Autostrade, rincari in arrivo nel 2026 con aumenti medi dell’1,5% sui pedaggi

Il ministero delle Infrastrutture attribuisce gli aumenti a una sentenza della Corte costituzionale, ma la Consulta aveva già indicato agli esecutivi la possibilità di intervenire sui nuovi piani tariffari

Con l’inizio del 2026 tornano ad aumentare i pedaggi autostradali: l’incremento medio stimato è pari all’1,5% per la maggior parte delle concessionarie. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti chiama in causa una decisione della Corte costituzionale, sostenendo che abbia reso impossibile il congelamento delle tariffe, mentre dall’opposizione arrivano critiche severe sulla gestione del dossier da parte del governo.


I rincari sui pedaggi e il quadro generale

L’anno nuovo si apre con aumenti dei pedaggi autostradali che interesseranno gran parte della rete nazionale. Secondo quanto comunicato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’adeguamento medio previsto è dell’1,5%, applicato alle concessionarie per le quali è in corso la procedura di aggiornamento dei Piani Economico-Finanziari (Pef).

Il dicastero guidato da Matteo Salvini attribuisce la responsabilità degli aumenti a una recente pronuncia della Corte costituzionale, sostenendo che la decisione abbia “vanificato lo sforzo del governo di congelare le tariffe” in attesa della definizione dei nuovi strumenti regolatori.

Una lettura che, tuttavia, non convince né le opposizioni né parte degli osservatori istituzionali, alla luce delle stesse motivazioni espresse dai giudici costituzionali.


Le concessionarie coinvolte e le eccezioni

Non tutte le tratte saranno interessate da rincari. In base ai dati diffusi dal ministero:

  • Nessuna variazione tariffaria è prevista per:

    • Concessioni del Tirreno (tronchi A10 e A12)

    • Ivrea–Torino–Piacenza (tronchi A5 e A21)

    • Strada dei Parchi

    In questi casi è ancora in vigore un periodo regolatorio che, in base agli atti convenzionali, non consente aumenti a carico dell’utenza.

  • È invece riconosciuto un aumento dell’1,925% alla concessionaria Salerno–Pompei–Napoli, con Pef vigente.

  • Per Autostrada del Brennero è previsto un adeguamento dell’1,46%, nonostante la concessione risulti scaduta e sia in corso il procedimento di riaffidamento.

  • Alcune variazioni risultano addirittura negative:

    • Ivrea–Torino–Piacenza: –8,03%

    • Tirreno A10: –3,69%

    • Tirreno A12: –6,3%

Un quadro frammentato che riflette la complessità del sistema concessorio e la diversa fase regolatoria delle singole tratte.


La sentenza della Corte costituzionale

Al centro della polemica c’è la sentenza n. 147, depositata il 14 ottobre 2025, con cui la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le norme che, dal 2020 al 2023, avevano rinviato gli adeguamenti tariffari in attesa dell’approvazione dei nuovi Pef.

I giudici hanno censurato i rinvii contenuti nei decreti-legge succedutisi negli anni per contrasto con gli articoli 3, 41 e 97 della Costituzione, richiamando i principi di uguaglianza, libertà d’impresa e buon andamento della pubblica amministrazione.

Il giudizio nasce da un ricorso presentato al Consiglio di Stato da una concessionaria autostradale, che contestava il mancato riconoscimento degli adeguamenti tariffari per il 2020 e il 2021. Secondo la società, il blocco delle tariffe aveva compromesso la continuità dell’azione amministrativa e inciso negativamente sulla sostenibilità economica della gestione.

La Consulta ha dato ragione alla concessionaria, ma ha anche chiarito un punto centrale spesso trascurato nel dibattito politico.


La strada indicata dalla Consulta

Nelle motivazioni della sentenza, la Corte sottolinea che gli strumenti per evitare rincari disordinati erano già disponibili. In particolare, i giudici spiegano che l’esigenza di applicare il nuovo sistema tariffario poteva essere soddisfatta attraverso l’attuazione delle delibere del CIPE e dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART), già intervenute nel frattempo.

In altre parole, secondo la Consulta, i governi che si sono succeduti avrebbero potuto e dovuto definire tempestivamente le nuove tariffe, evitando il ricorso a continui rinvii normativi poi giudicati incostituzionali.

La Corte richiama anche le ricadute concrete sulla sicurezza e sull’efficienza della rete autostradale, evidenziando come la mancata programmazione degli investimenti possa avere “conseguenze di non poco momento” su manutenzione e infrastrutture.


Le critiche politiche e lo scontro istituzionale

La decisione della Corte e la successiva comunicazione del ministero hanno innescato una dura reazione delle opposizioni. Diversi esponenti parlamentari accusano il Mit di scaricare la responsabilità sui giudici costituzionali, anziché assumersi il peso delle scelte – o delle mancate scelte – compiute negli ultimi anni.

Secondo i critici, la vicenda dei pedaggi rappresenta l’ennesimo esempio di gestione inefficace del settore dei trasporti, con ricadute dirette su famiglie, lavoratori e imprese, in un contesto già segnato da aumenti dei costi energetici e fiscali.

Il confronto politico si inserisce in un clima più ampio di tensione, che riguarda anche altri dossier infrastrutturali e la qualità complessiva dei servizi di trasporto, dalla rete ferroviaria al trasporto pubblico locale.


Un tema strutturale ancora irrisolto

Al di là dello scontro politico, la questione dei pedaggi autostradali mette in luce un nodo strutturale: la difficoltà cronica di aggiornare in modo tempestivo e coerente i Piani Economico-Finanziari delle concessioni.

I continui rinvii, le proroghe e gli interventi emergenziali hanno prodotto negli anni un sistema fragile, esposto sia ai contenziosi legali sia a improvvisi adeguamenti tariffari. Un meccanismo che, come dimostra la sentenza della Corte costituzionale, rischia di generare effetti contrari agli obiettivi dichiarati di tutela degli utenti.


Conclusione

L’aumento medio dell’1,5% dei pedaggi nel 2026 rappresenta l’effetto concreto di una lunga fase di incertezza regolatoria. La sentenza della Corte costituzionale non introduce nuovi rincari, ma chiude la stagione dei rinvii, imponendo alle istituzioni di affrontare in modo strutturale il tema delle tariffe e degli investimenti.

Resta ora da capire se il governo utilizzerà gli strumenti indicati dalla stessa Consulta per garantire trasparenza, equilibrio economico e tutela degli utenti, o se il confronto continuerà a consumarsi sul piano dello scontro politico.