La Commissione europea ha dichiarato ammissibile un’Iniziativa dei cittadini, ma non ha approvato né finanziato un nuovo assegno: il percorso potrebbe arrivare fino al 2029 senza produrre automaticamente una legge
Il reddito di base europeo non è stato approvato e, al momento, nessun cittadino ha acquisito il diritto a ricevere un nuovo assegno dall’Unione europea. La decisione adottata il 7 luglio 2026 dalla Commissione consente esclusivamente agli organizzatori di avviare la raccolta delle firme necessarie per portare la proposta all’esame formale delle istituzioni comunitarie. Anche qualora venisse raggiunto il milione di sottoscrizioni, Bruxelles sarebbe obbligata a valutare l’iniziativa e a fornire una risposta motivata, ma non a introdurre il reddito di base.
Che cosa ha deciso realmente la Commissione europea
La notizia nasce dalla registrazione dell’Iniziativa dei cittadini europei denominata “Introduzione di un reddito di base incondizionato in tutta l’Unione europea”, identificata con il numero ECI(2026)000008. La registrazione rappresenta il controllo preliminare previsto dalle norme europee: la Commissione verifica che la richiesta non sia manifestamente estranea alle proprie competenze, abusiva, frivola, vessatoria o contraria ai valori fondamentali dell’Unione.
Il superamento di questo controllo non equivale però a un giudizio favorevole sul contenuto. La Commissione ha precisato di non avere ancora esaminato nel merito la proposta e di non avere assunto alcun impegno sulla sua futura attuazione. In altri termini, Bruxelles ha autorizzato la campagna politica e la raccolta delle firme, non il pagamento di un reddito di base.
L’Iniziativa dei cittadini europei, spesso abbreviata in ICE, è uno strumento di democrazia partecipativa introdotto con il Trattato di Lisbona e operativo dal 2012. Consente a un gruppo di cittadini di chiedere alla Commissione di intervenire in un settore nel quale l’Unione può adottare atti giuridici. Non è però un referendum: anche quando raggiunge tutte le soglie previste, il voto dei firmatari non produce direttamente una norma e non può sostituire il procedimento legislativo europeo.
Che cosa chiedono i promotori
Gli organizzatori collegano la proposta alla rapida diffusione dell’intelligenza artificiale, della robotica e dell’automazione. Secondo la loro impostazione, la progressiva sostituzione di alcune attività umane potrebbe ridurre la quantità di lavoro disponibile e rendere necessario separare, almeno in parte, la possibilità di vivere dignitosamente dalla capacità di ottenere un reddito vendendo la propria forza lavoro.
La richiesta presentata alla Commissione è di adottare tutte le iniziative giuridicamente possibili per favorire l’introduzione del reddito di base incondizionato negli Stati membri e di formulare una raccomandazione affinché i governi nazionali lavorino alla sua realizzazione. È quindi importante notare che la stessa iniziativa individua negli Stati membri i principali soggetti chiamati a costruire e applicare gli eventuali sistemi di sostegno.
Nella comunicazione con cui è stata annunciata la registrazione non vengono stabiliti un importo mensile, una durata, un’età minima uniforme, una platea definitiva o una precisa fonte di finanziamento. Non è stato quindi deciso un assegno europeo da 1.000 euro al mese, né un’altra cifra uguale per tutti i cittadini. Importi circolati sui social network o in messaggi non istituzionali non corrispondono a una prestazione economica già deliberata.
Che cosa si intende per reddito di base incondizionato
Il reddito di base incondizionato è concettualmente diverso dai tradizionali sussidi contro la povertà. Nelle definizioni utilizzate dai promotori delle precedenti iniziative europee, dovrebbe essere erogato alla persona e non al nucleo familiare, senza dipendere dalla disponibilità ad accettare un lavoro e senza essere subordinato al possesso di un reddito inferiore a una determinata soglia.
Le caratteristiche normalmente associate a questo modello sono:
- universalità, perché la prestazione è destinata alla generalità della popolazione individuata dalla legge;
- individualità, perché il diritto appartiene alla singola persona e non dipende dalla composizione della famiglia;
- assenza di condizioni lavorative, perché non è necessario dimostrare di essere disoccupati, cercare un impiego o partecipare a un percorso di attivazione;
- regolarità, perché il trasferimento economico dovrebbe essere periodico e non una tantum;
- compatibilità da definire con il welfare esistente, perché una futura normativa dovrebbe stabilire quali prestazioni mantenere, integrare o modificare.
Proprio queste caratteristiche rendono il progetto molto più ampio di un normale bonus. Un reddito realmente universale coinvolgerebbe anche persone occupate, lavoratori autonomi e cittadini con altri redditi. La sostenibilità dipenderebbe quindi non soltanto dall’importo lordo versato, ma anche dalla tassazione applicata, dagli eventuali recuperi fiscali sui redditi più elevati e dal rapporto con pensioni, assegni familiari, sostegni alla disabilità, contributi per l’abitazione e servizi pubblici.
Una futura proposta potrebbe anche prevedere che tutti ricevano formalmente la stessa somma, mentre il sistema tributario recuperi una parte o l’intero beneficio dalle fasce più ricche. Si tratta però di una delle possibili architetture tecniche: nessun meccanismo del genere è stato approvato con la registrazione del luglio 2026.
Le differenze rispetto ai sostegni legati al reddito
Un sussidio selettivo viene normalmente riconosciuto dopo la verifica della condizione economica, del patrimonio, della residenza e della composizione familiare. Il reddito di base, invece, mira a eliminare o ridurre queste verifiche preventive. Questo potrebbe semplificare l’accesso e limitare il rischio che una persona povera non presenti domanda per mancanza di informazioni, difficoltà burocratiche o timore di perdere il beneficio accettando un’occupazione temporanea.
Dall’altro lato, l’assenza di una prova dei mezzi aumenta enormemente la platea e il costo lordo della misura. La questione decisiva diventerebbe quindi come finanziare il sistema. Le ipotesi possibili comprendono risorse fiscali nazionali, nuove entrate europee, imposte sui consumi o sui patrimoni, tassazione dei profitti legati all’automazione, revisione delle agevolazioni esistenti oppure una combinazione di più strumenti. L’iniziativa registrata non ha però trasformato nessuna di queste possibilità in un progetto finanziario vincolante.
Quante firme servono
Per arrivare all’esame della Commissione non è sufficiente raccogliere complessivamente un milione di adesioni. Le firme valide devono raggiungere anche una soglia nazionale minima in almeno sette Stati membri. La regola serve a dimostrare che la proposta possiede una dimensione realmente europea e non è sostenuta quasi esclusivamente dagli abitanti di uno o due Paesi.
Per le iniziative registrate dopo il 16 luglio 2024, la soglia italiana è pari a 54.720 firme valide. Non significa che l’Italia debba necessariamente essere uno dei sette Paesi che raggiungono il quorum: gli organizzatori possono ottenere le soglie in qualsiasi combinazione di almeno sette Stati dell’Unione.
| Paese | Soglia nazionale minima |
|---|---|
| Germania | 69.120 |
| Francia | 58.320 |
| Italia | 54.720 |
| Spagna | 43.920 |
| Polonia | 38.160 |
| Romania | 23.760 |
| Paesi Bassi | 22.320 |
| Grecia | 15.120 |
Le sottoscrizioni possono essere raccolte attraverso il sistema online previsto dall’Unione oppure mediante moduli cartacei conformi alle regole europee. Possono firmare i cittadini dell’Unione che abbiano raggiunto l’età prevista nel proprio Paese per partecipare alle elezioni europee; alcuni Stati consentono la firma a partire dai sedici anni. Le adesioni vengono successivamente controllate dalle autorità nazionali e una parte potrebbe risultare non valida, motivo per cui gli organizzatori hanno interesse a superare ampiamente il milione.
Quando comincerà la raccolta
La registrazione è avvenuta il 7 luglio 2026. Da quella data gli organizzatori hanno un massimo di sei mesi per scegliere il giorno di apertura della campagna. Devono inoltre comunicare la data alla Commissione almeno dieci giorni lavorativi prima dell’avvio. Il termine massimo cade quindi, salvo differenti modalità di calcolo amministrativo, intorno al 7 gennaio 2027.
Al 14 luglio 2026, il registro europeo indicava l’iniziativa come prossima all’avvio della raccolta e non riportava ancora una data definitiva di apertura. Il periodo di dodici mesi non decorre dunque automaticamente dal giorno della registrazione, ma dalla data scelta dagli organizzatori.
Tutte le tempistiche possibili
La procedura può essere più breve se gli organizzatori iniziano subito, raggiungono rapidamente le soglie e chiudono anticipatamente la campagna. Per capire quale potrebbe essere la durata massima, è però utile considerare lo scenario in cui ogni fase utilizzi interamente il termine previsto.
| Fase | Durata prevista | Scenario con tutti i termini massimi |
|---|---|---|
| Registrazione | Già completata | 7 luglio 2026 |
| Scelta dell’avvio | Entro 6 mesi | Entro il 7 gennaio 2027 circa |
| Raccolta delle firme | 12 mesi | Fino al 7 gennaio 2028 circa |
| Invio per la verifica | Entro 3 mesi dalla chiusura | Entro aprile 2028 |
| Controllo delle autorità nazionali | Fino a 3 mesi | Fino a luglio 2028 |
| Presentazione alla Commissione | Entro 3 mesi dall’ultimo certificato | Entro ottobre 2028 |
| Risposta della Commissione | Entro 6 mesi dalla presentazione | Entro aprile 2029 circa |
Lo scenario della primavera 2029 non rappresenta una data di introduzione del reddito di base, ma soltanto il possibile termine della risposta istituzionale qualora la raccolta partisse all’ultimo momento utile e tutte le fasi successive utilizzassero i tempi massimi.
Che cosa succede dopo il milione di firme
Una volta ottenuti i certificati nazionali che confermano il milione di firme e le soglie in almeno sette Paesi, gli organizzatori possono presentare formalmente l’iniziativa alla Commissione. Entro un mese è previsto un incontro con i rappresentanti dell’esecutivo europeo. Entro tre mesi i promotori hanno la possibilità di illustrare la proposta in un’audizione pubblica al Parlamento europeo, che può anche svolgere un dibattito e adottare una risoluzione.
Entro sei mesi dalla presentazione, la Commissione deve pubblicare una comunicazione ufficiale in tutte le lingue dell’Unione. Il documento deve spiegare quali iniziative intende assumere oppure perché ritiene di non dover intervenire. L’obbligo riguarda quindi la valutazione e la motivazione della risposta, non l’approvazione di una legge.
La Commissione potrebbe scegliere diverse strade:
- non proporre alcuna misura, illustrando le ragioni giuridiche, economiche o politiche;
- pubblicare studi, consultazioni o valutazioni d’impatto;
- formulare raccomandazioni non vincolanti agli Stati membri;
- inserire il tema nelle politiche sociali ed economiche europee;
- preparare una vera proposta legislativa nelle materie in cui l’Unione possiede una base giuridica per agire.
Anche una risposta positiva non produrrebbe immediatamente un assegno. Prima di presentare una proposta normativa, la Commissione potrebbe dover realizzare consultazioni pubbliche, analisi dei costi, valutazioni sulla sostenibilità finanziaria e verifiche sulla compatibilità con i Trattati. Il testo dovrebbe poi essere esaminato dalle istituzioni competenti, normalmente il Parlamento europeo e il Consiglio.
Perché l’Unione non può semplicemente versare un assegno a tutti
Le politiche fiscali, i sistemi previdenziali e gran parte delle prestazioni assistenziali sono organizzati principalmente a livello nazionale. I ventisette Paesi possiedono strutture di welfare, livelli salariali, sistemi tributari e costi della vita molto diversi. Un importo considerato minimo in uno Stato potrebbe risultare relativamente elevato o insufficiente in un altro.
Per trasformare l’idea in una misura concreta sarebbe necessario risolvere almeno cinque questioni:
- la platea, stabilendo se il diritto spetti ai soli cittadini, anche ai residenti di lungo periodo, ai minori e alle persone che vivono in un altro Stato membro;
- l’importo, decidendo se debba essere uguale nominalmente in tutta l’Unione oppure adeguato al costo della vita nazionale;
- il finanziamento, individuando entrate permanenti compatibili con i bilanci pubblici;
- la relazione con il welfare, chiarendo quali prestazioni continuerebbero a esistere accanto al reddito di base;
- la competenza giuridica, determinando quali parti possano essere disciplinate dall’Unione e quali debbano essere introdotte dai singoli governi.
Questi nodi spiegano perché, anche nell’ipotesi di un forte sostegno popolare, l’introduzione di un reddito di base richiederebbe una lunga trattativa politica e finanziaria. Una raccomandazione europea potrebbe favorire sperimentazioni coordinate o principi comuni, ma non avrebbe necessariamente la forza di obbligare ogni Stato a versare lo stesso importo nello stesso momento.
Il precedente che non raggiunse il milione
Non si tratta del primo tentativo europeo sul tema. Una precedente iniziativa per l’avvio di redditi di base incondizionati nell’Unione fu registrata nel maggio 2020 e raccolse firme dal settembre dello stesso anno al giugno 2022, dopo le estensioni concesse durante il periodo pandemico. La campagna non raggiunse la soglia del milione e non arrivò quindi alla fase di esame formale prevista per le iniziative riuscite. Secondo le organizzazioni che la sostennero, le sottoscrizioni furono poco meno di 300.000.
Il nuovo tentativo punta maggiormente sulle trasformazioni legate all’intelligenza artificiale e alla robotica, un argomento divenuto più centrale nel dibattito pubblico. Il precedente dimostra però che la registrazione non garantisce il successo della raccolta: ottenere un milione di firme valide, distribuite in almeno sette Paesi sopra le rispettive soglie, richiede una struttura organizzativa europea e una campagna capillare.
Le possibilità concrete per l’Italia
Per i cittadini italiani, nel breve periodo, la conseguenza concreta è esclusivamente la possibilità di sostenere l’iniziativa quando la raccolta sarà aperta. La firma non costituisce una domanda di sussidio, non richiede di dimostrare uno stato di disoccupazione e non attribuisce una priorità per un futuro beneficio. È una dichiarazione di sostegno politico alla richiesta rivolta alla Commissione.
Qualora l’iniziativa superasse tutti i passaggi e Bruxelles decidesse di promuovere il reddito di base, l’Italia dovrebbe comunque partecipare alla definizione delle regole europee o adottare provvedimenti nazionali. Sarebbero necessari una copertura finanziaria, norme di attuazione, procedure di pagamento e un coordinamento con il sistema fiscale e assistenziale.
Non esiste dunque una data dalla quale gli italiani possano aspettarsi automaticamente un versamento. Anche la scadenza del 2029 riguarda soltanto lo scenario più lungo per una risposta della Commissione, non l’entrata in vigore di una misura.
Che cosa bisognerà controllare nei prossimi mesi
Il primo elemento da monitorare sarà la data ufficiale di apertura della raccolta. Da quel giorno partirà il conto dei dodici mesi e sarà possibile valutare l’andamento delle adesioni. Successivamente bisognerà osservare non soltanto il totale europeo, ma anche il numero di Paesi che avranno superato la propria soglia nazionale.
Altri passaggi decisivi saranno la pubblicazione dei dati sulle firme, l’eventuale comunicazione della chiusura anticipata, l’esito delle verifiche nazionali e la presentazione formale alla Commissione. Fino al completamento di queste fasi, annunci sull’arrivo imminente di un assegno europeo non avrebbero una base procedurale.
Una proposta politica, non un reddito già disponibile
La registrazione del 7 luglio 2026 ha aperto uno spazio istituzionale per discutere del rapporto tra automazione, lavoro e sicurezza economica. Il tema potrà quindi entrare più stabilmente nell’agenda europea, soprattutto se la campagna riuscirà a mobilitare cittadini in numerosi Stati membri.
Il significato concreto della decisione resta però circoscritto: la raccolta delle firme può essere avviata, ma il reddito di base non è stato istituito. Per arrivare anche soltanto a una risposta obbligatoria della Commissione occorrono un milione di firme valide, le soglie in almeno sette Paesi, la certificazione delle autorità nazionali e la presentazione ufficiale dell’iniziativa.
Anche dopo un eventuale successo, Bruxelles potrebbe limitarsi a una raccomandazione, avviare studi, presentare una proposta oppure non procedere, motivando la decisione. Una vera prestazione economica richiederebbe ulteriori scelte legislative, fiscali e politiche. Per questo le tempistiche non si misurano in settimane o in pochi mesi: il primo traguardo realistico è l’esame istituzionale, non il pagamento di un assegno europeo.



