Una ricerca Censis rivela una realtà allarmante: il timore di aggressioni e molestie condiziona la vita quotidiana delle italiane
Oltre due terzi delle donne italiane provano paura al solo pensiero di rientrare a casa da sole, dopo il tramonto. È quanto emerge dal primo Rapporto sulla sicurezza fuori casa realizzato dal Censis, che fotografa un Paese dove la percezione dell’insicurezza è in aumento e il senso di vulnerabilità pesa in modo sproporzionato sulle donne. Numeri, esperienze e analisi dipingono una quotidianità attraversata da ansie, strategie difensive e una richiesta crescente di protezione da parte delle istituzioni.
Una paura che non è solo percezione
Il 67,3% delle donne dichiara di sentirsi insicura quando torna a casa la sera. Per gli uomini, la percentuale è sensibilmente più bassa. La sensazione di pericolo non nasce dal nulla: l’81,8% delle donne afferma che camminare per strada è diventato più pericoloso rispetto a cinque anni fa. Non si tratta solo di percezioni astratte, ma di un vissuto quotidiano che si nutre di esperienze dirette e indirette.
L’indagine mette in luce una serie di eventi che alimentano questa inquietudine diffusa:
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Il 25,6% delle donne ha subito molestie sessuali.
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Il 23,1% è stata vittima di borseggio o scippo.
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Il 29,5% racconta di essere stata seguita da uno sconosciuto.
Esperienze che non solo segnano chi le vive, ma contribuiscono a costruire una cultura della paura collettiva, fatta di raccomandazioni, percorsi evitati e messaggi di “Fammi sapere quando arrivi”.
Le città più esposte
Alcune realtà urbane sembrano concentrare in maniera più evidente il fenomeno. Milano è in cima alla classifica dei reati denunciati, con 69,7 ogni 1.000 abitanti. La seguono Firenze (65,3) e Roma (64,1). In queste città, il timore per la sicurezza personale si traduce spesso in scelte di vita: dal cambio di orari e tragitti, fino alla rinuncia a frequentare determinati luoghi.
È interessante notare come il grado di insicurezza percepita aumenti all’aumentare della densità abitativa e della complessità sociale dei contesti urbani. Dove la presenza delle forze dell’ordine è più rarefatta e l’illuminazione pubblica carente, la paura si trasforma in costante vigilanza.
Strategie di autodifesa: la sicurezza fai da te
Davanti all’assenza o inefficacia delle misure istituzionali, molte donne mettono in atto comportamenti difensivi. Alcuni esempi ricorrenti:
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Evitare strade poco illuminate o isolate.
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Fingere di parlare al telefono per scoraggiare eventuali aggressori.
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Inviare la propria posizione a parenti o amici durante il tragitto.
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Usare app che segnalano un allarme o inviano SOS in tempo reale.
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Portare con sé strumenti di difesa personale come spray urticanti.
Questi accorgimenti, pur essendo comprensibili e diffusi, evidenziano una realtà paradossale: la sicurezza diventa una responsabilità individuale, e chi si sente più esposta deve farsi carico di prevenire situazioni di rischio.
L’aumento delle violenze sessuali
I numeri parlano chiaro: nel 2024 sono state registrate 6.587 violenze sessuali, con un incremento del 34,9% rispetto a cinque anni fa. L’aumento può essere interpretato in due modi: da un lato, un’effettiva crescita del fenomeno; dall’altro, una maggiore propensione alla denuncia, sostenuta dal lavoro di sensibilizzazione e dalla maggiore disponibilità di servizi per le vittime.
In entrambi i casi, il dato conferma una situazione di emergenza sociale, in cui le donne restano il bersaglio principale. Le campagne contro la violenza di genere, seppur importanti, non bastano a creare un ambiente realmente sicuro. Occorre un’azione sistemica, che non si limiti alla repressione, ma agisca anche sul piano culturale ed educativo.
Cosa chiedono le donne alle istituzioni
Il rapporto del Censis sottolinea una richiesta sempre più esplicita di intervento da parte delle istituzioni. Le priorità indicate dalle intervistate sono chiare:
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Potenziamento dell’illuminazione pubblica, in particolare nelle aree periferiche e nei pressi dei trasporti.
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Incremento della presenza delle forze dell’ordine nei luoghi a rischio.
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Videosorveglianza nei punti critici, come parcheggi e stazioni.
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Corsi gratuiti di autodifesa fisica e psicologica.
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Sostegno psicologico alle vittime di aggressione.
Queste richieste non nascono da un desiderio di controllo sociale, ma da un bisogno concreto di protezione, che permetta alle donne di riappropriarsi di uno spazio pubblico oggi vissuto con apprensione.
La sicurezza come diritto, non come privilegio
Il nodo centrale è culturale: in Italia, come in molte altre società, la libertà di muoversi senza paura non è ancora garantita a tutti allo stesso modo. Quando una donna si sente costretta a modificare le proprie abitudini, o quando un numero così ampio si dichiara impaurito solo per aver scelto di tornare a casa da sola, il problema non è individuale ma collettivo.
La sicurezza non può essere una questione privata, né affidata alla capacità di “stare attente”. Deve essere un diritto garantito dallo Stato, dalle amministrazioni locali, dalle forze dell’ordine e dalla comunità intera.
Un cambiamento possibile
Le soluzioni esistono. In alcune città europee, misure come il “punto di sicurezza” nelle fermate dei mezzi pubblici, i taxi a tariffa ridotta per le donne nelle ore serali e le campagne di educazione al rispetto stanno già dando risultati tangibili. Importare questi modelli richiede però volontà politica, risorse e un cambio di prospettiva: dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di una cultura della prevenzione.
Occorre anche superare la narrazione che lega la sicurezza al solo concetto di ordine pubblico: si tratta di un tema di libertà, salute mentale, equità sociale. Restituire fiducia alle donne non è un favore, ma una necessità democratica.
