Con l’inflazione al 3,8%, la benzina oltre i 4 dollari al gallone e il gradimento presidenziale precipitato al 37%, la pressione economica e politica sul presidente americano diventa insostenibile. E le elezioni di metà mandato incombono
C’è un orologio che ticchetta sulla scrivania di Donald Trump, e non è quello della Casa Bianca. È il countdown verso le elezioni di midterm del novembre 2026. Ogni dollaro in più che gli americani spendono alla pompa di benzina, ogni punto percentuale di inflazione che erode i salari reali, ogni sondaggio che porta il gradimento presidenziale a nuovi minimi storici: tutto si trasforma in voti potenzialmente persi. La guerra contro l’Iran, scattata il 28 febbraio 2026, stava per diventare un disastro politico a orologeria. Capire fino a che punto il fattore economico e quello elettorale stiano già condizionando le scelte militari e diplomatiche di Trump è oggi la domanda più importante per comprendere l’intero scenario mediorientale.
Il prezzo della guerra alla pompa di benzina
Per gli americani, la guerra in Iran ha un nome preciso: si chiama benzina. Secondo i dati dell’American Automobile Association (AAA), il prezzo medio di un gallone di carburante ha superato i 4 dollari, toccando punte di 4,17 dollari — il livello più alto dall’estate del 2022, quando a scuotere i mercati energetici era la guerra in Ucraina. In termini percentuali, il rincaro supera il 30% dall’inizio del conflitto.
Il meccanismo è noto, ma non intuitivo. Gli Stati Uniti sono grandi produttori di petrolio, e in teoria dipendono meno di altri paesi dallo Stretto di Hormuz. Ma la benzina americana continua a dipendere dal prezzo internazionale del greggio: quando il Brent sale, la pompa americana lo segue quasi sempre. E il Brent è salito oltre il 50% dall’inizio della guerra, arrivando stabilmente sopra i 100 dollari al barile. A ciò si aggiunge la corsa agli acquisti: decine di petroliere provenienti dall’Asia si sono riversate verso i porti americani in cerca di rifornimenti alternativi, aumentando la domanda proprio nel momento in cui le scorte si assottigliavano a ritmo record.
I rincari non si fermano al distributore. Fertilizzanti agricoli: +33% dall’inizio del conflitto. Prezzi alimentari: +0,7% solo da marzo ad aprile. Mutui a 30 anni: passati dal 6,05% al 6,50%, mezzo punto in più nonostante la Fed non sia intervenuta. Sovrapprezzi sui bagagli aerei: tra 4 e 10 dollari a tratta. L’aumento del carburante si trasferisce su tutta la catena produttiva, riducendo il reddito disponibile delle famiglie e colpendo soprattutto la classe media e i lavoratori a basso reddito.
L’inflazione al 3,8%: la promessa infranta
Trump era tornato alla Casa Bianca con una promessa ben precisa: abbassare il costo della vita. Era stato uno dei messaggi più efficaci della sua campagna. Oggi quella promessa è diventata il principale problema politico della sua presidenza.
Ad aprile 2026, l’inflazione americana ha raggiunto il 3,8% su base annua, secondo i dati ufficiali del Bureau of Labor Statistics. La componente energetica è la principale responsabile: +17,9% su base annua, con i carburanti aumentati del 5,4% nel solo mese di aprile. Ma il contagio si sta allargando: la componente “core” — che esclude energia e alimentari — sta mostrando segnali di resistenza che preoccupano gli analisti della Federal Reserve.
Heather Long, capo economista della Navy Federal Credit Union, ha sintetizzato il problema in termini brutali: “L’inflazione è il principale freno all’economia statunitense. Per la prima volta in tre anni, l’inflazione si sta mangiando tutti gli aumenti salariali.” Il dato è confermato dai numeri: ad aprile, la retribuzione oraria media è scesa dello 0,3% in termini reali rispetto all’anno precedente — il primo calo su base annua in tre anni. Per le famiglie della classe media questo significa, concretamente, che guadagnano di più in termini nominali ma hanno meno potere d’acquisto.
Anche l’inflazione alla produzione ha raggiunto il 6%, segnale che le pressioni sui prezzi non sono ancora esaurite e potrebbero trasmettersi ulteriormente ai consumatori nei prossimi mesi.
La Fed nell’angolo: né tagliare né alzare
La Federal Reserve si trova in una trappola classica. Tagliare i tassi, come vorrebbe Trump, rischierebbe di alimentare ulteriormente un’inflazione già fuori controllo. Alzarli per contenere i prezzi deprimerebbe un’economia già indebolita dalla crisi energetica. Risultato: la Fed è ferma, incapace di muoversi in nessuna direzione senza aggravare una delle due variabili.
Mario Del Pero, professore di Storia internazionale a Sciences Po Parigi, ha spiegato chiaramente i limiti della banca centrale americana: “La Fed può fare relativamente poco. È evidente che Trump continuerà a fare pressioni per un taglio dei tassi, ma la dinamica sui prezzi innescata dal conflitto è in larga misura inevitabile.” Del Pero indica nell’indice di Consumer Sentiment dell’Università del Michigan il dato più rilevante dal punto di vista politico ed elettorale: dall’insediamento di Trump quell’indice ha perso quasi dieci punti, scendendo al di sotto della soglia minima toccata nell’ultimo mezzo secolo, persino durante la grande crisi del 2008.
I mercati dei futures sui Fed funds scontano ora una probabilità superiore al 50% di un rialzo dei tassi entro marzo 2027: uno scenario che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato impensabile, e che, se si materializzasse, aggraverebbe ulteriormente la pressione sui mutui, sui crediti al consumo e sugli investimenti aziendali.
Trump ha risposto alla paralisi della Fed nominando Kevin Warsh per sostituire Jerome Powell alla guida della banca centrale. La nomina di Warsh — considerato più accomodante rispetto al suo predecessore — è chiaramente un tentativo di ottenere tagli dei tassi che diano respiro all’economia prima delle elezioni. Ma non è affatto scontato che Warsh, una volta confermato, riesca a convincere l’organo collegiale della Fed a percorrere quella strada contro tutti gli indicatori economici disponibili.
Il paradosso energetico americano
Uno degli elementi più contraddittori della crisi è che gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, eppure non riescono a proteggersi dagli shock energetici globali. La ragione è strutturale: gran parte delle raffinerie americane sono state costruite quando il paese era ancora un grande importatore, e sono ottimizzate per lavorare tipologie di greggio diverse da quello estratto con la shale revolution. In più, il prezzo della benzina segue i mercati internazionali indipendentemente da quanto petrolio producono gli Stati Uniti.
L’amministrazione ha messo in campo misure di emergenza: il rilascio di 172 milioni di barili dalla riserva strategica, la sospensione del Jones Act del 1920 per 60 giorni (la norma che impone alle navi che trasportano merci tra porti americani di essere costruite, di proprietà e con equipaggio statunitense), l’apertura accelerata di nuovi pozzi e la rimozione di quasi tutti i vincoli ambientali alla produzione di gas naturale e petrolio. Trump ha persino annunciato l’apertura della prima nuova raffineria in Texas da cinquant’anni.
Ma, come ha spiegato l’economista Francesco Giavazzi dell’Università Bocconi, “esistono due limiti precisi: uno fisiologico, perché c’è un tetto oltre il quale la produzione non può spingersi nel breve periodo; l’altro riguarda le dinamiche globali dei prezzi. Si può intervenire sul versante dell’offerta, ma al meglio si otterrebbe un effetto tampone, non una vera via d’uscita dalla crisi.” Harvard Business Review ha sintetizzato il problema in termini ancora più netti: quella che gli Stati Uniti stanno attraversando è “la trappola classica degli shock da offerta”, una situazione che Washington non sperimentava in questa forma dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.
I sondaggi: il disastro che nessuno vuol vedere
La resa dei conti con il consenso popolare è già arrivata, e i numeri sono devastanti. Il sondaggio New York Times/Siena University, condotto tra l’11 e il 15 maggio su un campione di 1.507 elettori registrati, ha fotografato un’opinione pubblica in rivolta:
| Tema | Approva | Disapprova |
|---|---|---|
| Operato generale di Trump | 37% | 59% |
| Gestione economia | 36% | 64% |
| Costo della vita e inflazione | 31% | 69% |
| Decisione di attaccare l’Iran | 35% | 65% |
| Gestione conflitto israelo-palestinese | 31% | 62% |
| Immigrazione | 41% | 56% |
Il sondaggio NBC News Decision Desk di aprile aveva già registrato il 37% di approvazione contro un netto 63% di disapprovazione, con uno su due tra i detrattori che esprimeva una disapprovazione “forte” — segnale di un malcontento radicato, non episodico. Il sondaggio ABC News-Washington Post-Ipsos aveva dipinto un quadro ancora più cupo: sulla gestione del costo della vita, solo il 23% approva l’operato di Trump, mentre il 76% lo respinge.
Anche la base repubblicana mostra segnali di erosione. L’83% dei repubblicani esprime ancora un giudizio positivo, ma il dato è in calo di quattro punti rispetto a inizio anno. Ancora più marcata la flessione tra i sostenitori più convinti: quelli che approvano “fortemente” scendono dal 58% al 52%. Tra gli elettori MAGA, quel nucleo duro che sembrava impermeabile a qualsiasi contraccolpo, la guerra — e soprattutto il suo impatto sul portafoglio — sta incrinando una fedeltà che pareva assoluta.
Le midterm all’orizzonte: la resa dei conti si avvicina
Le elezioni di midterm di novembre 2026 sono storicamente l’esame più difficile per qualsiasi presidente americano in carica. La storia recente insegna: quasi sempre il partito del presidente perde seggi sia alla Camera che al Senato. In condizioni normali, Trump dovrebbe già fare i conti con questa dinamica strutturale. Con i sondaggi attuali, il rischio si trasforma in qualcosa di molto più grave.
I democratici vengono dati favoriti per la riconquista della Camera dei Rappresentanti, e secondo alcuni osservatori potrebbero persino tornare competitivi per la maggioranza al Senato — uno scenario che fino a pochi mesi fa appariva del tutto improbabile. Il tema dei carburanti è già diventato centrale nella campagna democratica: l’ultima candidata democratica in Pennsylvania, Jaelle Stelson, ha tenuto il suo comizio di lancio davanti a una pompa di benzina, trasformando il pieno di carburante in un simbolo politico.
Il sondaggio NYT/Siena misura anche la motivazione al voto: il 61% degli elettori democratici considera queste elezioni di midterm molto più importanti rispetto ad altre consultazioni di metà mandato, contro il 35% dei repubblicani. È un differenziale enorme. Nelle elezioni americane, chi è più motivato ad andare a votare spesso determina l’esito. E in questo momento, sono i democratici ad essere molto più motivati.
Il calcolo politico dietro la sospensione dell’attacco
È in questo contesto che va letto l’annuncio di Trump del 18 maggio: la sospensione dell’attacco all’Iran non è solo diplomazia. È anche — forse soprattutto — politica interna. Ogni giorno di guerra che continua è un altro giorno di benzina cara, di inflazione alta, di sondaggi in picchiata. Ogni giorno di negoziati è invece uno spiraglio di ottimismo che i mercati prezzano immediatamente: i future sul petrolio crollano quando si diffondono notizie di trattative, risalgono quando le speranze svaniscono.
Il copione si ripete da settimane. Il Brent ha perso l’8% in una singola seduta a seguito di una notizia di apertura negoziale, per poi recuperare gran parte delle perdite nel giro di poche ore. Il West Texas Intermediate fluttua tra i 90 e i 110 dollari al barile a seconda delle ultime dichiarazioni di Trump, Rubio o dei portavoce iraniani. I mercati energetici si sono trasformati in un barometro in tempo reale della politica interna americana.
La realtà, come ha scritto l’analisi di Harvard Business Review, è che ogni shock ha lasciato cicatrici — la pandemia, la guerra in Ucraina, la stretta monetaria più rapida degli ultimi quarant’anni, i dazi commerciali del 2025. La guerra in Iran, dunque, non è uno shock eccezionale in un contesto normale: è “l’ultimo di una serie in un contesto già logorato”. Le riserve si sono assottigliate, la fiducia è più fragile, gli spazi di manovra si sono ridotti.
Fino a quando può reggere?
La domanda che economisti e analisti politici si pongono in queste ore è semplice: fino a quando l’America può sostenere il peso economico di questa guerra senza che il danno politico diventi irreparabile?
L’OCSE ha previsto che la crescita americana rallenterà al 2% nel 2026, per scendere ulteriormente all’1,7% nel 2027. L’FMI ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita globale di 0,3 punti percentuali, portandole al 3,1%. La BCE ha avvertito che gli impatti potrebbero essere “più gravi e duraturi delle stime attuali”. Nello scenario peggiore — conflitto prolungato per tutto il 2026 — il rischio stagflazione globale, ovvero quel mix tossico di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali, diventa concretamente possibile.
Sul piano politico, la risposta al quesito sembra già scritta nei sondaggi: due americani su tre ritengono che il paese stia imboccando la direzione sbagliata. È il livello di pessimismo più alto registrato da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. E le elezioni di novembre sono a sei mesi.
La guerra in Iran è partita come operazione militare. Rischia di concludersi come crisi economica. E le crisi economiche, nella politica americana, si pagano sempre alle urne.
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