Addio ad Alex Zanardi, il campione che ha trasformato ogni tragedia in una nuova rinascita

Alex Zanardi dopo aver vinto il suo secondo oro alle Olimpiadi di Rio 2016 nella staffetta di handbike, insieme a Vittorio Podestà e Luca Mazzone, 16 settembre 2016 (AP Photo/Mauro Pimentel)

L’ex pilota di Formula 1 e icona del paralimpismo mondiale si è spento nella serata del 1° maggio 2026 a 59 anni, circondato dall’affetto della sua famiglia. Una vita intera vissuta oltre ogni limite.

Lo sport italiano perde uno dei suoi simboli più grandi e più amati. Alex Zanardi, nato a Bologna nel 1966, pilota di Formula 1, campione paralimpico di handbike e straordinario esempio umano per intere generazioni, è morto nella serata di venerdì 1° maggio 2026. Ad annunciarlo, nella mattinata del 2 maggio, è stata la sua famiglia con una nota diffusa anche attraverso Obiettivo3, l’associazione paralimpica che lui stesso aveva fondato. Aveva 59 anni e avrebbe compiuto il sessantesimo compleanno il prossimo 23 ottobre.

L’annuncio della famiglia

“È con profondo dolore che la famiglia comunica la scomparsa di Alessandro Zanardi, avvenuta improvvisamente nella serata di ieri, 1° maggio” — così recita il comunicato ufficiale diffuso dai familiari. “Alex si è spento serenamente, circondato dall’affetto dei suoi cari”, si legge ancora nel testo, che chiede “il rispetto del proprio dolore e della privacy in questo momento di lutto”. Le informazioni sulle esequie saranno rese note in un secondo momento. Gli ultimi giorni di vita, Alex Zanardi li aveva trascorsi ricoverato a Noventa Padovana, accanto all’inseparabile moglie Daniela e al figlio Niccolò, che non lo hanno mai abbandonato in quasi sei anni di lotta silenziosa e straziante.

Le origini e la passione per i motori

Alessandro Zanardi era nato il 23 ottobre 1966 a Bologna, in una famiglia della classe operaia emiliana. Fin da bambino aveva mostrato una personalità vulcanica, segnata però anche da dolori precoci: nel 1979 la sorella maggiore perse la vita in un incidente stradale, una perdita che avrebbe potuto spezzare chiunque. Alex invece strinse i denti e andò avanti, trovando nei motori il proprio linguaggio e la propria ragione di essere. A 14 anni il padre gli regalò il primo kart, e quella fu la scintilla che diede fuoco a tutto il resto.

La sua carriera nelle formule minori fu rapida e promettente. Dopo aver percorso la trafila della Formula 3000, Zanardi approdò in Formula 1 nel 1991, con il team Jordan. Negli anni successivi avrebbe guidato anche per la Minardi e la Lotus, accumulando esperienza senza però raccogliere i risultati che il suo talento lasciava intuire. Nel 1999, Frank Williams in persona lo volle sulla propria monoposto, convinto di poter valorizzare un pilota che in pista dimostrava coraggio e creatività. Anche questo ritorno in F1, però, non fu fortunato. In totale, Alex Zanardi disputò 44 Gran Premi, totalizzando un solo punto iridato.

Il trionfo in America: gli anni della Formula Cart

Prima del capitolo Williams, e prima ancora del dramma che avrebbe cambiato tutto, vi fu però un periodo d’oro che molti italiani forse non conoscono abbastanza. Dopo le prime esperienze in Formula 1, Zanardi decise di attraversare l’Atlantico e si trasferì negli Stati Uniti, dove si dedicò alla Formula CART (Championship Auto Racing Teams). Fu una scelta che si rivelò vincente in modo straordinario. Tra il 1996 e il 1998 Zanardi dominò la scena nordamericana con una continuità impressionante, raccogliendo vittorie, consensi di pubblico e soprattutto due titoli consecutivi nel campionato CART nel 1997 e nel 1998. Oltreoceano divenne una star, amato per il suo stile di guida aggressivo ma anche per la sua personalità esuberante, capace di conquistare tifosi e addetti ai lavori con la stessa naturalezza.

Fu quella stagione americana a costruire la base della sua popolarità internazionale, ben oltre i confini della comunità motoristica italiana.

Il 15 settembre 2001: il giorno che cambiò tutto

Era il 15 settembre 2001. Sul circuito tedesco del Lausitzring, durante una gara del campionato Champ Car, la vita di Alex Zanardi cambiò per sempre. Dopo un pit stop, rientrando in pista, Zanardi perse improvvisamente il controllo della sua vettura. L’auto fu centrata in pieno dal pilota Alex Tagliani. L’impatto fu devastante: Zanardi perse entrambi gli arti inferiori, che dovettero essere amputati immediatamente. Rischiò di morire dissanguato sul circuito. Fu un miracolo medico che sopravvivesse. Ciò che nessuno poteva immaginare, però, era che da quella tragedia sarebbe nata una delle storie più straordinarie dello sport mondiale.

Non perse mai conoscenza durante i soccorsi. Si sottopose a oltre 15 operazioni. E invece di arrendersi, cominciò a costruire la sua rinascita.

La seconda vita: il paraciclismo e i Giochi Paralimpici

Alex Zanardi avrebbe potuto ritirarsi dalla vita pubblica, vivere nell’anonimato e nel dolore. Scelse invece di fare esattamente il contrario. Riprese a correre. Non su quattro ruote, ma su una handbike, la bicicletta a propulsione manuale utilizzata dagli atleti con disabilità agli arti inferiori. Si allenò con la stessa ferocia competitiva che aveva sempre caratterizzato la sua vita, e i risultati non tardarono ad arrivare.

Ai Giochi Paralimpici di Londra 2012, Zanardi si presentò al via come un concorrente serio, non come un semplice partecipante motivazionale. I risultati gli diedero ragione in modo clamoroso:

  • Il 5 settembre 2012 conquistò la medaglia d’oro nella cronometro, disputata sul circuito di Brands Hatch.
  • Il 7 settembre 2012 vinse un secondo oro nella prova su strada.
  • L’8 settembre 2012 ottenne l’argento nella staffetta a squadre mista.

Non contento, Zanardi continuò a vincere. Ai Giochi Paralimpici di Rio de Janeiro 2016 conquistò altri due ori, portando il proprio bottino olimpico a quattro medaglie d’oro e due d’argento complessivi tra Londra e Rio. A tutto questo si aggiungono i trionfi mondiali: 12 ori, quattro argenti e un bronzo nelle discipline del crono, dell’in linea e della staffetta, tra il 2011 e il 2019.

Ma Zanardi non si fermava alla bicicletta. Già nel 2007 aveva partecipato alla sua prima Maratona di New York, con la sola forza delle braccia, conquistando uno stupefacente quarto posto assoluto. Ogni gara era una dichiarazione d’amore alla vita.

Obiettivo3: il lascito per lo sport paralimpico italiano

Parallelamente ai successi agonistici, Zanardi dedicò energie crescenti alla diffusione dello sport paralimpico in Italia. Fondò Obiettivo3, un centro di avviamento e sostegno nello sport per atleti con disabilità. Il progetto nacque con l’obiettivo di abbattere le barriere economiche e logistiche che impedivano a molti giovani atleti disabili di accedere allo sport ad alto livello. Zanardi non si limitò a prestare il proprio nome all’iniziativa: vi si dedicò con passione concreta, partecipando alla selezione degli atleti, alle sessioni di allenamento, alle raccolte fondi. È proprio attraverso i canali social di Obiettivo3 che la famiglia ha scelto di comunicare la sua scomparsa.

Il 19 giugno 2020: il terzo atto di una storia impossibile

Sembrava che Alex Zanardi avesse già vissuto più vite di quante qualsiasi essere umano possa ragionevolmente gestire. Il destino, però, aveva ancora una prova in serbo per lui. Il 19 giugno 2020, durante la staffetta di beneficenza “Obiettivo Tricolore” — una manifestazione che vedeva atleti paralimpici percorrere le strade italiane in handbike, bicicletta o carrozzina olimpica — Zanardi rimase coinvolto in un gravissimo incidente sulla Statale 146 a Pienza, in Toscana, nel territorio senese. Perse il controllo della handbike e si scontrò frontalmente con un camion che proveniva dalla corsia opposta.

Le conseguenze furono devastanti: traumi multipli, fratture facciali gravi, danni cerebrali. Zanardi fu trasportato d’urgenza in elicottero all’ospedale di Siena, dove fu operato immediatamente. Rimase in coma per oltre un mese, poi fu trasferito in un centro specializzato di Lecco e successivamente, a causa di alcune complicazioni, in terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano. Il percorso di riabilitazione, questa volta, si rivelò molto più lungo e difficile di quello seguito all’incidente del 2001.

A gennaio 2021 la famiglia annunciò che Alex aveva riacquistato conoscenza. Una notizia accolta con sollievo dall’Italia intera. Ma i mesi successivi furono segnati dal silenzio: la moglie Daniela chiese rispetto e riserbo, proteggendo la privacy del marito in un momento di estrema fragilità. Di Zanardi, nei cinque anni successivi, si seppe pochissimo. Gli ultimi tempi li trascorse ricoverato a Noventa Padovana, in provincia di Padova, lontano dai riflettori che per decenni lo avevano illuminato.

Una personalità che andava oltre lo sport

Ridurre Alex Zanardi alla somma dei suoi titoli sportivi sarebbe un errore grossolano. La grandezza di quest’uomo stava soprattutto nel modo in cui viveva e comunicava. La sua ironia contagiosa, la sua capacità di trasformare ogni conversazione in un momento di energia positiva, il suo rifiuto categorico di qualsiasi vittimismo: questi erano i tratti che lo rendevano unico. Non si presentava mai come un eroe o un esempio. Si limitava a essere sé stesso, con una coerenza che lo rendeva ancora più straordinario.

Alcune sue frasi sono diventate parte del patrimonio culturale dello sport italiano. “Ci si può drogare di cose buone — diceva — e una di queste è certamente lo sport.” Oppure: “Credo che la curiosità sia l’unica cosa di cui abbiamo bisogno nella vita. Se sei curioso troverai la tua passione.” Non erano slogan da marketing motivazionale, ma riflessioni autentiche di un uomo che aveva davvero attraversato l’abisso e ne era tornato con qualcosa di prezioso da condividere.

Nel 2019 era stato ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, dove aveva ripercorso la propria vita davanti a milioni di telespettatori con quella leggerezza e quella profondità che solo lui sapeva coniugare. Aveva ricevuto riconoscimenti di ogni tipo — premi sportivi, onorificenze civili, lauree honoris causa — ma il più significativo era forse quello invisibile: l’affetto di un Paese intero che in lui vedeva riflessa la parte migliore di sé stessa.

Una coincidenza che fa riflettere

Non è sfuggito ai più attenti che Alex Zanardi se ne sia andato il 1° maggio 2026, esattamente 32 anni dopo la morte di Ayrton Senna, avvenuta il 1° maggio 1994 a Imola. Due leggende dei motori, due storie diverse ma ugualmente capaci di lasciare un segno permanente nell’immaginario collettivo. Una coincidenza certo, ma che ha il sapore di qualcosa di più.

Il cordoglio del mondo dello sport

Dalla mattina del 2 maggio, il mondo dello sport ha cominciato a rendere omaggio ad Alex Zanardi. Atleti, federazioni, istituzioni e semplici appassionati hanno espresso il proprio cordoglio attraverso i social network e i comunicati ufficiali. In Italia e all’estero, il nome di Zanardi è tornato sulle prime pagine di tutti i giornali, accompagnato da parole come “leggenda”, “eroe”, “esempio”, “campione della vita”. Tutte parole giuste. Nessuna, però, in grado di catturare davvero l’essenza di un uomo che ha vissuto tre vite nello spazio di una sola, affrontando ogni volta la peggiore delle avversità con un sorriso disarmante e una volontà di ferro.

La famiglia ha comunicato che i dettagli delle esequie saranno resi noti nei prossimi giorni.

L’Italia, e non solo, piange oggi un campione che era molto di più di un campione.