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Approfondimenti · Economia e finanza

L’Italia può permettersi di spendere il 5% del Pil in spese militari?

Dopo il vertice Nato di Ankara, il nuovo obiettivo mette l’Italia davanti a una scelta da oltre 50 miliardi l’anno: raggiungerlo è possibile, ma non senza conseguenze sul bilancio pubblico

L’Italia può permettersi di destinare il 5% del Pil alla difesa e alla sicurezza soltanto attraverso un percorso graduale, finanziato in modo stabile e accompagnato da una profonda revisione delle priorità di bilancio. Ai valori economici del 2026, il traguardo equivale a circa 115 miliardi di euro l’anno, oltre 50 miliardi in più rispetto al livello complessivo del 2,8% presentato dal governo. Non si tratta, però, di spendere l’intera cifra in armi: il piano Nato distingue tra un 3,5% per la difesa militare e un ulteriore 1,5% per infrastrutture strategiche, cybersicurezza e resilienza civile.

La risposta alla domanda posta dal nuovo obiettivo Nato

La risposta più diretta è che l’Italia può raggiungere il 5%, ma oggi non dispone di 50 miliardi di euro l’anno già liberi nel bilancio dello Stato. Per trovare quelle risorse dovrebbe aumentare le entrate, ridurre altre spese, ricorrere a maggiore debito oppure ottenere un sostegno più ampio attraverso strumenti finanziari comuni europei.

Il problema non riguarda soltanto la volontà politica. L’Italia parte da una situazione caratterizzata da crescita economica contenuta, debito pubblico elevato, spesa per interessi in aumento e forti pressioni su sanità, pensioni e servizi pubblici. Qualsiasi aumento permanente della spesa per la difesa deve quindi essere accompagnato da coperture altrettanto permanenti.

La domanda corretta non è soltanto se il Paese possa permettersi di spendere il 5%, ma anche che cosa verrà incluso in quella percentuale, quali programmi saranno finanziati, quanto denaro verrà effettivamente destinato agli armamenti e quali altre voci di bilancio rischieranno di essere ridimensionate.

Che cosa è emerso dal vertice Nato di Ankara

Il vertice della Nato ad Ankara si è concluso con una riaffermazione dell’unità politica dell’Alleanza e dell’impegno alla difesa collettiva previsto dall’Articolo 5. L’esito non era scontato, considerando le critiche rivolte prima degli incontri dal presidente statunitense Donald Trump a diversi alleati europei.

Dopo i colloqui, Trump ha moderato i toni e ha descritto il vertice come una dimostrazione di coesione. Le tensioni non sono però scomparse. Gli Stati Uniti continuano a chiedere ai membri europei della Nato di assumersi una quota maggiore dei costi della sicurezza continentale e di presentare piani concreti per raggiungere entro il 2035 il nuovo obiettivo finanziario.

Il vertice non ha introdotto per la prima volta il target del 5%, già concordato nel 2025, ma ha verificato i progressi e i programmi predisposti dai singoli governi. L’Italia ha confermato la volontà di rispettare l’impegno, insistendo sulla necessità di seguire un percorso compatibile con la sostenibilità dei conti pubblici.

La pressione americana ha quindi prodotto un risultato politico preciso: il precedente obiettivo del 2% del Pil non è più considerato sufficiente. Gli alleati devono ora prepararsi a raggiungere un livello molto più elevato, trasformando gli aumenti di bilancio in capacità militari, infrastrutture, munizioni, mezzi, personale e sistemi di protezione.

Il 5% non significa spendere tutto in armamenti

L’espressione “5% in spese militari” sintetizza il problema, ma non descrive esattamente il contenuto dell’impegno. Il nuovo target Nato è composto da due parti:

Componente Quota del Pil Spese comprese
Difesa militare principale Almeno 3,5% Personale, mezzi, armi, munizioni, manutenzione, addestramento, ricerca, operazioni e infrastrutture militari
Sicurezza e resilienza Fino all’1,5% Cybersicurezza, reti energetiche, porti, ferrovie, telecomunicazioni, protezione civile e infrastrutture a uso duale
Obiettivo complessivo 5% entro il 2035 Somma della componente militare e degli investimenti più ampi collegati alla sicurezza nazionale

La distinzione è fondamentale. Una parte del nuovo impegno potrebbe essere utilizzata per rafforzare reti elettriche, sistemi informatici, porti, ponti, ferrovie e comunicazioni di emergenza. Sono investimenti che possono avere una funzione militare, ma che continuano a essere utilizzati anche dai cittadini, dalle imprese e dalla protezione civile.

Anche il 3,5% destinato alla difesa principale non corrisponde esclusivamente all’acquisto di armi. Nel conteggio rientrano gli stipendi del personale, le pensioni considerate ammissibili, le spese operative, i carburanti, la manutenzione dei mezzi, l’addestramento, la logistica e la ricerca.

Nel 2026, secondo le stime Nato, circa il 57,1% della spesa militare italiana principale è assorbito dal personale, mentre poco meno di un quarto è destinato agli equipaggiamenti e alla ricerca collegata. L’immagine di un 5% interamente trasformato in carri armati, missili o aerei è quindi inesatta.

Quanto spende attualmente l’Italia

Per il 2026, la Nato stima per l’Italia una spesa militare principale di circa 48,3 miliardi di euro, equivalente al 2,10% del Pil. È una cifra più alta rispetto al solo bilancio del Ministero della Difesa perché il conteggio Nato comprende anche spese sostenute da altre amministrazioni e alcune voci relative al personale.

Il governo ha inoltre indicato un livello complessivo del 2,8% del Pil, includendo le risorse considerate utili alla sicurezza, alla resilienza e alla protezione delle infrastrutture. Ai valori del 2026, questa percentuale corrisponde a circa 64 miliardi di euro.

È quindi necessario distinguere tra:

  • il bilancio del Ministero della Difesa;
  • la spesa militare calcolata secondo i criteri Nato;
  • la spesa complessiva per difesa, sicurezza e resilienza.

Questi valori non sono intercambiabili. Una variazione delle regole contabili può far aumentare la percentuale dichiarata anche senza un incremento equivalente degli acquisti militari. Per valutare il peso reale del nuovo obiettivo sarà quindi necessario osservare non soltanto il dato percentuale, ma anche la composizione della spesa.

Quanto vale concretamente il 5% per l’Italia

Il prodotto interno lordo nominale italiano del 2026 è nell’ordine dei 2.300 miliardi di euro. Applicando a questa base le diverse percentuali è possibile stimare la dimensione finanziaria dell’impegno.

Scenario Quota del Pil Valore annuo stimato
Difesa militare italiana nel 2026 2,10% Circa 48,3 miliardi di euro
Difesa e sicurezza complessive 2,8% Circa 64 miliardi di euro
Obiettivo per la difesa militare principale 3,5% Circa 80,5 miliardi di euro
Obiettivo Nato complessivo 5% Circa 115 miliardi di euro
Aumento rispetto al 2,8% 2,2 punti di Pil Oltre 50 miliardi di euro l’anno

Queste cifre sono calcolate sui valori del 2026. Nel 2035 il Pil nominale sarà presumibilmente più elevato per effetto della crescita reale e dell’inflazione. Di conseguenza, anche il valore monetario del 5% aumenterà.

Una crescita economica più forte renderebbe l’obiettivo relativamente più sostenibile, perché produrrebbe maggiori entrate fiscali. Una crescita debole, invece, costringerebbe il governo a finanziare una parte più consistente dell’aumento attraverso nuove tasse, tagli o debito.

Perché si parla di un costo superiore a 500 miliardi

Una stima elaborata dall’Osservatorio sulle spese militari italiane ha valutato in circa 498 miliardi di euro l’incremento cumulato necessario tra il 2025 e il 2035 rispetto a uno scenario in cui l’Italia mantenesse la spesa intorno al precedente obiettivo del 2%.

Il dato non significa che il governo debba trovare immediatamente mezzo trilione di euro. Rappresenta la somma, anno dopo anno, della differenza tra due percorsi: uno fermo al 2% e uno in progressivo aumento fino al 5%.

La stima dipende da numerose variabili:

  • l’andamento futuro del Pil nominale;
  • la velocità con cui saranno effettuati gli aumenti;
  • le spese che la Nato permetterà di contabilizzare;
  • la ripartizione tra difesa militare e sicurezza allargata;
  • le decisioni che verranno prese nella revisione prevista prima del 2035.

La cifra dei 500 miliardi deve quindi essere considerata come un ordine di grandezza del costo aggiuntivo accumulato nel decennio, non come un importo già approvato dal Parlamento o interamente destinato all’acquisto di sistemi d’arma.

Il debito pubblico è il principale ostacolo

L’Italia è una delle maggiori economie europee, ma dispone di margini fiscali inferiori rispetto ai Paesi con un debito più contenuto. Il rapporto tra debito pubblico e Pil resta vicino al 140% e la spesa per interessi assorbe ogni anno una quantità crescente di risorse.

In questo contesto, finanziare oltre 50 miliardi aggiuntivi ricorrendo soltanto a nuovo debito sarebbe una scelta rischiosa. L’aumento delle emissioni di titoli pubblici potrebbe far crescere ulteriormente il costo degli interessi, riducendo negli anni successivi lo spazio disponibile per tutte le altre politiche.

Il problema è accentuato dal fatto che la spesa per la difesa non è una misura temporanea. Una volta aumentati il numero dei militari, le strutture, gli equipaggiamenti e i programmi industriali, lo Stato deve sostenere anche stipendi, manutenzione, aggiornamenti tecnologici e costi operativi. L’impegno produce quindi effetti permanenti sui bilanci futuri.

La gradualità fino al 2035 consente di distribuire il costo, ma non elimina la necessità di individuare coperture strutturali. Rinviare le decisioni agli ultimi anni obbligherebbe l’Italia a effettuare aumenti molto più bruschi e difficili da finanziare.

Il 5% può essere raggiunto senza tagliare il welfare?

Raggiungere il 5% senza conseguenze su sanità, scuola, pensioni e politiche sociali è possibile soltanto se l’Italia riuscirà a combinare crescita economica, nuove entrate, fondi europei e revisione della spesa. Senza queste condizioni, una parte delle risorse dovrebbe inevitabilmente essere sottratta ad altri settori.

Un aumento annuo superiore a 50 miliardi equivale a una delle maggiori riallocazioni di spesa pubblica della storia recente. Non potrebbe essere coperto soltanto eliminando sprechi amministrativi o riducendo alcune agevolazioni minori.

Le alternative principali sarebbero:

  • ridurre altre spese pubbliche, con possibili effetti sui servizi;
  • aumentare le imposte o diminuire le agevolazioni fiscali;
  • finanziare una parte dell’aumento in deficit;
  • utilizzare prestiti e fondi europei per la difesa;
  • riclassificare investimenti già programmati nelle categorie ammesse dalla Nato;
  • aumentare il Pil e le entrate attraverso una crescita più elevata.

La soluzione più realistica sarebbe una combinazione di questi strumenti. Puntare esclusivamente sul debito sarebbe difficilmente sostenibile, mentre finanziare tutto attraverso tagli alla spesa sociale avrebbe costi politici ed economici molto elevati.

Il rischio delle riclassificazioni contabili

Una parte dell’aumento italiano al 2,8% è legata all’inserimento di spese per sicurezza interna e infrastrutture nel perimetro Nato. Questo sistema permette di avvicinarsi formalmente al target senza destinare l’intera crescita alle Forze armate.

La scelta non è necessariamente priva di valore. Investire nella protezione delle reti elettriche, nelle comunicazioni, nei porti o nelle ferrovie può aumentare concretamente la capacità del Paese di reagire a crisi, sabotaggi, attacchi informatici o emergenze.

Il rischio nasce quando la riclassificazione diventa soltanto un modo per spostare spese già esistenti sotto una nuova etichetta, senza produrre un aumento effettivo della sicurezza. Per evitare questo problema servono criteri trasparenti e una rendicontazione pubblica dei risultati.

Il raggiungimento del 5% dovrebbe essere valutato attraverso capacità misurabili: quantità di munizioni disponibili, sistemi antiaerei operativi, protezione delle infrastrutture, prontezza delle unità, tempi di mobilitazione e sicurezza delle reti digitali.

Spendere di più non significa automaticamente difendersi meglio

La qualità della spesa è decisiva quanto la sua quantità. L’Europa dispone di numerosi sistemi d’arma differenti, catene di approvvigionamento frammentate e programmi nazionali che spesso svolgono funzioni simili senza essere pienamente compatibili.

Se l’aumento dei bilanci venisse utilizzato per moltiplicare progetti duplicati, il 5% potrebbe produrre costi enormi senza un miglioramento proporzionale delle capacità militari. La sostenibilità richiede invece acquisti comuni, standard condivisi, manutenzione coordinata e programmi industriali europei.

Per l’Italia sarà importante individuare le priorità operative. Tra i settori più rilevanti rientrano:

  • difesa antiaerea e antimissile;
  • munizioni e capacità di produzione industriale;
  • droni e sistemi di contrasto ai droni;
  • satelliti e comunicazioni sicure;
  • protezione informatica delle infrastrutture;
  • trasporto, logistica e mobilità militare;
  • capacità navali nel Mediterraneo.

Una spesa concentrata su queste carenze potrebbe generare benefici maggiori rispetto a un aumento distribuito senza una strategia precisa.

Le ricadute economiche per l’industria italiana

Una quota degli investimenti potrebbe tornare nell’economia nazionale attraverso ordini alle imprese italiane, ricerca, occupazione qualificata e sviluppo tecnologico. L’Italia dispone di un’importante industria nei settori aerospaziale, navale, elettronico e della difesa.

Questo non significa che ogni aumento della spesa militare generi automaticamente crescita. Se una parte rilevante dei sistemi venisse acquistata all’estero, le ricadute interne sarebbero più limitate. Anche gli investimenti nazionali possono risultare inefficienti quando servono a mantenere programmi costosi, frammentati o non rispondenti alle esigenze operative.

Per produrre un effetto economico duraturo, la maggiore spesa dovrebbe sostenere innovazione, ricerca, produzione europea, formazione e tecnologie a uso duale. Cybersicurezza, spazio, comunicazioni, intelligenza dei sistemi, materiali avanzati e protezione delle reti possono avere applicazioni anche in settori civili.

Il ruolo decisivo dell’Unione europea

Per un Paese indebitato come l’Italia, il 5% sarebbe più sostenibile se una parte degli investimenti fosse finanziata e coordinata a livello europeo. Sistemi satellitari, difesa aerea, grandi infrastrutture logistiche e scorte di munizioni producono benefici per più Stati contemporaneamente.

Fondi comuni, prestiti europei e acquisti congiunti permetterebbero di:

  • ridurre il costo del finanziamento per i Paesi più indebitati;
  • ottenere prezzi migliori grazie a ordini di dimensioni maggiori;
  • limitare la duplicazione dei programmi;
  • rafforzare l’industria europea;
  • rendere più compatibili mezzi e sistemi utilizzati dagli eserciti.

La condivisione europea non renderebbe la spesa gratuita, poiché l’Italia contribuisce comunque ai bilanci comuni. Potrebbe però distribuire meglio i costi e impedire che le diverse condizioni finanziarie nazionali producano una difesa europea squilibrata.

Le condizioni necessarie perché l’Italia possa permetterselo

Il raggiungimento del 5% può diventare sostenibile soltanto rispettando alcune condizioni. La prima è la gradualità: gli aumenti devono essere distribuiti nel decennio e non concentrati negli ultimi esercizi finanziari.

La seconda è la trasparenza. Governo e Parlamento dovrebbero indicare chiaramente quali spese rientrano nel 3,5% militare, quali nell’1,5% di sicurezza e quali risorse rappresentano investimenti realmente nuovi.

La terza riguarda le coperture. Ogni aumento permanente dovrebbe essere accompagnato da entrate, risparmi o strumenti finanziari altrettanto duraturi. La quarta condizione è il coordinamento europeo, necessario per evitare che una parte consistente delle risorse venga dispersa in programmi duplicati.

Infine, occorre proteggere gli investimenti che determinano la forza economica del Paese nel lungo periodo. Sanità, istruzione, ricerca civile, infrastrutture e politiche industriali non sono elementi separati dalla sicurezza nazionale: una società più fragile e un’economia meno competitiva renderebbero più difficile sostenere anche la difesa.

Quindi l’Italia può davvero permettersi il 5%?

L’Italia può permettersi il 5% soltanto trasformandolo in una priorità economica nazionale ed europea per almeno un decennio. Non può invece considerarlo una semplice aggiunta al bilancio già esistente, perché oltre 50 miliardi annui supplementari non possono essere assorbiti senza modificare altre scelte pubbliche.

Il peso effettivo è inferiore a quello suggerito dall’espressione “5% in armamenti”, perché fino all’1,5% può essere destinato a infrastrutture, sicurezza informatica e resilienza. Rimane tuttavia necessario portare la spesa militare principale dall’attuale 2,10% ad almeno il 3,5%, con un incremento di oltre 30 miliardi di euro l’anno ai valori del 2026.

La vera risposta dipenderà quindi dal modo in cui il governo deciderà di raggiungere il target. Se il percorso sarà finanziato prevalentemente a debito, attraverso tagli improvvisi o con programmi frammentati, il costo potrebbe diventare difficilmente sostenibile. Se verrà invece distribuito nel tempo, coordinato con l’Europa e concentrato su infrastrutture e capacità realmente necessarie, l’impatto potrà essere più gestibile.

Il vertice Nato di Ankara ha confermato che la pressione sugli alleati europei non diminuirà. Per l’Italia si apre ora una fase in cui gli impegni politici dovranno essere trasformati in numeri di bilancio. Il Paese può arrivare al 5%, ma dovrà decidere apertamente chi pagherà, quali spese verranno privilegiate e quali risultati concreti dovranno essere ottenuti.

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