre sei punti percentuali, in linea con il trend nazionale.

Macerata: Parcaroli si conferma, sfiorò il 50% già al primo turno

A Macerata, la conferma del sindaco uscente Sandro Parcaroli (Lega, centrodestra) era considerata la più probabile delle sfide nei capoluoghi. Al primo turno Parcaroli aveva mancato la vittoria diretta per una manciata di voti — meno di dieci — fermandosi al 49,96%. Al ballottaggio ha ottenuto circa il 53% dei consensi, contro il 47% dello sfidante Gianluca Tittarelli, candidato del centrosinistra.

La continuità amministrativa nel capoluogo marchigiano è stata premiata dagli elettori, anche se con un’affluenza leggermente in calo: 54,80% contro il 56,33% del primo turno, uno scarto relativamente contenuto rispetto ad altri comuni.

Lecco: Boscagli vince di misura, la città passa al centrodestra

La sfida più combattuta tra i capoluoghi è stata quella di Lecco, dove Filippo Boscagli del centrodestra ha battuto il sindaco uscente Mauro Gattinoni del centrosinistra con un margine di appena due-tre punti: circa il 51% contro il 49%. Una vittoria di misura che ribalta il risultato del 2020, quando Gattinoni si era imposto per soli 31 voti.

Lecco è il capoluogo che cambia colore politico sul versante centrodestra: la città lombarda passa dalla guida progressista a quella conservatrice. L’affluenza a Lecco è stata la più alta tra i sei capoluoghi, attestandosi al 59,29%, in calo di appena un punto rispetto al 60,4% del primo turno.

Agrigento: Sodano trionfa con oltre il 70%, storica vittoria del centrosinistra

Sul fronte opposto, Agrigento registra il risultato più netto dell’intera tornata. Michele Sodano, candidato sostenuto dal campo largo e esponente del movimento Controcorrente fondato da Ismaele La Vardera, ha ottenuto circa il 71-72% dei voti, contro il 28-29% dello sfidante di centrodestra Dino Alonge. Un plebiscito che ha trasformato Agrigento — tradizionalmente in bilico — in una netta vittoria progressista.

Al primo turno Sodano si era fermato al 39,1%, mentre Alonge aveva incassato il 34,7%. L’aggregazione del campo largo al secondo turno ha moltiplicato il vantaggio. Ismaele La Vardera ha commentato: il risultato è stato definito una «prova generale» per la costruzione di un’alternativa al governo regionale siciliano.

Il dato sull’affluenza è però il più preoccupante: ad Agrigento ha votato solo il 41,03% degli aventi diritto, con un crollo di 18,16 punti percentuali rispetto al primo turno (59,19%). Un dato che pone interrogativi sulla reale solidità del consenso e sulla disaffezione degli elettori agrigentini.

Chieti: Legnini vince con il 52,6%, centrosinistra confermato in Abruzzo

A Chieti, Giovanni Legnini — ex vicepresidente del Csm e commissario straordinario post-terremoto — ha vinto con il 52,64% contro il 47,36% di Cristiano Sicari, candidato di centrodestra. Una vittoria più netta di quanto i sondaggi della vigilia lasciassero prevedere, che conferma Chieti all’area progressista.

Al primo turno Legnini aveva ottenuto il 47,2%, entrando al ballottaggio come favorito ma non in posizione di vantaggio schiacciante. Il consolidamento dei voti al secondo turno gli ha garantito un margine sufficiente per una vittoria che appare solida. L’affluenza a Chieti è stata del 55,33%, con un calo di sette punti rispetto al primo turno (62,40%).

Trani: Galiano vince di misura, centrosinistra tiene il capoluogo pugliese

L’ultima sfida a chiudersi è stata quella di Trani, che ha tenuto col fiato sospeso fino alle ultime sezioni scrutinate. Marco Galiano, candidato sostenuto dal Partito Democratico (ma senza l’appoggio del Movimento 5 Stelle), ha prevalso su Angelo Guarriello del centrodestra con circa il 51% dei voti, ricevendo in diretta televisiva le congratulazioni telefoniche del suo avversario.

Il risultato di Trani è stato il più incerto dell’intera serata: per lungo tempo i due candidati erano stati pressoché appaiati nelle proiezioni parziali. La chiave è stata l’aggregazione, al secondo turno, dei voti del candidato civico Giacomo Marinaro, che al primo turno aveva superato il 21% dei consensi.

L’affluenza a Trani è crollata di quasi 15 punti percentuali: dal 65,19% del primo turno al 50,46% del ballottaggio. Un dato che testimonia la disaffezione di un elettorato che, evidentemente, non si è sentito pienamente rappresentato dalla sfida finale tra i due candidati rimasti.

Il dato dell’affluenza: un allarme trasversale

Il tema che attraversa l’intera tornata elettorale, al di là delle singole vittorie e sconfitte, è il crollo della partecipazione. L’affluenza definitiva si è attestata al 52,07%, contro il 60,48% del primo turno: un calo di oltre otto punti percentuali che conferma una tendenza strutturale alla disaffezione verso le urne, in particolare nei ballottaggi.

Il fenomeno è generalizzato ma assume intensità diverse a seconda delle città:

  • Agrigento: dal 59,19% al 41,03% (-18,16 punti)
  • Trani: dal 65,19% al 50,46% (-14,73 punti)
  • Chieti: dal 62,40% al 55,33% (-7,07 punti)
  • Arezzo: dal 59,30% al 53,11% (-6,19 punti)
  • Macerata: dal 56,33% al 54,80% (-1,53 punti)
  • Lecco: dal 60,46% al 59,29% (-1,17 punti)

I dati di Macerata e Lecco fanno eccezione positiva, con cali contenuti. Il caso più estremo è Agrigento, dove la perdita di quasi un quinto degli elettori in due settimane solleva interrogativi sulla sostenibilità del modello del doppio turno come strumento di selezione della classe dirigente locale. Il record negativo tra tutti i 42 comuni è stato registrato a Comacchio, con appena il 40,14% di affluenza.

Per converso, la Sardegna ha offerto un segnale opposto: al primo turno delle proprie amministrative (148 comuni), l’affluenza è salita al 61,64%, con un aumento di oltre due punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni sarde (59,60%). Una controtendenza che potrebbe riflettere dinamiche locali specifiche, ma che stride con il quadro generale di disaffezione.

I casi notevoli fuori dai capoluoghi: Vigevano, Viareggio, Emilia-Romagna

Tra i comuni non capoluogo, spicca il risultato di Vigevano, in Lombardia. Paolo Previde Massara, candidato di Forza Italia che ha corso senza il sostegno di Lega e Fratelli d’Italia al primo turno, ha battuto la candidata del campo largo e ha sconfitto anche la lista legata a Roberto Vannacci. È la prima volta nella storia che Forza Italia conquista una città lombarda con più di 60.000 abitanti correndo sostanzialmente da sola. Il segretario regionale del partito, Alessandro Sorte, ha parlato di «pagina storica».

A Viareggio, in Toscana, la candidata civica di centrodestra Sara Grilli ha vinto il duello tutto al femminile, diventando la prima donna sindaco della città toscana. Ha prevalso sulla candidata del centrosinistra Federica Maineri in una sfida che aveva visto una battaglia a tre al primo turno.

In Emilia-Romagna, il centrodestra ha ottenuto una parziale rivincita vincendo i ballottaggi a Vignola (Modena) e Comacchio (Ferrara), dopo che al primo turno il centrosinistra si era assicurato Imola, Faenza e Cervia.

In Campania, tra i comuni al ballottaggio, è da segnalare la vittoria del campo largo a Casalnuovo di Napoli con il civico progressista Giovanni Nappi: è la prima volta che il centrosinistra si afferma in quel comune.

Il quadro complessivo dei capoluoghi: centrosinistra a 10, centrodestra a 6

Sommando i risultati del primo e del secondo turno su tutti e 18 i capoluoghi di provincia al voto in questa tornata, il bilancio finale parla chiaro:

Capoluogo Regione Vincitore Coalizione Turno
Arezzo Toscana Marcello Comanducci Centrodestra Ballottaggio
Lecco Lombardia Filippo Boscagli Centrodestra Ballottaggio
Macerata Marche Sandro Parcaroli Centrodestra Ballottaggio
Venezia Veneto Simone Venturini Centrodestra Primo turno
Reggio Calabria Calabria Centrodestra Centrodestra Primo turno
Crotone Calabria Centrodestra Centrodestra Primo turno
Agrigento Sicilia Michele Sodano Centrosinistra Ballottaggio
Chieti Abruzzo Giovanni Legnini Centrosinistra Ballottaggio
Trani Puglia Marco Galiano Centrosinistra Ballottaggio
Salerno Campania Centrosinistra Centrosinistra Primo turno
Pistoia Toscana Centrosinistra Centrosinistra Primo turno
Prato Toscana Centrosinistra Centrosinistra Primo turno
Mantova Lombardia Centrosinistra Centrosinistra Primo turno
Avellino Campania Centrosinistra Centrosinistra Primo turno
Andria Puglia Centrosinistra Centrosinistra Primo turno
Enna Sicilia Centrosinistra Centrosinistra Primo turno
Messina Sicilia Sud chiama Nord (civico) Civico Primo turno
Fermo Marche Sindaco civico Civico Primo turno

Le reazioni politiche: tutti rivendicano, nessuno ammette la sconfitta

Le reazioni dei partiti al risultato sono state, prevedibilmente, orientate alla valorizzazione dei propri successi. Il vicepremier Matteo Salvini ha esultato sui social per le vittorie di Macerata, Lecco, Arezzo e degli altri comuni conquistati dalla Lega, augurando «buon lavoro ai sindaci e a tutti i nuovi eletti». Il presidente del Consiglio Meloni ha chiamato personalmente Comanducci per congratularsi.

Sul fronte progressista, Ismaele La Vardera ha rivendicato Agrigento come «prova generale» per costruire un’alternativa in Sicilia. La vicepresidente del M5S Paola Taverna ha invitato a non «ricavare valutazioni di ordine generale» da un voto locale, sottolineando la necessità di «allargare le maglie della partecipazione».

Quest’ultima considerazione — la partecipazione — è in realtà il dato che più pesa sul risultato complessivo. Un paese che va alle urne in numero sempre più ridotto, soprattutto ai ballottaggi, esprime una crisi di legittimazione che nessuno schieramento può permettersi di ignorare in vista del 2027.

Cosa cambia rispetto alla situazione precedente

Il confronto tra la composizione politica dei comuni capoluogo prima e dopo questa tornata evidenzia che il vero guadagno è stato del centrosinistra, che aggiunge due sindaci alla propria colonna (da 8 a 10), mentre il centrodestra cresce da 5 a 6. I sindaci civici o di altri partiti, invece, subiscono una significativa riduzione: da 5 a 2.

Tra i cambi di colore politico, i più significativi nei ballottaggi sono stati: Lecco, che passa dal centrosinistra al centrodestra, e Agrigento, che passa dal centrodestra al centrosinistra. Gli altri quattro capoluoghi al ballottaggio hanno invece confermato la coalizione uscente.

Al di là della mera conta dei sindaci, il voto del 2026 consegna all’agenda politica italiana due questioni urgenti. La prima è la frammentazione dell’elettorato e la difficoltà di costruire coalizioni credibili, come dimostra il caso di Trani dove il centrosinistra è riuscito a vincere solo senza il M5S. La seconda è la crisi di partecipazione, che nei ballottaggi raggiunge livelli che mettono in discussione la rappresentatività stessa degli eletti: un sindaco scelto da meno del 25% dell’elettorato complessivo fatica ad incarnare una legittimazione piena.

Con le elezioni politiche del 2027 all’orizzonte, questa tornata fotografa un’Italia politicamente divisa in modo quasi speculare, dove la conquista del governo nazionale dipenderà probabilmente da dinamiche diverse da quelle locali — e dove la mobilitazione degli astenuti potrebbe rivelarsi la vera variabile decisiva.

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