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Attualità · Esteri

Alluvione tra Nepal e Tibet, 165 corpi recuperati e centinaia di dispersi dopo il collasso di un ghiacciaio

La piena improvvisa ha travolto villaggi, strade e infrastrutture lungo il confine himalayano. I soccorsi proseguono mentre resta incerto il numero complessivo dei dispersi tra i due Paesi

Una catastrofe di proporzioni ancora difficili da definire ha colpito l’area di confine tra Nepal e Tibet. Le autorità nepalesi hanno recuperato 165 corpi e risultano ancora irreperibili centinaia di persone, tra residenti, membri delle forze di sicurezza e turisti stranieri. Sul versante tibetano le autorità cinesi segnalano a loro volta oltre 500 dispersi. A provocare la devastante alluvione lampo sarebbe stato il collasso di una parte di un ghiacciaio himalayano, precipitata nella valle insieme a una gigantesca massa di ghiaccio, rocce e detriti.

Il bilancio dell’alluvione continua a cambiare

Le operazioni di ricerca sono proseguite senza sosta nelle zone investite dalla piena improvvisa tra Nepal e Tibet, ma il quadro delle vittime e delle persone scomparse resta estremamente fluido. In Nepal il bilancio comunicato nella mattinata del 27 agosto indica 165 corpi recuperati e 826 persone ancora irrintracciabili. Numeri che potrebbero cambiare rapidamente con l’avanzare delle squadre di soccorso nelle aree rimaste isolate.

Tra le persone di cui non si hanno ancora notizie figurano anche 85 componenti delle forze di sicurezza nepalesi, oltre a numerosi abitanti delle zone maggiormente colpite. Particolarmente pesante è il dato relativo ai viaggiatori: le autorità nepalesi hanno indicato 579 turisti dispersi, 466 dei quali stranieri e 113 nepalesi.

Sul versante cinese del confine la situazione è altrettanto complessa. Nel Tibet sono state indicate 558 persone irreperibili, tra cui 260 cittadini stranieri, mentre le autorità hanno confermato anche vittime nell’area di Gyirong. I dati diffusi dai due Paesi non possono tuttavia essere sommati automaticamente: alcune liste potrebbero riferirsi alle stesse persone registrate in momenti o località differenti e il processo di identificazione è ancora in corso.

Area o categoria Dato Situazione
Nepal 165 corpi recuperati Bilancio provvisorio
Persone irreperibili in Nepal 826 Ricerche ancora in corso
Turisti dispersi in Nepal 579 466 stranieri e 113 nepalesi
Tibet 558 persone irreperibili 260 indicate come straniere
Italia Circa 90 connazionali registrati nell’area Nepal-Tibet Due italiani coinvolti risultano in buone condizioni

I numeri restano provvisori e devono essere letti tenendo conto delle difficoltà di comunicazione, dell’isolamento di diverse località e della presenza di registrazioni separate tra Nepal e Cina. Le stime internazionali parlano ormai di un numero di persone non localizzate che, considerando l’intera area interessata dalla catastrofe, potrebbe avvicinarsi a 1.500.

Il collasso del ghiacciaio e la gigantesca colata di detriti

La ricostruzione delle prime ore aveva lasciato spazio all’ipotesi che un terremoto potesse aver innescato il disastro. Successive analisi hanno però modificato radicalmente questa interpretazione. Il segnale sismico registrato nell’area, equivalente a un evento di magnitudo intorno a 5,2, sarebbe stato prodotto dallo stesso collasso glaciale e dal movimento della massa di detriti, e non da un terremoto tettonico precedente all’alluvione.

Una parte inferiore di un ghiacciaio situato ad alta quota, intorno ai 5.200 metri, sarebbe precipitata per circa 1.200 metri verso il fondovalle. Il materiale, composto da ghiaccio, rocce e sedimenti, avrebbe acquistato velocità durante la discesa fino a raggiungere il sistema fluviale sottostante, trasformandosi in una colata estremamente distruttiva.

Il fenomeno ha interessato l’area del Lhende Khola, nel sistema idrografico che scende verso il confine tra Tibet e Nepal. La massa di detriti avrebbe temporaneamente ostruito il corso d’acqua, creando una sorta di sbarramento naturale. Quando la pressione dell’acqua è diventata troppo elevata, il materiale accumulato ha ceduto liberando verso valle una piena improvvisa carica di fango, massi e sedimenti.

È proprio questa combinazione a rendere fenomeni simili particolarmente devastanti. Non si tratta soltanto di acqua: la corrente trasporta grandi quantità di materiale solido e può comportarsi come una massa estremamente densa, capace di abbattere edifici, trascinare veicoli, distruggere ponti e modificare in pochi minuti la morfologia delle sponde.

Villaggi, strade e impianti travolti dalla piena

Le conseguenze sono state particolarmente gravi nel distretto nepalese di Rasuwa e lungo le vallate attraversate dai fiumi che scendono dal confine. La piena ha investito abitazioni, strutture commerciali, strade e infrastrutture energetiche. Diverse comunità sono rimaste isolate e in alcune zone le comunicazioni sono state interrotte.

La catastrofe ha interessato anche uno dei principali collegamenti terrestri tra Kathmandu e Lhasa. L’area di Gyirong, sul versante tibetano, rappresenta un passaggio strategico sia per gli scambi commerciali sia per i flussi turistici. La distruzione di tratti stradali e ponti sta rendendo particolarmente difficili gli spostamenti dei mezzi pesanti utilizzati nei soccorsi.

A valle, la massa d’acqua e detriti ha continuato il proprio percorso interessando diversi distretti nepalesi. La grande quantità di sedimenti depositata dopo il passaggio della piena costituisce ora uno degli ostacoli principali per le squadre impegnate nelle ricerche. In alcune aree gli edifici risultano ricoperti da strati di fango e il lavoro dei soccorritori richiede l’impiego di escavatori, mezzi movimento terra, elicotteri e droni.

Le infrastrutture energetiche hanno subito danni significativi. Anche alcuni progetti idroelettrici nell’area di Rasuwa sono stati coinvolti, mentre l’interruzione della rete elettrica complica ulteriormente le operazioni in località difficili da raggiungere e già caratterizzate da una conformazione geografica estrema.

La corsa contro il tempo per trovare i dispersi

Le operazioni di soccorso coinvolgono migliaia di militari, agenti di polizia, vigili del fuoco e personale specializzato distribuiti sui due lati del confine. Gli elicotteri stanno raggiungendo le località rimaste isolate, trasportando viveri e materiali di emergenza e trasferendo i feriti verso strutture sanitarie accessibili.

Il tempo resta un fattore decisivo. Le prime ore successive a una colata di detriti sono fondamentali per individuare eventuali sopravvissuti, ma la vastità della zona interessata e la distruzione delle vie di comunicazione rallentano ogni attività. In alcuni punti, inoltre, l’accumulo di sedimenti impedisce di stabilire immediatamente dove si trovassero edifici e strade prima del passaggio dell’acqua.

Le priorità riguardano la ricerca dei dispersi, l’evacuazione delle aree considerate ancora instabili e la distribuzione di acqua potabile, cibo, medicinali e strutture di accoglienza temporanea. Molte famiglie hanno perso la propria abitazione oppure non possono rientrare per il rischio di ulteriori movimenti del terreno.

  • Ricerca e soccorso: squadre a terra ed elicotteri stanno operando nelle zone accessibili.
  • Evacuazioni: alcuni villaggi considerati esposti a nuovi fenomeni sono stati sgomberati.
  • Assistenza sanitaria: i feriti vengono trasferiti verso strutture raggiungibili via terra o via aria.
  • Viabilità: ponti e strade danneggiati rappresentano uno dei principali ostacoli alle operazioni.
  • Monitoraggio dei fiumi: resta alta l’attenzione per il possibile cedimento di nuovi sbarramenti naturali.

Il timore di una seconda piena nell’area di Gyirong

La fase di emergenza non riguarda soltanto le conseguenze del primo evento. Sul versante tibetano le autorità stanno monitorando con particolare attenzione la formazione di un lago temporaneo creato da uno sbarramento di detriti a monte dell’area colpita.

Situazioni di questo tipo possono rappresentare un ulteriore pericolo. Se acqua e sedimenti si accumulano dietro una barriera naturale instabile, il cedimento improvviso può produrre una nuova ondata verso valle. Per questo motivo vengono controllati costantemente livelli dell’acqua, stabilità dei versanti e condizioni del materiale che ostruisce i corsi d’acqua.

La Cina ha rafforzato il monitoraggio idrologico e geologico nell’area e ha disposto evacuazioni preventive nelle zone considerate maggiormente esposte. La presenza di un possibile rischio secondario rende più delicate anche le operazioni di ricerca, perché i soccorritori devono lavorare in un territorio che potrebbe essere nuovamente interessato da frane o piene improvvise.

Centinaia di turisti stranieri tra le persone non localizzate

La dimensione internazionale della tragedia è legata alla forte presenza turistica lungo il corridoio tra Nepal e Tibet. La regione è frequentata da escursionisti, gruppi organizzati e soprattutto pellegrini diretti verso il Monte Kailash e il lago Manasarovar, luoghi considerati sacri da diverse tradizioni religiose asiatiche.

Tra gli stranieri di cui non si hanno ancora notizie figurano cittadini di numerosi Paesi, tra cui India, Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Corea del Sud, Malaysia e Giappone. Le autorità consolari stanno verificando le liste dei viaggiatori e incrociando i nominativi con quelli delle persone evacuate, trasferite negli ospedali o temporaneamente impossibilitate a comunicare.

La difficoltà di stabilire il numero reale dei dispersi dipende anche da questo. In una zona attraversata quotidianamente da pellegrini e gruppi turistici, una persona può inizialmente risultare irreperibile semplicemente perché le reti telefoniche sono fuori servizio. Solo l’incrocio dei registri delle strutture ricettive, delle agenzie di viaggio, dei posti di frontiera e delle rappresentanze diplomatiche potrà progressivamente chiarire il quadro.

La situazione degli italiani presenti tra Nepal e Tibet

La Farnesina ha attivato l’Unità di Crisi e sta seguendo la situazione attraverso la rete diplomatica e consolare presente nella regione. Sulla base delle registrazioni effettuate prima del disastro, risultavano circa 90 cittadini italiani presenti complessivamente tra Nepal e Tibet.

Due turisti italiani e la loro guida erano rimasti bloccati a monte di una frana che aveva interrotto una strada. I due connazionali risultano in buone condizioni e in contatto con le autorità italiane. Non erano emerse, nell’ultimo aggiornamento disponibile, segnalazioni di altri cittadini italiani direttamente coinvolti nella catastrofe.

Le verifiche proseguono comunque perché la situazione sul terreno cambia rapidamente e alcune zone continuano ad avere problemi nelle comunicazioni. Per chi si trova nella regione, registrare la propria presenza presso i servizi consolari può agevolare significativamente il lavoro di localizzazione e assistenza durante un’emergenza di questa portata.

Gli aiuti internazionali e l’emergenza umanitaria

Alla macchina dei soccorsi locali si sta aggiungendo progressivamente il sostegno internazionale. Gli Stati Uniti hanno stanziato 500.000 dollari per l’emergenza, destinati ad attività come la distribuzione di rifugi temporanei, beni di prima necessità e servizi legati all’acqua potabile e all’igiene.

Anche altri Paesi e organizzazioni internazionali hanno avviato forme di assistenza o messo a disposizione risorse. Nelle prossime ore una parte crescente dell’intervento potrebbe spostarsi dalla ricerca immediata dei sopravvissuti alla gestione di una vera e propria emergenza umanitaria, soprattutto nelle comunità dove case, reti idriche e vie di collegamento sono state distrutte.

Oltre alla distribuzione di generi alimentari e medicinali, uno dei problemi principali riguarda la disponibilità di acqua sicura. Le inondazioni possono contaminare pozzi e sistemi idrici e rendere inutilizzabili le strutture igieniche, aumentando il rischio sanitario per la popolazione evacuata.

Ghiacciai himalayani sempre più vulnerabili

Il disastro riporta l’attenzione sulla trasformazione della criosfera dell’Hindu Kush-Himalaya, una delle regioni glaciali più importanti del pianeta al di fuori delle aree polari. Le analisi scientifiche degli ultimi anni mostrano un’accelerazione della perdita di ghiaccio e una crescente instabilità di alcuni ambienti di alta montagna.

Le rilevazioni più recenti indicano che tra il 1990 e il 2020 l’area complessiva occupata dai ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya si è ridotta di circa il 12%. Il ritmo della perdita di ghiaccio è aumentato sensibilmente rispetto ai decenni precedenti, mentre l’aumento delle temperature modifica non soltanto l’estensione dei ghiacciai ma anche la stabilità del permafrost, delle pareti rocciose e dei laghi glaciali.

Questo non significa che ogni singolo collasso glaciale possa essere attribuito automaticamente al cambiamento climatico. Per determinare le cause precise dell’evento tra Nepal e Tibet saranno necessarie analisi specifiche delle condizioni del ghiacciaio, della temperatura, della struttura del ghiaccio, delle precipitazioni e della stabilità del terreno. Il contesto climatico regionale, tuttavia, indica una crescente esposizione a fenomeni complessi in cui ghiaccio, acqua e rocce possono interagire producendo conseguenze estreme.

Gli eventi di questo tipo pongono anche un problema di prevenzione. Nelle vallate himalayane gli insediamenti, le centrali idroelettriche, le strade e le infrastrutture di collegamento sono spesso concentrati lungo i corsi d’acqua, proprio nei punti dove una piena improvvisa può acquistare maggiore forza. Sistemi di monitoraggio satellitare, sensori, reti di allarme rapido e piani di evacuazione diventano quindi strumenti essenziali per ridurre il numero delle vittime.

Un disastro ancora in piena evoluzione

A più di ventiquattro ore dall’inizio della catastrofe, il dato più importante resta l’incertezza. Centinaia di famiglie attendono ancora informazioni sui propri cari, mentre le autorità dei due Paesi cercano di armonizzare elenchi compilati in condizioni estremamente difficili.

Il bilancio di 165 corpi recuperati in Nepal potrebbe non essere definitivo e il numero complessivo delle vittime rischia di aumentare con il proseguimento delle ricerche. Allo stesso tempo, parte delle persone indicate come disperse potrebbe essere localizzata quando saranno ripristinate le comunicazioni con le comunità isolate.

La priorità resta quindi duplice: raggiungere il maggior numero possibile di sopravvissuti e impedire che un secondo evento aggravi una situazione già drammatica. Il monitoraggio degli sbarramenti naturali a monte, la riapertura delle strade e il coordinamento tra Nepal, Cina e strutture internazionali di soccorso saranno decisivi nelle prossime ore.

L’alluvione tra Nepal e Tibet rappresenta già uno dei più gravi disastri naturali recenti dell’area himalayana. Solo quando le squadre saranno riuscite ad accedere alle zone oggi ancora isolate sarà possibile conoscere con maggiore precisione la portata delle perdite umane e materiali.