Trump introduce tassa da 100.000 dollari sui visti per lavoratori stranieri qualificati

La misura colpisce il programma H-1B, fondamentale per l’immigrazione di professionisti altamente specializzati, e rischia di avere effetti negativi su innovazione e occupazione

Con una mossa destinata a far discutere, l’amministrazione Trump ha introdotto una tassa annuale di 100.000 dollari per ogni nuova richiesta di visto H-1B, il principale canale legale attraverso cui gli Stati Uniti attraggono lavoratori stranieri altamente qualificati. La misura, presentata come una difesa dei lavoratori americani, rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio per l’economia statunitense.

Cos’è il visto H-1B e perché è cruciale per la tecnologia USA

Il visto H-1B consente a cittadini stranieri di lavorare temporaneamente negli Stati Uniti in occupazioni specialistiche, che richiedono almeno una laurea. Non può essere richiesto autonomamente: è l’azienda statunitense a sponsorizzare il lavoratore, dimostrando sia il bisogno della figura professionale sia l’offerta di uno stipendio conforme al “prevailing wage”. Il visto ha durata iniziale di tre anni, rinnovabile fino a sei, e permette in parallelo di fare richiesta per la green card.

Ogni anno il numero di visti disponibili è limitato (65.000 più 20.000 riservati a chi ha completato studi avanzati negli USA) e vengono assegnati tramite una lotteria.

La maggior parte dei visti H-1B va a lavoratori dell’information technology, con aziende come Amazon, Google, Meta e Microsoft in cima alla lista degli sponsor. Senza questo canale, molte di queste realtà faticano a trovare sul mercato interno le competenze tecniche necessarie a sostenere lo sviluppo in ambiti come intelligenza artificiale, cybersecurity e infrastrutture digitali.

La nuova tassa: un freno all’abuso o un colpo al sistema?

La tassa di 100.000 dollari all’anno rappresenta un cambiamento radicale. Fino ad ora, le aziende pagavano una quota per accedere alla lotteria e, se selezionate, ulteriori costi amministrativi. Ora, il costo complessivo potrebbe superare i 200.000 dollari per assumere un solo dipendente straniero.


Secondo l’amministrazione Trump, questo scoraggerà l’uso “abusivo” dell’H-1B da parte delle grandi aziende tech, che lo utilizzerebbero per evitare di assumere lavoratori americani. In particolare, si vuole colpire il fenomeno delle società di outsourcing che sponsorizzano migliaia di visti per poi offrire consulenze a basso costo a terzi.

Tuttavia, molti economisti sollevano dubbi sull’efficacia della misura e temono effetti collaterali pesanti:

  • Riduzione dell’innovazione: gli H-1B sono spesso ingegneri, programmatori e ricercatori altamente qualificati. Limitare il loro ingresso può rallentare ricerca e sviluppo.

  • Delocalizzazione: le aziende, impossibilitate a portare i talenti negli USA, potrebbero spostare all’estero intere divisioni operative.

  • Impatto sulle università: molti studenti stranieri scelgono gli Stati Uniti proprio per la possibilità di restare a lavorare dopo la laurea. La tassa rischia di ridurre questa attrattiva.

  • Vantaggio solo per le grandi aziende: solo i colossi con enormi risorse potranno permettersi la tassa, mentre startup, PMI e istituti di ricerca resteranno tagliati fuori.

Le reazioni degli economisti: “una misura miope”

Diversi studi mostrano come l’immigrazione qualificata contribuisca a creare occupazione e ad aumentare i salari anche per i lavoratori nativi. George Mason University ha evidenziato che gli H-1B generano produttività, innovazione e nuovi posti di lavoro. Un paper del 2023 di Britta Glennon ha invece dimostrato che, in presenza di restrizioni all’H-1B, le multinazionali tendono a delocalizzare.

Jennifer Hunt, economista alla Rutgers University, ha dichiarato che “gli H-1B non sostituiscono i lavoratori americani, ma li completano, rendendoli più produttivi”. Anche Kirk Doran (Notre Dame) riconosce che alcuni lavoratori nativi potrebbero trarne beneficio, ma sottolinea i rischi di uno shock improvviso sul mercato.

Un vantaggio per chi?

Chi esulta davvero sono i lavoratori americani in concorrenza diretta con gli stranieri H-1B, come alcuni programmatori o tecnici IT. Per loro, la tassa potrebbe significare maggiori opportunità di impiego e stipendi più alti, vista la minore competizione.

Tuttavia, il rovescio della medaglia è che molte aziende potrebbero reagire non aumentando gli stipendi, ma spostando altrove le attività. In questo scenario, i posti di lavoro non verrebbero occupati da americani, ma semplicemente cancellati dal territorio nazionale.

Il rischio di perdere il vantaggio competitivo

La Silicon Valley e più in generale il sistema tecnologico americano sono cresciuti grazie a una costante iniezione di talento internazionale. Imporre barriere economiche così elevate rischia di allontanare proprio le figure che hanno reso possibile la leadership USA in ambito tecnologico e scientifico.

Il paradosso è evidente: nel tentativo di proteggere i lavoratori americani, si potrebbe finire per danneggiarli, svuotando il mercato delle competenze più ricercate e ostacolando lo sviluppo di settori chiave per la crescita futura.

Una strategia politica, più che economica

Quella di Trump appare come una mossa più politica che tecnica: parlare alla “working class” americana, sempre più insofferente verso l’immigrazione, anche quella qualificata. Un messaggio chiaro agli elettori: prima gli americani. Anche a costo di sacrificare competitività e innovazione.

Ma le elezioni si vincono con i voti, non con la crescita del PIL. E in questo senso, la tassa H-1B potrebbe risultare efficace.