L’occupazione raggiunge nuovi massimi e aumentano i dipendenti stabili, ma le retribuzioni lorde restano indietro rispetto ai prezzi: continuità, orario e qualità del lavoro diventano decisivi
L’Italia ha più occupati, più lavoratori assicurati e più dipendenti a tempo indeterminato, ma gli stipendi non sono cresciuti abbastanza da compensare integralmente l’aumento del costo della vita. È uno dei principali elementi che emergono dal XXV Rapporto Annuale dell’INPS, pubblicato nel luglio 2026, che dedica un ampio approfondimento alle retribuzioni, alla continuità dei rapporti, al part-time e all’evoluzione dei salari reali negli ultimi cinquant’anni.
Il XXV Rapporto Annuale dell’INPS, presentato il 9 luglio 2026 nella Sala della Regina di Montecitorio, descrive un mercato del lavoro attraversato da due dinamiche parallele. Da una parte ci sono il consolidamento dell’occupazione, la crescita del lavoro dipendente e la diminuzione della disoccupazione. Dall’altra rimangono la stagnazione salariale, la perdita di potere d’acquisto, la frammentazione delle carriere e una forte distanza tra chi lavora stabilmente per tutto l’anno e chi alterna contratti brevi, part-time e periodi senza occupazione.
Il dato centrale non è quindi soltanto quanti posti di lavoro sono stati creati, ma quanto reddito producono, per quante giornate e con quale continuità. L’analisi dell’INPS mostra che l’aumento dell’occupazione non si traduce automaticamente in una crescita proporzionale del benessere. Per milioni di persone il problema non è soltanto la paga riconosciuta per una giornata o un’ora di lavoro, ma il numero insufficiente di giornate lavorate nell’arco dell’anno.
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L’occupazione raggiunge nuovi massimi storici
Il punto di partenza del Rapporto INPS è rappresentato dal miglioramento quantitativo del mercato del lavoro. Nell’aprile 2026 gli occupati risultavano 24,337 milioni, contro i 23,024 milioni del febbraio 2020, ultimo mese precedente alla crisi sanitaria. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni ha raggiunto il 63,1%, il valore più alto della serie considerata, mentre quello di disoccupazione è sceso al 5,1%.
La crescita è stata trainata soprattutto dai dipendenti permanenti, arrivati a 16,480 milioni. I lavoratori a termine erano 2,525 milioni e gli indipendenti 5,332 milioni. Rispetto al febbraio 2020, l’occupazione permanente è aumentata di oltre 1,6 milioni di unità, mentre i dipendenti a termine sono diminuiti di più di 400 mila. Il XXV Rapporto Annuale dell’INPS individua quindi nel lavoro dipendente stabile il principale motore della ripresa successiva alla pandemia.
Il miglioramento non elimina, tuttavia, le debolezze strutturali. Il tasso di occupazione italiano resta inferiore a quello delle maggiori economie europee e continua a essere caratterizzato da un’elevata inattività. Il divario di genere si è ridotto nel tempo, ma nell’aprile 2026 il tasso di occupazione maschile era pari al 71,6%, contro il 54,4% di quello femminile: una distanza di oltre 17 punti percentuali.
| Indicatore | Febbraio 2020 | Aprile 2026 | Lettura |
|---|---|---|---|
| Italia – occupati | 23,024 milioni | 24,337 milioni | Nuovo massimo |
| Dipendenti permanenti | 14,866 milioni | 16,480 milioni | Principale motore della crescita |
| Dipendenti a termine | 2,950 milioni | 2,525 milioni | In diminuzione |
| Tasso di occupazione | 59,0% | 63,1% | Massimo storico |
| Tasso di disoccupazione | 9,4% | 5,1% | Minimo della serie |
Più dipendenti, ma gli stipendi crescono meno dei prezzi
È sul versante delle retribuzioni che il quadro cambia. Nel 2025 i dipendenti pubblici e privati considerati dall’INPS, esclusi lavoratori domestici e operai agricoli, hanno superato per la prima volta la soglia dei 21 milioni. Erano 19,080 milioni nel 2019 e sono diventati 21,045 milioni nel 2025, con un incremento del 10,3%. La retribuzione media annua lorda è passata nello stesso periodo da 24.139 a 27.649 euro, aumentando del 14,5%.
L’incremento nominale, però, non basta a misurare il miglioramento effettivo delle condizioni economiche. Tra il 2019 e il 2025 il livello dei prezzi è cresciuto del 18,2% secondo l’indice FOI e del 20,5% secondo l’indice IPCA. La retribuzione media è quindi aumentata meno dell’inflazione, determinando una riduzione del suo valore reale. In altri termini, lo stipendio scritto in busta paga è diventato più alto, ma con quella somma è possibile acquistare meno beni e servizi rispetto a sei anni prima.
Il XXV Rapporto Annuale dell’INPS sottolinea che la fiammata inflazionistica del 2022 e del 2023 ha aggravato una difficoltà già presente. L’aumento dei prezzi dell’energia, degli alimentari, degli affitti e dei servizi essenziali ha inciso maggiormente sulle famiglie con redditi bassi, che destinano una quota più elevata delle proprie risorse ai consumi incomprimibili.
| Indicatore | 2019 | 2025 | Variazione |
|---|---|---|---|
| Italia – dipendenti considerati | 19,080 milioni | 21,045 milioni | +10,3% |
| Retribuzione media annua lorda | 24.139 euro | 27.649 euro | +14,5% |
| Inflazione FOI | Base di confronto | Livello 2025 | +18,2% |
| Inflazione IPCA | Base di confronto | Livello 2025 | +20,5% |
Lo stipendio annuale dipende anche da quanto si riesce a lavorare
La retribuzione media complessiva nasconde situazioni molto diverse. Il Rapporto INPS separa i dipendenti in base alla continuità e all’orario di lavoro: tempo pieno o parziale, occupazione per tutto l’anno oppure soltanto per una sua parte. Questa distinzione permette di comprendere perché una parte dei lavoratori percepisca redditi annuali molto bassi anche quando il contratto applicato prevede una paga giornaliera o oraria regolare.
Nel 2025 i dipendenti occupati a tempo pieno per tutto l’anno erano 9,441 milioni, meno della metà dei 21,045 milioni complessivamente osservati. La loro retribuzione media annua era pari a 41.872 euro. I lavoratori full-time occupati soltanto per una parte dell’anno guadagnavano invece in media 19.388 euro, mentre quelli part-time presenti per tutto l’anno si fermavano a 19.135 euro. Per chi combinava part-time e discontinuità, la retribuzione media scendeva a 9.170 euro.
| Condizione lavorativa nel 2025 | Numero di dipendenti | Retribuzione media annua | Giornate retribuite |
|---|---|---|---|
| Italia – totale dipendenti | 21,045 milioni | 27.649 euro | 255 |
| Tempo pieno per tutto l’anno | 9,441 milioni | 41.872 euro | 312 |
| Tempo pieno per una parte dell’anno | 5,516 milioni | 19.388 euro | 191 |
| Part-time per tutto l’anno | 2,388 milioni | 19.135 euro | 311 |
| Part-time per una parte dell’anno | 3,700 milioni | 9.170 euro | 171 |
La distanza tra le diverse condizioni è molto ampia. Un dipendente full-time presente per tutto l’anno percepisce in media più del doppio di un lavoratore a tempo pieno discontinuo e oltre quattro volte il reddito di chi combina part-time e occupazione parziale. Il basso stipendio annuale nasce quindi spesso dalla somma di poche ore, pochi mesi lavorati e frequenti interruzioni.
Lo stesso Rapporto segnala che nel 2025 il 10% dei dipendenti aveva un imponibile previdenziale annuo inferiore a 4.520 euro. Il dato non indica necessariamente una paga oraria inferiore ai minimi, perché comprende lavoratori entrati o usciti nel corso dell’anno. Rappresenta però una misura molto chiara dell’ampiezza dell’area caratterizzata da occupazione breve, stagionale o estremamente frammentata.
I salari più bassi hanno recuperato meno
Per distinguere l’effetto dell’orario da quello propriamente salariale, l’INPS concentra una parte dell’analisi sui dipendenti a tempo pieno occupati per 52 settimane. In questo gruppo l’intensità lavorativa è sostanzialmente uniforme e le differenze possono essere ricondotte con maggiore precisione alle retribuzioni.
La retribuzione mediana lorda di questi lavoratori è passata da 30.755 euro nel 2019 a 34.070 euro nel 2025, con un incremento del 10,8%. Nello stesso periodo la retribuzione media è aumentata del 13,9%, raggiungendo 41.872 euro. La diversa velocità di crescita tra media e mediana segnala che gli aumenti più elevati si sono concentrati maggiormente nella parte alta della distribuzione.
Stipendi bassi, il XXV Rapporto INPS mostra il lavoro che cresce senza recuperare potere d’acquisto
Il XXV Rapporto Annuale dell’INPS evidenzia infatti che la soglia del 10% dei full-time annuali con le retribuzioni più basse è cresciuta del 10,2%, mentre quella del 10% con gli stipendi più elevati è aumentata del 14,8%. Entrambe le variazioni restano inferiori all’inflazione, ma il ritardo è più ampio per chi partiva dai livelli salariali più bassi. Il rapporto tra la soglia alta e quella bassa è così salito da 2,58 a 2,68.
La perdita di potere d’acquisto non è stata dunque uniforme. I lavoratori con salari più contenuti hanno registrato aumenti lordi più modesti, pur essendo quelli maggiormente esposti al rincaro dei beni essenziali. È una dinamica che rischia di amplificare le disuguaglianze anche quando gli indicatori medi mostrano una crescita.
Il fisco ha protetto il netto, ma non ha alzato il salario lordo
Un risultato differente emerge osservando le retribuzioni nette. Gli interventi su contributi, aliquote, detrazioni e trattamento integrativo hanno sostenuto soprattutto i redditi bassi e mediani. Per i dipendenti a tempo pieno occupati tutto l’anno, la retribuzione netta mediana è aumentata del 19,2% tra il 2019 e il 2025, quasi in linea con l’inflazione FOI.
Alla soglia più bassa della distribuzione l’aumento netto è stato del 16,9%, mentre per quella più elevata si è fermato al 15%. Il prelievo contributivo e fiscale stimato sulla retribuzione mediana è sceso dal 28,6% al 23,1%. Secondo l’analisi INPS, quasi la metà dell’incremento del netto mediano è quindi riconducibile agli interventi pubblici e non alla crescita del salario lordo.
Questa distinzione è essenziale. Il taglio del cuneo e le detrazioni possono difendere temporaneamente il reddito disponibile, ma non modificano da soli la capacità delle imprese di produrre valore, la posizione professionale del dipendente o i minimi stabiliti dalla contrattazione. Se il lordo resta debole, il recupero viene finanziato attraverso il bilancio pubblico e può dipendere dalle decisioni fiscali adottate di anno in anno.
Il Rapporto precisa inoltre che le retribuzioni nette considerate sono calcolate senza le addizionali regionali e comunali. A parità di reddito lordo, il prelievo effettivo può quindi variare sensibilmente in base al luogo di residenza, riducendo o aumentando la somma realmente disponibile per il lavoratore.
Quasi metà dei full-time ha perso terreno in termini reali
Una delle analisi più significative del Rapporto riguarda i dipendenti presenti sia nel 2021 sia nel 2025. Il confronto consente di osservare le variazioni individuali, distinguendo chi ha mantenuto lo stesso regime orario da chi è passato dal tempo pieno al part-time o viceversa.
Per i lavoratori rimasti full-time la retribuzione giornaliera media è aumentata del 18,1%; per quelli rimasti part-time la crescita è stata del 17%. Sono variazioni vicine all’inflazione accumulata nel quadriennio. Il passaggio dal part-time al tempo pieno ha prodotto invece un aumento medio della retribuzione giornaliera del 55,7%, mentre il movimento opposto ha comportato una riduzione del 15,5%.
La media, però, continua a nascondere differenze profonde. Tra i circa 10,8 milioni di dipendenti full-time presenti in entrambi gli anni, 1,376 milioni hanno subito una diminuzione nominale della retribuzione giornaliera e altri 3,738 milioni hanno ottenuto aumenti inferiori all’inflazione. Complessivamente, circa 5,1 milioni di persone, poco meno della metà del gruppo osservato, hanno perso potere d’acquisto lordo. ì
All’estremo opposto, quasi il 40% ha registrato aumenti superiori all’inflazione, spesso collegati a progressioni di carriera, cambi di impresa o spostamenti verso aziende che riconoscono salari più elevati. Il dato mostra che la mobilità professionale può migliorare la retribuzione, ma non produce gli stessi effetti per tutti: per una parte dei lavoratori cambiare azienda ha comportato perfino una riduzione del salario giornaliero.
La stagnazione salariale è iniziata negli anni Ottanta
Il problema degli stipendi bassi non nasce con la pandemia. Nel Box dedicato all’evoluzione dei salari nel settore privato negli ultimi cinquant’anni, il XXV Rapporto Annuale dell’INPS analizza i rapporti di lavoro dipendente non agricolo dal 1975 al 2024, utilizzando una retribuzione settimanale corretta per l’andamento dei prezzi.
La crescita media dei salari reali era vicina al 3% nella seconda metà degli anni Settanta, ma ha iniziato a rallentare già nei primi anni Ottanta. Tra il 1996 e il 2000 si è avvicinata allo zero e negli anni successivi ha continuato a oscillare intorno a valori molto contenuti, senza mostrare una ripresa strutturale. Il punto più basso è stato registrato nel quinquennio 2020-2024, con una contrazione media di circa lo 0,6%.
L’inflazione del 2022 e del 2023 ha quindi colpito un sistema salariale già debole. La perdita recente non può essere spiegata soltanto con l’emergenza energetica o con l’aumento dei prezzi internazionali: è il risultato di una lunga fase nella quale il sistema produttivo ha mostrato una limitata capacità di generare e distribuire aumenti reali delle retribuzioni.
Lo stipendio dipende certamente da età, esperienza, qualifica, istruzione e continuità della carriera, ma conta anche l’impresa nella quale si lavora. Produttività, dimensione aziendale, investimenti, possibilità di carriera, contrattazione interna e capacità di condividere i risultati economici influenzano in modo diretto le prospettive salariali.
Il peso delle microimprese limita produttività e progressioni
Il tessuto produttivo italiano rimane fortemente caratterizzato dalle imprese di piccole dimensioni. Nel 2025 le microimprese con meno di dieci dipendenti rappresentavano l’85,9% del totale e occupavano il 23,5% dei lavoratori. Le aziende grandi e molto grandi costituivano appena lo 0,3% delle imprese, ma concentravano il 34% dei dipendenti.
La dimensione media è aumentata gradualmente, passando da 7,5 a 9,6 dipendenti nell’arco di circa vent’anni, ma la struttura rimane molto frammentata. Le piccole imprese non producono necessariamente lavoro povero, ma dispongono spesso di minori risorse per investimenti, formazione, innovazione, welfare aziendale e premi di produttività. Hanno inoltre una scala organizzativa che offre meno livelli professionali e possibilità di avanzamento.
Il Rapporto INPS segnala anche una ricomposizione settoriale a favore dei servizi. Tra il 2007 e il 2025 le imprese industriali sono diminuite di 171 mila unità e i loro dipendenti di 232 mila, mentre nei servizi sono state create 3,48 milioni di posizioni aggiuntive. Una parte importante della crescita si è concentrata nei servizi commerciali, nel turismo, nella ristorazione e nelle attività alle famiglie, comparti spesso caratterizzati da stagionalità, turni frammentati e maggiore diffusione del part-time.
La crescita dell’occupazione nei servizi non è di per sé negativa, ma pone un problema di qualità. Quando l’espansione avviene soprattutto nei settori a basso valore aggiunto, diventa più difficile sostenere aumenti salariali duraturi. Senza investimenti in tecnologia, competenze e organizzazione, la competitività rischia di dipendere dal contenimento del costo del lavoro.
La frammentazione dei contratti collettivi
Un altro elemento analizzato dal XXV Rapporto Annuale dell’INPS è l’applicazione dei contratti collettivi nazionali nelle imprese private extra-agricole. Nel biennio 2024-2025 sono stati individuati 867 CCNL applicati in entrambi gli anni. Il loro peso, tuttavia, è estremamente diseguale.
I trenta contratti più grandi, ciascuno con almeno centomila dipendenti, coprono circa l’80% della platea osservata. Altri 79 contratti interessano il 17% dei lavoratori. I restanti 758 CCNL, pur rappresentando l’87% dei contratti persistenti, si applicano complessivamente ad appena il 3% dei dipendenti. Tra questi, 345 coinvolgono meno di cento persone ciascuno. :contentReference[oaicite:18]{index=18}
Il sistema appare quindi diviso tra un nucleo ristretto di grandi contratti, che copre la quasi totalità dei lavoratori, e una periferia molto numerosa di accordi con un bacino minimo. La frammentazione non implica automaticamente minori tutele, ma rende più complesso valutare la rappresentatività delle parti firmatarie, confrontare i trattamenti economici e impedire una competizione al ribasso.
Il tema si collega direttamente agli stipendi bassi. I minimi contrattuali, i tempi dei rinnovi e la capacità delle parti sociali di recuperare l’inflazione incidono sul salario nominale. Quando un contratto rimane scaduto a lungo, il lavoratore perde potere d’acquisto prima che l’adeguamento venga riconosciuto. Gli arretrati possono compensare una parte della perdita, ma non eliminano gli effetti prodotti nel frattempo sui consumi e sul risparmio.
Giovani e stranieri lavorano meno giornate
Le differenze nella continuità occupazionale assumono anche una dimensione generazionale. Nel 2025 i dipendenti con meno di trent’anni erano oltre 4 milioni, in aumento rispetto ai 3,35 milioni del 2019. Il loro numero medio di giornate retribuite si fermava però a 201, contro le 271 dei lavoratori con almeno 55 anni.
Una situazione simile riguarda i dipendenti extracomunitari, cresciuti da 1,683 milioni nel 2019 a 2,504 milioni nel 2025. Le giornate medie retribuite erano 224, inferiori alla media complessiva di 255. Questi lavoratori rappresentano una componente sempre più importante del mercato del lavoro, ma risultano maggiormente esposti a stagionalità, rapporti brevi e occupazioni nei settori a più alta rotazione.
Per giovani e stranieri, uno stipendio annuale basso non dipende quindi soltanto dal livello della paga. La minore continuità riduce il reddito disponibile, rallenta la formazione di una posizione previdenziale e aumenta la dipendenza dagli ammortizzatori sociali. Gli effetti si accumulano nel tempo e possono tradursi in pensioni future più basse.
Il part-time continua a pesare soprattutto sulle donne
Nel settore privato il part-time interessa circa il 28% dei dipendenti e sfiora il 50% tra i lavoratori a tempo determinato. Quando è scelto, il tempo parziale può rappresentare uno strumento di conciliazione. Quando è involontario o imposto dalla mancanza di alternative, diventa una delle principali cause di reddito insufficiente.
Le donne sono particolarmente esposte all’effetto combinato di part-time, interruzioni della carriera e responsabilità familiari. Il problema non riguarda soltanto il divario nella retribuzione oraria, ma soprattutto la quantità complessiva di lavoro retribuito, la possibilità di accedere a ruoli più qualificati e la continuità contributiva.
Per questo motivo, le politiche salariali non possono essere separate dai servizi per l’infanzia, dalla disponibilità di asili nido, dall’organizzazione degli orari e dalla distribuzione del lavoro di cura. Aumentare la partecipazione femminile senza migliorare la qualità dei posti disponibili rischia di produrre più occupazione, ma non necessariamente maggiore autonomia economica.
Perché gli stipendi bassi riguardano tutta l’economia
La debolezza delle retribuzioni non è soltanto un problema individuale. Salari reali stagnanti riducono i consumi interni, limitano il risparmio e rendono più difficile affrontare una spesa imprevista. I lavoratori rinviano l’acquisto di una casa, l’uscita dalla famiglia di origine e la decisione di avere figli. Il basso reddito da lavoro finisce così per intrecciarsi con la crisi demografica, altro tema centrale del XXV Rapporto INPS.
La stagnazione salariale può inoltre alimentare la difficoltà delle imprese nel reperire personale. In alcuni settori la carenza di candidati non dipende soltanto dalla mancanza di competenze, ma anche da stipendi giudicati insufficienti rispetto al costo della vita, agli orari richiesti, alla stagionalità o alle responsabilità.
Esiste poi una conseguenza previdenziale. Nel sistema contributivo, la pensione futura dipende dai versamenti accumulati durante la carriera. Retribuzioni basse, part-time prolungato e periodi senza contribuzione riducono il montante individuale. L’attuale area del lavoro povero rischia quindi di trasformarsi, nel lungo periodo, in una più vasta area di povertà pensionistica.
Quali interventi servono oltre al taglio del cuneo
Le politiche fiscali e contributive hanno attenuato la perdita di potere d’acquisto, soprattutto per i redditi medio-bassi. Il Rapporto INPS mostra però che il recupero del netto è dipeso in misura rilevante dall’intervento pubblico. Per ottenere una crescita strutturale degli stipendi è necessario intervenire anche sui fattori che determinano la retribuzione lorda e la quantità di lavoro disponibile.
- Accelerare i rinnovi contrattuali, riducendo i periodi durante i quali i minimi restano fermi mentre i prezzi aumentano.
- Contrastare la frammentazione al ribasso, definendo criteri più trasparenti sulla rappresentatività dei contratti collettivi.
- Ridurre il part-time involontario, favorendo l’aumento delle ore e la trasformazione dei rapporti quando l’impresa dispone di un fabbisogno stabile.
- Premiare la continuità lavorativa, evitando che gli incentivi si limitino all’assunzione iniziale senza sostenere la durata e la qualità del rapporto.
- Investire in produttività e formazione, perché gli aumenti salariali duraturi richiedono imprese capaci di produrre maggiore valore aggiunto.
- Sostenere la crescita dimensionale delle aziende, facilitando investimenti, aggregazioni e accesso alla contrattazione di secondo livello.
- Rafforzare i servizi per l’infanzia e la conciliazione, per aumentare l’occupazione femminile stabile e a tempo pieno.
- Potenziare i controlli contro lavoro irregolare, falsi part-time, ore non dichiarate e mancato rispetto dei trattamenti contrattuali.
Anche l’eventuale introduzione di una soglia salariale minima deve essere valutata insieme a questi elementi. Un minimo legale può proteggere i lavoratori con le paghe più basse, ma non risolve da solo il problema di chi lavora poche ore o pochi mesi. La tutela deve quindi riguardare sia il valore del lavoro sia la sua continuità effettiva.
Il vero indicatore è il reddito reale prodotto in un anno
La fotografia del XXV Rapporto Annuale dell’INPS è quella di un mercato del lavoro più solido sul piano numerico, ma ancora fragile sul versante salariale. Aumentano gli occupati, crescono i dipendenti permanenti e diminuisce la disoccupazione. Nello stesso tempo, le retribuzioni lorde non recuperano integralmente l’inflazione e una quota rilevante dei lavoratori non raggiunge un numero sufficiente di giornate retribuite.
Il dato sull’occupazione deve quindi essere letto insieme alla retribuzione reale, all’orario, alla durata dei contratti e alla distribuzione degli aumenti. Un posto di lavoro stabile e full-time produce condizioni economiche molto diverse rispetto a un’occupazione frammentata, anche quando entrambe le persone vengono conteggiate come lavoratori nel corso dell’anno.
Il nodo degli stipendi bassi non può essere affrontato soltanto con bonus temporanei o riduzioni fiscali. Richiede una crescita della produttività, rinnovi contrattuali tempestivi, maggiore continuità, servizi pubblici più efficaci e una capacità più ampia delle imprese di condividere il valore prodotto. Senza questi elementi, il record dell’occupazione rischia di rimanere un risultato statistico importante, ma non sufficiente a garantire sicurezza economica e fiducia nel futuro.


