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Maturità 2026, il boom delle lodi al Sud e il divario con le competenze INVALSI

I risultati dell’Esame di Stato mostrano una concentrazione dei voti massimi nelle regioni meridionali, mentre le rilevazioni standardizzate continuano a registrare forti differenze territoriali. Il confronto, però, va letto con cautela: Maturità e INVALSI misurano aspetti diversi del percorso scolastico.

La Maturità 2026 consegna una fotografia apparentemente contraddittoria della scuola italiana: quasi tutti i candidati ammessi superano l’Esame di Stato, i 100 e lode aumentano fino a superare quota 14 mila e le percentuali più alte di eccellenze si concentrano soprattutto nel Mezzogiorno. Nello stesso tempo, le prove INVALSI continuano a segnalare divari territoriali nelle competenze, con risultati medi più fragili in molte aree del Sud. È da questo scarto che nasce il dibattito sulla comparabilità dei voti, sull’omogeneità della valutazione e sul significato reale di un diploma ottenuto con il massimo punteggio.

Oltre 14 mila diplomati con 100 e lode

I dati conclusivi della Maturità 2026 mostrano un sistema nel quale il superamento dell’esame, una volta ottenuta l’ammissione, è ormai quasi generalizzato. Il 99,8% dei candidati ammessi consegue infatti il diploma. Il vero elemento di novità riguarda soprattutto la fascia più alta della distribuzione dei voti: i diplomati con 100 e lode sono 14.123, pari al 2,9% del totale, in lieve aumento rispetto all’anno precedente.

Il dato diventa ancora più interessante se confrontato con l’andamento dei 100 senza lode. Questa quota scende dal 7,1% del 2025 al 5,3% nel 2026. In altre parole, cresce leggermente il numero degli studenti che arrivano al massimo riconoscimento, mentre diminuisce in modo più marcato la percentuale di chi si ferma al 100. È un riassetto che merita attenzione perché modifica la parte più alta della scala dei risultati senza cambiare il fatto essenziale: l’esame resta caratterizzato da percentuali di successo elevatissime.

Fascia di voto Quota diplomati 2026
Italia – 60/100 4,1%
61-70 26,0%
71-80 30,1%
81-90 19,7%
91-99 11,9%
100/100 5,3%
100 e lode 2,9%

La distribuzione complessiva mostra inoltre che la fascia più numerosa resta quella tra 71 e 80, dove si colloca poco più del 30% dei diplomati. Seguono il gruppo tra 61 e 70 e quello tra 81 e 90. La Maturità, quindi, non produce soltanto una concentrazione di eccellenze: continua a restituire una curva dei voti prevalentemente spostata verso valori medio-alti.

La geografia delle lodi premia soprattutto il Mezzogiorno

Il dato più discusso riguarda la distribuzione territoriale dei 100 e lode. In cima alla graduatoria figurano Calabria e Puglia, entrambe con il 6,1% di diplomati con lode. Seguono Sicilia e Umbria con il 4,7%, quindi la Campania con il 4,4%. Più in basso si trovano diverse regioni settentrionali: il Piemonte si attesta all’1,6%, il Veneto all’1,4% e la Lombardia all’1%.

Regione Diplomati con 100 e lode
Italia 2,9%
Calabria 6,1%
Puglia 6,1%
Sicilia 4,7%
Umbria 4,7%
Campania 4,4%
Basilicata 3,4%
Lazio 2,3%
Piemonte 1,6%
Veneto 1,4%
Lombardia 1,0%

In valori assoluti, le regioni più popolose incidono naturalmente di più sul numero complessivo di studenti premiati. La Campania conta oltre 3 mila diplomati con lode, la Puglia più di 2.100 e la Sicilia più di 1.900. Il confronto percentuale, tuttavia, è quello che rende evidente la diversa intensità del fenomeno e che alimenta il tema della disomogeneità territoriale della valutazione.

I licei restano il principale bacino delle eccellenze

La geografia non è l’unica variabile che separa nettamente i risultati. Anche il tipo di scuola pesa molto. I licei continuano a concentrare la maggior parte dei punteggi più elevati: oltre il 4% dei diplomati liceali ottiene la lode, contro circa l’1,6% degli istituti tecnici e lo 0,7% dei professionali. Tra i singoli indirizzi, il liceo classico si conferma al vertice con una quota di lodi intorno all’8%, seguito dallo scientifico al 6,1%.

Questi numeri ricordano che il voto finale non dipende soltanto dalla regione. Incidono la composizione della popolazione scolastica, i percorsi frequentati, il peso del credito maturato negli anni, la selezione precedente all’esame, le caratteristiche delle commissioni e il modo in cui le prove vengono valutate. Il confronto tra territori, quindi, deve tenere conto anche della diversa distribuzione degli studenti tra licei, tecnici e professionali.

Cosa dicono davvero le prove INVALSI 2026

Per capire perché il dato delle lodi suscita tante discussioni bisogna guardare ai risultati delle prove INVALSI 2026. Nell’ultimo anno delle scuole superiori, a livello nazionale, la quota di studenti che raggiunge almeno il livello considerato adeguato sale al 54% in Italiano, contro il 52% dell’anno precedente. In Matematica si passa dal 49% al 52%.

Il quadro nazionale mostra quindi un miglioramento, non un peggioramento generalizzato. Questo aspetto è importante perché impedisce di leggere le rilevazioni del 2026 soltanto in termini negativi. Anche il Mezzogiorno registra progressi: in Matematica la macro-area Sud passa dal 40% al 45% di studenti almeno al livello adeguato, mentre Sud e Isole sale dal 38% al 41%. Il divario con le aree più forti del Paese, tuttavia, non scompare.

Indicatore INVALSI 2025 2026
Italia – Italiano, ultimo anno superiori 52% 54%
Italia – Matematica, ultimo anno superiori 49% 52%
Sud – Matematica, ultimo anno superiori 40% 45%
Sud e Isole – Matematica, ultimo anno superiori 38% 41%

È proprio qui che si crea la frizione con la mappa della Maturità: alcune delle regioni che assegnano la quota più alta di 100 e lode appartengono alle aree in cui una parte consistente degli studenti non raggiunge ancora i livelli attesi nelle prove standardizzate. Al Nord avviene spesso il contrario: le lodi sono meno frequenti, ma gli apprendimenti medi misurati con strumenti nazionali risultano più solidi.

Perché Maturità e INVALSI non sono la stessa cosa

Il confronto è legittimo, ma bisogna evitare un errore metodologico: il voto di Maturità e il risultato INVALSI non misurano la stessa cosa. L’Esame di Stato valuta il singolo studente al termine di un percorso e combina più elementi. Il punteggio finale deriva dal credito scolastico maturato nel triennio e dai risultati ottenuti nelle prove d’esame. La lode, inoltre, richiede condizioni particolarmente restrittive e una decisione unanime della commissione.

Le prove INVALSI, invece, sono costruite per misurare in modo standardizzato competenze in specifici ambiti disciplinari e per rendere confrontabili risultati ottenuti in scuole e territori diversi. Non assegnano il voto del diploma e non entrano nella media della Maturità. La loro partecipazione costituisce però un requisito di ammissione all’Esame di Stato e gli esiti dell’ultimo anno confluiscono nel Curriculum dello Studente secondo livelli descrittivi.

Di conseguenza, un ragazzo può ottenere un risultato molto elevato alla Maturità e avere un livello meno brillante in una prova standardizzata senza che vi sia necessariamente una contraddizione individuale. Il problema nasce quando il fenomeno diventa sistematico e territoriale: se intere aree del Paese mostrano contemporaneamente una quota molto alta di lodi e livelli medi più bassi nelle rilevazioni nazionali, la domanda sull’omogeneità dei criteri di valutazione diventa inevitabile.

Il nodo dell’equità tra studenti di regioni diverse

La questione non riguarda soltanto il prestigio simbolico del voto. Il punteggio di diploma può avere effetti concreti in alcuni concorsi, selezioni, graduatorie o percorsi successivi. Quando criteri valutativi differenti producono distribuzioni molto diverse tra territori, emerge un problema di equità: due studenti con competenze simili potrebbero ottenere voti finali differenti a seconda del contesto scolastico e della regione in cui hanno studiato.

Non significa che le lodi assegnate al Sud siano automaticamente “troppo alte” o che quelle del Nord siano necessariamente “più rigorose”. I dati aggregati non consentono una conclusione così netta. Possono incidere molti fattori, tra cui la composizione degli indirizzi scolastici, la diversa selezione interna, le caratteristiche socioeconomiche, il peso del credito, le pratiche valutative consolidate e il profilo degli studenti che arrivano effettivamente all’esame.

Il punto centrale è un altro: la forte distanza tra le distribuzioni territoriali dei voti e quelle delle competenze standardizzate suggerisce che il voto di diploma non è perfettamente comparabile da una regione all’altra. È un problema noto da anni, che torna a emergere ogni volta che vengono pubblicati insieme i risultati della Maturità e quelli delle rilevazioni nazionali.

Il 99,8% di promossi non racconta tutta la selezione

Anche il dato del 99,8% di promossi deve essere interpretato correttamente. La percentuale riguarda gli studenti che sono arrivati all’esame dopo aver superato lo scrutinio finale e ottenuto l’ammissione. Una parte della selezione scolastica avviene quindi prima dell’Esame di Stato, durante il quinto anno e al momento dello scrutinio.

Questo significa che la quasi totalità dei promossi non equivale a dire che tutti gli studenti iscritti all’ultimo anno conseguano automaticamente il diploma. La Maturità rappresenta la fase conclusiva di un percorso nel quale il filtro principale può essersi già esercitato. Il dato resta comunque significativo perché conferma come, una volta raggiunto l’esame, la bocciatura finale sia diventata un evento estremamente raro.

Dispersione scolastica: nel 2026 arrivano anche segnali positivi

Il quadro complessivo della scuola italiana non può essere ridotto al confronto tra lodi e risultati INVALSI. Le rilevazioni 2026 mostrano infatti alcuni segnali positivi. La stima del tasso di abbandono precoce tra i giovani si colloca al 7,3%, dopo l’8,2% del 2025, un livello che porterebbe l’Italia sotto il traguardo europeo fissato per il 2030.

Ancora più rilevante è il dato sulla dispersione scolastica implicita, cioè la quota di studenti che arriva alla fine del percorso secondario senza possedere competenze considerate adeguate. Nel 2026 questo indicatore scende al 6,3%, contro l’8,7% del 2025. Si tratta di un miglioramento consistente e del valore più basso della serie storica disponibile.

La diminuzione della dispersione implicita non cancella le differenze territoriali, ma mostra che una lettura fondata soltanto sull’idea di un peggioramento generalizzato sarebbe incompleta. Il sistema scolastico italiano presenta contemporaneamente progressi negli apprendimenti medi, riduzione di alcune forme di dispersione e forti disuguaglianze territoriali ancora irrisolte.

Il paradosso dei voti alti è soprattutto un problema di comparabilità

Il vero nodo della Maturità 2026 non è stabilire quale regione abbia gli studenti “migliori”. I dati disponibili non permettono una classifica semplice del merito individuale. Il tema più importante è capire quanto un 100 e lode ottenuto in una parte d’Italia sia comparabile con lo stesso voto ottenuto altrove.

Un sistema nazionale dovrebbe riuscire a conciliare due esigenze. Da una parte, la scuola deve conservare la capacità di valutare il percorso personale, il miglioramento, la continuità e le competenze che non possono essere racchiuse in un test standardizzato. Dall’altra, deve garantire che il voto finale mantenga un significato abbastanza uniforme su tutto il territorio nazionale.

Le prove INVALSI non possono e non devono trasformarsi in un voto di Maturità parallelo. Possono però funzionare come strumento diagnostico per capire dove la valutazione interna e quella standardizzata si allontanano in modo sistematico. È proprio il confronto tra queste due prospettive a rendere visibili differenze che altrimenti rimarrebbero nascoste.

Una scuola più uniforme senza cancellare le differenze

Ridurre la distanza tra voti finali e competenze non significa imporre automaticamente la stessa distribuzione di 100 e lode in tutte le regioni. Le scuole operano in contesti differenti e affrontano difficoltà diverse. Una maggiore uniformità potrebbe passare invece da criteri di valutazione più trasparenti, formazione condivisa delle commissioni, analisi sistematica degli scostamenti territoriali e uso dei dati INVALSI come supporto alla programmazione didattica.

Allo stesso tempo, i progressi registrati nel Mezzogiorno, soprattutto in Matematica, suggeriscono di evitare letture statiche. Nel 2026 le aree meridionali restano mediamente più fragili, ma mostrano anche alcuni degli avanzamenti più significativi rispetto all’anno precedente. Il contrasto tra molte lodi e competenze mediamente più basse resta quindi reale, ma va inserito in un sistema in movimento.

Cosa resta dopo la Maturità 2026

La Maturità 2026 lascia in eredità una domanda che va oltre il singolo esame: quanto è comparabile il merito scolastico in Italia? I 14.123 studenti con lode rappresentano senza dubbio percorsi di eccellenza riconosciuti dalle commissioni. Ma la loro distribuzione territoriale, così diversa dalla geografia delle competenze misurate dalle prove standardizzate, segnala che il voto finale continua a dipendere anche dal contesto in cui viene assegnato.

Il dato non autorizza scorciatoie né giudizi sommari sul valore degli studenti del Sud o del Nord. Indica piuttosto la necessità di osservare contemporaneamente più indicatori: voti di diploma, risultati INVALSI, dispersione, indirizzi frequentati, condizioni sociali e percorsi scolastici. Solo mettendo insieme questi elementi si può capire dove il sistema premia davvero il merito, dove le differenze riflettono contesti oggettivi e dove, invece, emergono criteri di valutazione non sufficientemente omogenei.

Il paradosso della Maturità 2026, quindi, non è che al Sud esistano troppi studenti eccellenti. È che il voto finale e le competenze standardizzate raccontano geografie diverse della scuola italiana. Colmare questa distanza, senza ridurre la valutazione a un unico test, sarà una delle sfide decisive per rendere il diploma più trasparente, comparabile e credibile su tutto il territorio nazionale.