Carabinieri e Direzione distrettuale antimafia di Roma individuano i presunti esecutori materiali dell’ordigno fatto esplodere nell’ottobre 2025 a Torvaianica. Resta aperta la caccia ai mandanti
A otto mesi dall’esplosione che danneggiò l’abitazione del conduttore di Report, la Direzione distrettuale antimafia di Roma porta a casa una svolta investigativa di primo piano: quattro misure cautelari, eseguite all’alba tra le province di Napoli e Avellino, hanno colpito i presunti autori materiali dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci. Per gli inquirenti il commando avrebbe agito su commissione, dietro compenso economico, con modalità riconducibili al metodo mafioso.
L’ordigno davanti casa, la notte del 16 ottobre 2025
Tutto risale alla sera del 16 ottobre 2025, quando un ordigno ad alto potenziale esplose davanti al cancello dell’abitazione di Ranucci, a Torvaianica, frazione di Pomezia, in provincia di Roma. La deflagrazione distrusse due autovetture parcheggiate in strada e danneggiò il muro perimetrale della proprietà, in un’area densamente abitata. Da quel momento i Nuclei Investigativi dei Carabinieri di Roma e Frascati hanno lavorato senza sosta per ricostruire la catena di responsabilità dietro il gesto intimidatorio ai danni di uno dei giornalisti d’inchiesta più esposti del Paese.
Nelle prime ore della mattina del 30 giugno 2026, i carabinieri del Comando Provinciale di Roma, coadiuvati dai reparti territoriali competenti, hanno eseguito l’ordinanza firmata dal Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia capitolina, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dal pm della Dda Carlo Villani. Tre persone sono finite in carcere, una quarta è stata raggiunta dai domiciliari.
Chi sono gli arrestati
Gli indagati, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sono Antonio Passariello, residente nel comune di Cicciano (Napoli), Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, questi ultimi tre residenti nell’Avellinese. Le quattro persone hanno un’età compresa tra i 22 e i 53 anni e vantano già precedenti penali, in particolare per droga; il più anziano del gruppo risulta gravato anche da precedenti per sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione. Uno degli arrestati si trovava già ai domiciliari da pochi giorni nell’ambito di un’indagine per stupefacenti.
Nel provvedimento gli indagati risultano gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. La procura di Roma, nella richiesta di custodia cautelare, aveva inizialmente ipotizzato anche il reato di strage, contestazione che il Gip non ha però accolto nell’ordinanza.
Secondo quanto ricostruito, tre dei quattro avrebbero effettuato un sopralluogo nella zona di Torvaianica sei giorni prima dell’attentato, mentre soltanto in due si sarebbero materialmente occupati di trasportare e far esplodere l’ordigno. Il commando avrebbe agito su mandato di terze persone, ancora non identificate, in cambio di un compenso economico descritto dagli inquirenti come pari a diverse migliaia di euro.
L’esplosivo: “gelatina da cava” e una rete di approvvigionamento illecito
Le indagini sono partite proprio dall’analisi del materiale utilizzato per confezionare la bomba. I rilievi tecnico-scientifici condotti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma, insieme ai successivi accertamenti del Ris di Roma, hanno stabilito che la carica detonante era composta da “gelatina da cava”, un materiale ormai obsoleto ma dotato di una capacità distruttiva straordinaria. Per gli inquirenti si tratta di un indizio significativo dell’esistenza di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente, sulla quale proseguono ulteriori accertamenti.
La Fiat 500 X e l’incrocio dei tabulati telefonici
Un passaggio chiave dell’inchiesta è arrivato dall’incrocio tra immagini di videosorveglianza e tabulati telefonici. Una telecamera installata lungo la Strada Statale 148 “Pontina”, a diversi chilometri dal luogo dell’attentato, ha permesso di individuare il transito di una Fiat 500 X, risultata noleggiata in Campania, e di tracciarne il viaggio di andata verso Roma e il rapido rientro nelle ore immediatamente successive all’esplosione.
Da lì gli investigatori hanno ricostruito, attraverso l’analisi dei dati di traffico telefonico e telematico relativi a un’ampia area di celle, come il percorso dei cellulari in uso ai presunti esecutori materiali fosse perfettamente sovrapponibile al tracciato dell’utilitaria, sia il giorno dell’attentato sia in occasione del sopralluogo compiuto in precedenza. L’esame incrociato di tutti i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati della zona ha permesso di ricostruire in modo dettagliato le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’azione.
Il supporto logistico e i tentativi di insabbiamento
Le indagini hanno fatto emergere anche una rete di copertura attorno al commando. I mandanti, ancora non identificati, si sarebbero adoperati per tutelare i presunti esecutori fornendo fondi, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e pianificando un’eventuale fuga all’estero in caso di necessità. Gli indagati, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbero inoltre tentato in più occasioni di ostacolare le indagini, effettuando bonifiche ambientali alla ricerca di microspie, distruggendo schede Sim e concordando linee difensive omertose per non coinvolgere i veri mandanti.
Contestualmente all’esecuzione delle quattro misure cautelari, risultano tuttora in corso numerose perquisizioni nei confronti di altri indagati, ritenuti coinvolti nella fornitura dell’esplosivo e nel supporto logistico fornito al commando. Le indagini della Dda di Roma proseguono ora con l’obiettivo dichiarato di risalire all’identità di chi ha realmente commissionato l’attentato.
La reazione di Ranucci: “Capire se ci sono altri livelli”
Raggiunto telefonicamente dal programma “Agorà Estate”, in onda su Rai 3, il giornalista e conduttore di Report ha commentato la notizia degli arresti ringraziando gli investigatori. Sigfrido Ranucci ha detto di aver intuito che qualcosa si stesse muovendo sul fronte delle indagini, pur senza informazioni dettagliate, e ha sottolineato come ora resti da chiarire “se ci sono altri livelli” dietro l’attentato. Il giornalista ha aggiunto che, da quanto ha potuto ricostruire, nella vicenda ci sarebbe stato chi ha organizzato l’azione, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale e chi ha provato a far sparire le prove distruggendo le schede telefoniche.
Un caso che ha scosso il giornalismo d’inchiesta italiano
L’attentato del 16 ottobre 2025 si inserisce in una più ampia escalation di tensioni attorno al lavoro di Report e del suo conduttore, da anni impegnato in inchieste su temi sensibili che spaziano dalla criminalità organizzata agli interessi economici legati a settori come l’energia. Non a caso, parallelamente al filone principale dell’inchiesta, gli inquirenti starebbero valutando anche altre piste, compresa quella relativa al settore dell’eolico, oggetto in passato di approfondimenti giornalistici dello stesso Ranucci.
La vicenda ha avuto anche una eco politica immediata. Esponenti dell’opposizione, tra cui la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, hanno colto l’occasione per sollevare interrogativi più ampi sul clima di sicurezza per chi fa informazione indipendente in Italia, in un contesto già segnato da tensioni tra alcune testate giornalistiche e l’attuale maggioranza di governo.
Cosa succede adesso
Con i quattro fermi eseguiti, l’inchiesta entra in una nuova fase. Gli investigatori dovranno ora consolidare il quadro probatorio a carico degli esecutori materiali, proseguire le perquisizioni in corso per individuare chi ha fornito l’esplosivo e il supporto logistico, e soprattutto risalire alla rete di mandanti che, secondo l’impianto accusatorio, avrebbe commissionato l’attacco contro Ranucci dietro un compenso economico. Resta da capire se la vicenda si limiterà a un episodio isolato di intimidazione su commissione o se, come paventato dallo stesso Ranucci, l’inchiesta porterà alla luce ulteriori livelli di responsabilità dietro l’episodio.


