Con 50 voti a favore e 48 contrari, quattro senatori repubblicani si uniscono ai democratici e impongono al presidente un limite simbolico ma politicamente pesante. Trump risponde su Truth Social definendo il voto “insensato” e accusando i dissidenti di aver fornito “aiuto al nemico”.
Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, entrambe le Camere del Congresso hanno approvato una risoluzione che impone al presidente Donald Trump di mettere fine alla guerra in Iran o di ottenere un’esplicita autorizzazione parlamentare per continuarla. Il voto del Senato — 50 a favore, 48 contrari — segna una frattura senza precedenti tra il partito repubblicano e il suo stesso presidente su un dossier di politica estera e sicurezza nazionale, un’area dove Trump aveva finora incontrato pochissima resistenza interna. La reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere: il presidente ha definito il voto “insensato” e ha attaccato pubblicamente i quattro senatori del suo partito che hanno disertato, bollati come “losers”.
Un voto storico, ma dai limitati effetti pratici
La risoluzione approvata dal Senato rientra nella categoria delle concurrent resolution, ovvero delibere che, per definizione, non hanno valore di legge e non richiedono la firma presidenziale. Trump potrebbe tecnicamente ignorarla — e l’amministrazione ha già fatto capire di volerlo fare. Tuttavia, il significato politico del provvedimento va ben oltre la sua efficacia giuridica immediata: si tratta della critica bipartisan più significativa mossa finora alla campagna militare americana contro Teheran, e della prima volta in cui un Congresso a guida repubblicana vota formalmente contro la linea di Trump su un conflitto in corso.
La misura era già passata alla Camera dei Rappresentanti nelle settimane precedenti, dove quattro deputati repubblicani avevano votato con i democratici. L’approvazione da parte del Senato completa dunque un percorso parlamentare che, pur restando sul piano simbolico, manda un segnale inequivocabile: la pazienza del Congresso sulla gestione unilaterale della guerra si sta esaurendo.
Il testo della risoluzione, introdotto dal senatore democratico della Virginia Tim Kaine, chiede al presidente di ritirare le forze armate americane dalle ostilità contro la Repubblica Islamica dell’Iran, a meno che il Congresso non dichiari formalmente guerra o autorizzi l’uso della forza militare. “Il potere più solenne del Congresso è il potere di dichiarare guerra, un potere che non spetta al presidente”, ha dichiarato Kaine prima del voto.
La guerra in Iran: quasi quattro mesi senza autorizzazione parlamentare
Per comprendere la portata del voto, è necessario richiamare il contesto. Il conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran è iniziato il 28 febbraio 2026, quando le forze militari americane e israeliane hanno lanciato l’Operazione “Epic Fury” (per Washington) e “Ruggito del Leone” (per Tel Aviv): una vasta campagna di bombardamenti contro infrastrutture militari, governative e nucleari iraniane, culminata nelle prime ore con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. La risposta di Teheran è stata immediata e intensa: missili e droni contro Israele e le basi americane nel Golfo, seguiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Trump ha avviato quel conflitto senza mai chiedere l’approvazione del Congresso, basandosi su un’interpretazione estensiva dei poteri presidenziali di emergenza. La War Powers Resolution del 1973 — una legge approvata dopo il Vietnam proprio per limitare l’autonomia dell’esecutivo in materia bellica — prevede che il presidente possa condurre operazioni militari senza autorizzazione parlamentare per un massimo di 60 giorni. Dopodiché, il Congresso deve pronunciarsi. Quel termine, secondo i calcoli dei legislatori, sarebbe scaduto il 1° maggio 2026. Trump non ha mai chiesto né ottenuto l’autorizzazione, sostenendo che un cessate il fuoco temporaneo entrato in vigore in aprile avesse “interrotto” il conteggio dei giorni.
Il Senato aveva già tentato in più occasioni di approvare una simile risoluzione, senza riuscire a raccogliere i voti sufficienti. Questo è stato il decimo tentativo, e il primo ad avere successo.
I quattro senatori repubblicani che hanno “tradito” Trump
Il risultato di 50 a 48 è stato possibile grazie alla defezione di quattro senatori repubblicani, senza i quali la risoluzione non avrebbe mai raggiunto la maggioranza:
- Rand Paul (Kentucky): libertario convinto, Paul è storicamente contrario a qualsiasi coinvolgimento militare americano all’estero senza esplicita autorizzazione del Congresso. È stato il primo repubblicano a sostenere le precedenti risoluzioni sui poteri di guerra.
- Susan Collins (Maine): senatrice moderata del Maine, Collins ha votato in favore della misura già in occasioni precedenti, distanziandosi dall’ala più trumpiana del partito su questioni di separazione dei poteri.
- Lisa Murkowski (Alaska): anch’essa tra le voci più indipendenti del Senato repubblicano, Murkowski aveva già espresso pubblicamente preoccupazione per il conflitto e per l’assenza di un mandato parlamentare.
- Bill Cassidy (Louisiana): la sua defezione è stata la più sorprendente. Cassidy aveva sempre votato contro le precedenti risoluzioni. Il suo cambio di posizione è arrivato dopo aver perso le primarie repubblicane del suo Stato — dove Trump aveva appoggiato uno dei suoi avversari — rendendolo di fatto un senatore senza prospettive di rielezione e quindi libero da calcoli elettorali.
Decisiva è stata anche l’assenza di due senatori repubblicani che avrebbero con ogni probabilità votato contro: Mitch McConnell (Kentucky) e Dave McCormick (Pennsylvania), entrambi non presenti al momento del voto. La loro assenza ha inclinato la bilancia in favore della risoluzione.
Sul fronte opposto, l’unico democratico a votare contro è stato John Fetterman della Pennsylvania, ormai considerato da molti colleghi un alleato di fatto del presidente repubblicano su diversi dossier.
La reazione di Trump: “Aiuto e conforto al nemico”
La risposta del presidente è arrivata puntuale su Truth Social, il suo social network, in toni durissimi. Trump ha definito il voto del Senato “insensato” e ha contestato il timing della decisione parlamentare, sostenendo di avere l’Iran “alle corde”: “Quindi, ho l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa, e che, per la prima volta in decenni, rispetta maledettamente gli Stati Uniti e il suo Presidente, IO, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in modo insensato e nel momento sbagliato sulla legge sui poteri di guerra.”
Ancor più grave, dal punto di vista del linguaggio istituzionale, è stata l’accusa rivolta ai senatori dissidenti: con il loro voto, secondo Trump, avrebbero “fornito aiuto e conforto al nemico”, un’espressione che richiama — non casualmente — la definizione costituzionale americana di tradimento. Una retorica d’accusa di questo tipo, rivolta a senatori del proprio stesso partito, rappresenta una rottura nei toni della comunicazione presidenziale difficile da ignorare.
Trump ha poi attaccato direttamente i quattro senatori repubblicani, definendoli “Four Republican Losers” nella versione originale inglese del post, e ha assicurato che raggiungerà comunque i suoi obiettivi: “Questi senatori mi hanno appena reso il lavoro più difficile, ma lo farò, in un modo o nell’altro, perché lo faccio sempre!”
Scetticismo bipartisan sull’accordo con l’Iran
Il voto parlamentare non avviene nel vuoto: arriva in un momento in cui sia senatori repubblicani che democratici guardano con crescente diffidenza alla gestione dell’uscita dal conflitto. Nella notte tra il 17 e il 18 giugno, Iran e Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa che prevede la fine delle ostilità, ma i dettagli dell’accordo continuano a essere fonte di tensione e contraddizioni tra le parti.
Sul nucleare, ad esempio, Trump ha pubblicamente dichiarato che l’Iran ha accettato ispezioni internazionali “al massimo livello”, mentre Teheran ha smentito questa ricostruzione. Sul tema della riapertura dello Stretto di Hormuz — chiuso dall’Iran dal 28 febbraio — i negoziati sono ancora in corso, con una finestra di 30 giorni concordata per gestire il transito delle navi in modo più sicuro. E sulle sanzioni, il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha annunciato uno sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati, divisi in due tranche, notizia che il Pentagono non ha formalmente confermato.
In questo clima di incertezza, l’ulteriore richiesta del Pentagono al Congresso di circa 80 miliardi di dollari per ricostituire le scorte di munizioni e coprire i costi della guerra — una cifra che si aggiungerebbe all’aumento di spesa militare già richiesto da Trump — ha ulteriormente alimentato le preoccupazioni dei legislatori, sia sulla sostenibilità economica del conflitto sia sulla trasparenza delle intenzioni dell’esecutivo.
Un precedente senza precedenti nella storia americana
Sul piano storico e costituzionale, il significato del doppio voto di Camera e Senato non va sottovalutato. È la prima volta dall’approvazione della War Powers Resolution del 1973 che entrambe le Camere approvano una risoluzione congiunta che impone al presidente di porre fine a una guerra. La legge del 1973 era stata approvata all’indomani del Vietnam, proprio per evitare che future amministrazioni potessero trascinare il Paese in conflitti prolungati senza il consenso parlamentare — e fu approvata superando il veto del presidente Richard Nixon.
Il precedente pesa, anche se l’effetto pratico immediato è incerto. La Casa Bianca ha già fatto capire di ritenere la risoluzione priva di forza vincolante, e Trump ha già dimostrato in passato di non considerarsi vincolato da delibere parlamentari prive del valore di legge. Ma la pressione politica si accumula: un partito repubblicano che incomincia a scricchiolare sulla gestione della guerra, un accordo con Teheran dai contorni ancora nebulosi, e un Pentagono che chiede decine di miliardi per un conflitto che il presidente stesso aveva promesso di non voler avviare.
Nel frattempo, la Casa Bianca — secondo quanto riportato da Politico — starebbe cercando di spostare il dibattito pubblico sui risultati economici dell’amministrazione, nella consapevolezza che le questioni di politica estera e i timori sull’inflazione potrebbero pesare in modo determinante sulle elezioni di metà mandato del 2026.


