Perché la sinistra non può più ignorare sicurezza e immigrazione

La risposta alla destra non può limitarsi all’indignazione: serve una politica capace di tenere insieme legalità, diritti, lavoro e protezione sociale.

Il tema della sicurezza e quello dell’immigrazione sono diventati uno snodo politico decisivo. La sinistra sbaglierebbe a inseguire la destra sul terreno della paura, ma sbaglierebbe ancora di più a far finta che quella paura non esista. Dove la politica progressista arretra, dove evita le domande scomode o le derubrica a semplice propaganda, cresce lo spazio per una destra radicale che trasforma problemi reali in capri espiatori, semplificazioni brutali e ricette pericolose.

Per anni una parte della sinistra ha affrontato il rapporto tra immigrazione e sicurezza con un riflesso difensivo: appena il tema entrava nel dibattito pubblico, la priorità diventava distinguersi dalla destra, evitare ogni parola che potesse sembrare una concessione al linguaggio securitario, ribadire che non esiste un’equazione automatica tra stranieri e criminalità. Tutto vero. Tutto necessario. Ma non sufficiente.

Non è sufficiente perché la politica non vive solo di correttezza analitica. Vive anche di ascolto, presenza, capacità di nominare i conflitti. Se in un quartiere aumentano degrado, spaccio, occupazioni abusive, furti, aggressioni, tensioni nei servizi sociali o competizione tra poveri per case popolari, lavoro sottopagato e assistenza, dire semplicemente che “i dati vanno contestualizzati” può essere giusto, ma rischia di suonare come una fuga. La sinistra non può permettersi di apparire come la parte politica che spiega alla gente perché il suo disagio non dovrebbe esistere.

Il punto non è dare ragione alla destra, ma toglierle il monopolio del problema

La prima distinzione da fare è netta: prendere sul serio il tema sicurezza non significa accettare la narrazione della destra. Non significa dire che l’immigrazione sia di per sé una minaccia. Non significa indicare nel bracciante straniero, nella badante, nell’operaio edile, nel rider, nel lavoratore della logistica o nella famiglia arrivata da un altro Paese il responsabile del disagio sociale italiano. Significa, al contrario, impedire che tutto venga ridotto a una guerra tra ultimi.

La destra più aggressiva prospera proprio su questo cortocircuito: prende un problema reale, lo svuota delle sue cause economiche e istituzionali, poi lo concentra su un volto, un accento, un colore della pelle, una religione. In questo modo trasforma la insicurezza sociale in ostilità identitaria. La sinistra dovrebbe fare l’operazione opposta: riconoscere il problema, allargare il quadro, indicare responsabilità precise e proporre soluzioni praticabili.

Quando una persona dice di non sentirsi più tranquilla nella zona in cui vive, non sempre sta facendo un discorso ideologico. Può parlare di un sottopasso abbandonato, di una stazione fuori controllo, di un parco diventato luogo di spaccio, di un condominio degradato, di una strada senza illuminazione, di un quartiere in cui le istituzioni compaiono solo dopo l’emergenza. La risposta progressista non può essere il moralismo. Deve essere presenza dello Stato, servizi pubblici, legalità, mediazione sociale, politiche abitative, scuola, lavoro regolare e controllo del territorio.

I numeri: l’immigrazione è strutturale, non emergenziale

Secondo i dati più recenti, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5 milioni e 560 mila, pari al 9,4% della popolazione. Il saldo migratorio contribuisce a compensare un saldo naturale fortemente negativo, mentre la popolazione italiana continua a diminuire. L’immigrazione, dunque, non è una parentesi emergenziale: è un elemento strutturale del Paese.

Nel mercato del lavoro, gli stranieri risultano spesso più esposti alla precarietà: nel 2024 il lavoro a tempo determinato e/o part-time involontario riguardava il 29% degli occupati stranieri, contro il 17% degli italiani dalla nascita. Il mancato riconoscimento dei titoli di studio e il ricorso a reti informali spingono molte persone verso impieghi sottoqualificati.

Indicatore Dato principale Lettura politica
Residenti stranieri in Italia 5,56 milioni al 1° gennaio 2026 (9,4% della popolazione) L’immigrazione è strutturale, non episodica
Percezione del rischio criminalità 26,6% delle famiglie nel 2024 La domanda di sicurezza non può essere liquidata
Delitti denunciati ~2,341 milioni nel 2023, +3,8% sul 2022 Servono risposte concrete, non slogan
Precarietà lavorativa degli stranieri 29% degli occupati stranieri con tempo determinato e/o part-time involontario Integrazione e sicurezza passano anche dal lavoro regolare
Contributo economico dei lavoratori stranieri 177 miliardi di valore aggiunto (9% del totale) L’economia italiana dipende già da una quota importante di lavoro immigrato

I dati non bastano se la politica non abita i luoghi del conflitto

Un errore frequente del campo progressista è pensare che basti opporre i dati alla propaganda. I dati sono indispensabili, ma non risolvono da soli il nodo politico. Nel 2024 il 26,6% delle famiglie residenti dichiarava di percepire un rischio di criminalità nella zona in cui vive. Nel 2023 i delitti denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria sono stati circa 2,341 milioni, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno precedente, pur restando sotto i livelli del 2018.

Questi numeri dicono due cose insieme. La prima: non siamo davanti a un Paese travolto da un’ondata incontrollata di criminalità, come spesso racconta la propaganda. La seconda: esiste comunque una domanda di sicurezza concreta, diffusa, politicamente rilevante. E questa domanda non può essere consegnata a chi la usa per alimentare rancore.

La sicurezza, infatti, non è solo ordine pubblico. È anche la possibilità di tornare a casa senza paura, mandare i figli a scuola in un contesto sereno, usare una piazza senza sentirla sottratta, vivere in una periferia dove non tutto dipende dalla buona volontà dei residenti. È sicurezza urbana, ma anche sicurezza sociale. È una questione materiale, non solo emotiva.

Il nodo della marginalità: quando la zona grigia produce illegalità

Questo è un punto decisivo. Una politica seria sulla sicurezza non può ignorare che irregolarità, sfruttamento e marginalità sono terreno fertile per il degrado. Se una persona vive senza documenti, senza contratto, senza casa stabile, senza accesso pieno ai servizi e senza una prospettiva di integrazione, diventa più vulnerabile allo sfruttamento, al ricatto e talvolta anche alle economie illegali. Non perché sia straniera, ma perché è stata collocata in una zona grigia dove lo Stato arriva tardi o non arriva affatto.

Un Paese che ha bisogno di manodopera straniera ma la costringe per anni in un labirinto burocratico produce irregolarità. Un Paese che tollera caporalato, affitti illegali, dormitori informali e salari da fame produce marginalità. Un Paese che scarica sui sindaci la gestione dell’accoglienza senza risorse adeguate produce tensioni locali. Un Paese che non investe in scuole, mediazione culturale, trasporto pubblico e presidi sanitari produce conflitti quotidiani. Poi arriva la destra e chiama tutto questo “immigrazione”.

La destra semplifica, la sinistra spesso si complica fino al silenzio

La destra propone una narrazione semplice: più immigrati uguale meno sicurezza. È una formula rozza, ma funziona perché offre un nemico riconoscibile e una promessa immediata. La sinistra, quando risponde solo dicendo che la formula è falsa, rischia di lasciare intatta la domanda iniziale: cosa fai, concretamente, per chi ha paura? Cosa fai per chi vive in quartieri abbandonati? Cosa fai per chi vede crescere microcriminalità, illegalità diffusa, sfruttamento abitativo, lavoro nero e conflitti sociali?

Il problema non è che la sinistra non abbia valori. Il problema è che spesso quei valori non diventano politiche percepibili. Difendere l’accoglienza è giusto, ma se l’accoglienza si traduce in grandi centri isolati, procedure infinite, persone inattive per mesi, Comuni lasciati soli e cittadini non coinvolti, allora anche una scelta umanitaria può diventare socialmente fragile. Difendere i diritti è necessario, ma i diritti senza organizzazione pubblica diventano un principio astratto.

Una sinistra credibile dovrebbe dire con chiarezza almeno tre cose. Primo: chi ha diritto a restare deve poter lavorare, studiare, abitare e integrarsi rapidamente. Secondo: chi non ha titolo a restare deve ricevere una risposta dello Stato in tempi certi e nel rispetto della dignità umana. Terzo: chi delinque deve essere perseguito per ciò che fa, non per ciò che è. Questa è una linea di legalità democratica, non una concessione alla destra.

Il Mediterraneo: né allarme permanente né rimozione

Il tema degli arrivi via mare mostra quanto sia fuorviante oscillare tra due estremi. Nel 2025 gli arrivi via mare sono rimasti intorno a 66 mila, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente, mentre nel Mediterraneo centrale si sono registrati almeno 1.342 morti e dispersi. È un dato che impone contemporaneamente governo dei flussi, cooperazione internazionale e tutela della vita umana: tre obiettivi che non si escludono, ma che richiedono una politica adulta, non slogan.

Immigrazione, lavoro e sicurezza sono lo stesso dossier sociale

Separare completamente immigrazione e sicurezza è comodo sul piano morale, ma spesso inefficace sul piano politico. Più corretto sarebbe riconoscere che immigrazione, lavoro, casa, scuola, sanità, giustizia e sicurezza urbana fanno parte dello stesso dossier sociale. Quando uno di questi pezzi manca, tutto il sistema si indebolisce.

I lavoratori stranieri producono 177 miliardi di valore aggiunto, pari al 9% del totale, con incidenze elevate in agricoltura e costruzioni. Gli occupati stranieri sono 2,51 milioni, il 10,5% del totale degli occupati. Questi numeri smontano una parte della retorica secondo cui l’immigrazione sarebbe solo costo o minaccia. Ma aprono anche una domanda scomoda: se il Paese dipende dal lavoro straniero in settori essenziali, perché lascia che una quota di quel lavoro resti povera, invisibile, sfruttata, socialmente separata? Non c’è integrazione senza dignità del lavoro, e non c’è sicurezza se interi segmenti dell’economia vivono in una zona di illegalità tollerata.

Ecco perché la sinistra dovrebbe rifiutare la trappola, ma non il tema. Dovrebbe dire che sicurezza significa più Stato, non meno diritti. Significa più ispettori del lavoro contro lo sfruttamento, più forze dell’ordine nei quartieri difficili, più polizia di prossimità, più illuminazione e cura urbana, più recupero degli spazi abbandonati, più rapidità nei tribunali, più servizi sociali, più case accessibili, più controllo sugli affitti in nero, più percorsi di inserimento linguistico e lavorativo.

La paura va governata, non derisa

Uno degli errori peggiori che la sinistra può commettere è trattare la paura come una colpa. Certo, esistono paure alimentate artificialmente, campagne politiche costruite per gonfiare episodi di cronaca e trasformarli in panico collettivo, narrazioni tossiche che associano automaticamente stranieri, degrado e violenza. Ma accanto a questo esistono anche esperienze reali di insicurezza, soprattutto nelle aree dove lo Stato sociale è più debole.

Una famiglia che vive in un quartiere popolare non chiede un seminario sulla complessità. Chiede autobus sicuri, strade illuminate, scuole funzionanti, medici disponibili, case non occupate da racket, spazi pubblici vivibili, tempi rapidi quando denuncia un reato. Chiede che la legalità non sia solo una parola pronunciata nei convegni, ma una presenza visibile sotto casa. Se la sinistra non risponde a questa richiesta, qualcun altro lo farà con parole più dure e soluzioni peggiori.

Il punto decisivo è che la sicurezza democratica non coincide con la repressione cieca. È l’opposto dell’arbitrio. Una politica progressista dovrebbe rivendicare che la legalità serve prima di tutto ai più deboli: a chi vive nei quartieri popolari, a chi non può permettersi vigilanza privata, a chi subisce criminalità e degrado senza avere strumenti per difendersi, a chi lavora onestamente e vede prosperare economie illegali attorno a sé.

Una nuova agenda progressista per sicurezza e immigrazione

Una sinistra che voglia tornare credibile dovrebbe costruire una proposta riconoscibile, concreta, ripetibile. Non basta dire “accoglienza”. Non basta dire “legalità”. Bisogna spiegare come le due cose stanno insieme. Una possibile agenda dovrebbe partire da alcuni pilastri:

  • Controllo del territorio, con presidi stabili nelle aree più fragili e una polizia di prossimità capace di conoscere i quartieri;
  • Lotta al lavoro nero e al caporalato, perché lo sfruttamento produce ricatto, marginalità e illegalità;
  • Percorsi rapidi di regolarizzazione lavorativa per chi ha un impiego, paga le tasse e vive stabilmente nel Paese;
  • Tempi certi per asilo, permessi e ricorsi, perché l’attesa indefinita alimenta precarietà e tensione sociale;
  • Integrazione scolastica e linguistica, soprattutto per minori e seconde generazioni;
  • Politiche abitative contro ghetti, sovraffollamento, affitti in nero e concentrazioni ingestibili;
  • Responsabilità europea nella gestione dei flussi, senza lasciare soli i Paesi di frontiera;
  • Certezza della pena per chi commette reati, senza scorciatoie etniche o criminalizzazioni collettive.

Questa agenda permetterebbe di uscire dalla falsa alternativa tra chi usa il pugno duro come slogan e chi teme di pronunciare la parola sicurezza. La sinistra dovrebbe dire che l’ordine democratico è una condizione della giustizia sociale. Dove non c’è sicurezza, non vincono i più fragili. Vincono i più forti, i clan, i caporali, i proprietari senza scrupoli, gli sfruttatori, le bande, le economie informali. La legalità non è un tema di destra: è uno strumento di protezione popolare.

Perché il silenzio progressista favorisce la destra più pericolosa

Ogni volta che la sinistra evita il tema, lascia alla destra un vantaggio enorme: la possibilità di apparire come l’unica parte politica che “ha il coraggio di dire le cose”. Anche quando le dice male. Anche quando falsifica i nessi causali. Anche quando propone soluzioni impraticabili o disumane. Anche quando trasforma lavoratori sfruttati in nemici del popolo.

La destra radicale cresce proprio dentro questo vuoto. Non cresce solo perché urla. Cresce perché intercetta domande a cui altri non rispondono. La sua forza non sta nella qualità delle proposte, ma nella capacità di occupare emotivamente uno spazio. Se una persona si sente abbandonata e qualcuno le offre un colpevole, quella persona può aderire alla narrazione anche se la soluzione è sbagliata. Per questo limitarsi a smontare l’assurdità di certe dichiarazioni non basta. Bisogna anche sottrarre loro il terreno sociale su cui attecchiscono.

La sinistra dovrebbe quindi cambiare postura: non difensiva, ma offensiva. Non “anche noi parliamo di sicurezza”, come se fosse un tema preso in prestito. Ma: noi parliamo di sicurezza meglio, perché la colleghiamo alla giustizia sociale. Non promettiamo deportazioni immaginarie o muri simbolici. Promettiamo quartieri più vivibili, lavoro più regolare, Stato più presente, procedure più rapide, sfruttatori più perseguiti, cittadini più protetti, immigrati più integrati e criminali più isolati.

Il messaggio dovrebbe essere semplice: né paura contro i migranti, né indifferenza verso chi ha paura. Questa è la linea che manca. Una linea capace di riconoscere che la sicurezza è un diritto, ma che non può essere costruita sulla disumanizzazione. Capace di dire che l’immigrazione va governata, non subita; integrata, non rimossa; regolata, non usata come arma di distrazione di massa.

Conclusione

La sinistra non può più permettersi di ignorare il nodo sicurezza e immigrazione perché quel nodo è già dentro la vita quotidiana di milioni di persone. Ignorarlo non rende il Paese più civile: lo rende più esposto alla propaganda. Non parlarne non protegge i migranti: li consegna più facilmente allo sfruttamento e al risentimento. Non affrontarlo non difende i diritti: li indebolisce, perché li separa dalla domanda di ordine, giustizia e protezione che attraversa soprattutto i ceti popolari.

La sfida è difficile, ma inevitabile: costruire una politica che tenga insieme umanità e fermezza, accoglienza e regole, diritti e doveri, integrazione e legalità. È qui che la sinistra può tornare a essere credibile. Non rincorrendo la destra sul suo terreno peggiore, ma impedendole di trasformare ogni problema sociale in una guerra identitaria.

Sicurezza e immigrazione in Italia: perché la sinistra deve affrontare il tema con proposte concrete su legalità, lavoro e integrazione, sottraendo terreno alla destra.