Iran sotto i pasdaran: chi comanda davvero a Teheran e con chi tratta Washington

Dopo la decimazione della leadership islamica nei raid di Usa e Israele, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione ha assunto un controllo senza precedenti. Quattro figure chiave emergono nel nuovo assetto del potere iraniano, mentre Trump ammette di non sapere bene con chi parlare.

La Repubblica islamica non è mai stata così debole — eppure i Pasdaran non sono mai stati così forti. Questa è la contraddizione al cuore dell’Iran del 2026: un regime decimato nei vertici da oltre un mese di bombardamenti americani e israeliani, ma che non è crollato, si è anzi riorganizzato attorno al suo nucleo più duro e intransigente. Capire chi comanda oggi a Teheran significa seguire questa trasformazione radicale, che ha spostato definitivamente l’asse del potere dal clero agli apparati militari.


Il vuoto al vertice e la presa dei Guardiani della Rivoluzione

Per quasi cinquant’anni, la Repubblica islamica ha avuto due soli commander-in-chief: Ruhollah Khomeini, padre della rivoluzione, e il suo successore Ali Khamenei. Una continuità che non era un dettaglio tecnico, ma il fondamento stesso del sistema: la Guida Suprema concentrava in sé sostanzialmente tutti i poteri, determinando l’orientamento religioso, della politica interna e internazionale, era il comandante in capo delle forze armate e controllava le operazioni di intelligence e sicurezza, con il potere di nomina in quasi tutti gli ambiti statali.

Khamenei è morto. Suo figlio Mojtaba Khamenei, nominato appena una settimana prima dell’inizio dei bombardamenti, è ferito e la sua capacità operativa è incerta. L’asse del potere è decisamente passato nelle mani dei Guardiani della rivoluzione (i Pasdaran) che controllano il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale.
PROFILE – Mojtaba Khamenei: Iran's new supreme leader

L’uccisione di Gholamreza Soleimani e soprattutto del segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha reso sempre più probabile che l’asse del potere nella Repubblica islamica sia passato nelle mani dei pasdaran. Una deriva che non solo elimina il dualismo al vertice del regime — quello tra la prima generazione di stampo clericale e la seconda legata alle Guardie della rivoluzione —, ma che potrebbe anche chiudere qualsiasi possibilità di un negoziato con Washington.

Gli analisti parlano di un sistema che non ruota attorno a una sola figura: a differenza di altri modelli autoritari, in cui la scomparsa del leader può provocare un effetto domino, qui esiste una rete articolata e resiliente di istituzioni che garantiscono continuità , con strutture religiose, apparati militari e organismi economici che operano in parallelo. Eppure questa resilienza strutturale si è trasformata, nel giro di poche settimane, in una svolta di natura militare senza precedenti.


Ahmad Vahidi: il falco dei falchi

Il punto di riferimento attuale dei pasdaran è Ahmad Vahidi, scelto da Khamenei come “numero due” del Corpo perché ritenuto in grado di condurre alla perfezione la “guerra esistenziale” contro Usa e Israele, qualora il suo capo fosse stato eliminato. Cosa effettivamente avvenuta nelle prime ore del conflitto.

Vahidi, 68 anni, è un profilo tecnico e ideologico insieme. Ingegnere con un dottorato in Studi strategici, è anche un “falco” della prima ora: per dieci anni (1988-1998) ha comandato la Forza al-Qods, la divisione d’élite che funge da braccio operativo dei pasdaran all’estero.

Who is Ahmad Vahidi, Iran's New Interior Minister? - NCRI

Considerato uno dei falchi più temibili del regime, secondo molteplici fonti sarebbe lui a guidare la controffensiva iraniana. È un veterano della guerra Iraq-Iran, ha guidato le forze Quds, gli 007 dei Pasdaran, ed è considerato uno dei principali sostenitori di un Iran dotato di armi atomiche.  Per questo è finito nel mirino delle sanzioni americane ed europee da quasi vent’anni.

Vahidi è una figura molto più assertiva nelle prerogative di difesa del paese. Il suo profilo lo rende poco incline al dialogo con l’Occidente e incarna l’opposizione più netta al divieto di sviluppo delle armi nucleari.  Diversi analisti sottolineano come la sua ascesa al vertice operativo dei Pasdaran riduca di fatto gli spazi di negoziato con Washington, almeno attraverso canali diretti.


Mohammad Bagher Zolghadr: il raccordo militare-politico

Dopo l’eliminazione di Ali Larijani — fino a quel momento considerato da occidentali e israeliani il principale interlocutore per una transizione — il regime ha scelto di riempire il vuoto con un altro esponente della prima ora dei Pasdaran. Mohammad Bagher Zolghadr è stato nominato segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Ex comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e segretario del Consiglio consultivo per il Discernimento dal 2023, rappresenta una prima generazione dei pasdaran, quelle che si sono formate nel 1979 con la Rivoluzione che cacciò lo Scià.

Il suo curriculum è quello di chi ha vissuto la costruzione del sistema dall’interno, in ogni suo snodo. Uno storico lo descrive come “uno degli ultimi resti dei rivoluzionari radicali che si armarono contro la monarchia Pahlavi”. Nel 2007, Zolghadr era tra i comandanti che firmarono una lettera al presidente riformista Khatami avvertendo che, se il governo non avesse schiacciato le proteste studentesche del 1999, le Guardie avrebbero agito autonomamente: un episodio visto come svolta nel controllo politico dei Pasdaran.

Iran names Mohammad Bagher Zolghadr as top security chief

La sua nomina ha un significato preciso: l’appuntamento di Zolghadr come nuovo segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale rivela una cosa sola — l’IRGC ha preso in mano le redini del paese.

Tuttavia, nel quadro negoziale attuale, il suo ruolo è più di raccordo istituzionale che di interlocutore diretto. È Ghalibaf, non Zolghadr, a guidare i negoziati con gli Stati Uniti: Ghalibaf ha il peso politico, le credenziali nell’IRGC e la relazione con Khamenei per garantire impegni, mentre Zolghadr ha il titolo formale. Se i colloqui diventassero seri, si svolgerebbero attraverso canali controllati direttamente dall’IRGC.


Mohammad Bagher Ghalibaf: le ambizioni del presidente del Parlamento

Tra i nomi emersi con più forza nel panorama post-Larijani c’è quello di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Classe 1961, ha una carriera di tutto rispetto sia in ambito militare — veterano della guerra Iraq-Iran, poi capo della forza aereospaziale dei Pasdaran — che civile, da sindaco di Teheran e dal 2013 “perenne” candidato alle presidenziali.

Il suo profilo lo ha reso, agli occhi di alcuni funzionari americani, una delle figure più “maneggevoli” nel panorama iraniano post-conflitto. L’amministrazione Trump sta valutando discretamente Ghalibaf come possibile interlocutore — e persino come figura di riferimento futura — nel quadro di un possibile negoziato con Teheran. Secondo fonti dell’amministrazione citate da Politico, è considerato un partner “praticabile” per guidare l’Iran e negoziare nella prossima fase del conflitto, ma Washington non intende puntare su un solo nome e sta “testando” diversi potenziali interlocutori.

Mohammad Bagher Ghalibaf - Wikipedia

Secondo i media israeliani, Ghalibaf sarebbe la figura iraniana con cui gli Stati Uniti hanno iniziato a trattare — indirettamente — per trovare un accordo che metta fine alle ostilità.

Questo però non ha impedito a Ghalibaf di mantenere toni bellicosi sul piano della comunicazione pubblica. Ha scritto su X che “l’Iran sta lottando per l’umanità” e ha attaccato ferocemente le politiche americane. Una doppia linea che riflette la complessità della sua posizione: abbastanza connesso ai Pasdaran da essere credibile come leader, abbastanza pragmatico da essere considerabile come interlocutore.


Abbas Araghchi: la voce diplomatica in un regime militarizzato

In questo quadro, Abbas Araghchi rappresenta l’eccezione: un diplomatico di carriera, ministro degli Esteri, che ha attraversato indenne la decimazione dei vertici e mantiene un ruolo di primo piano nella comunicazione esterna del regime.

Araghchi, nato a Teheran nel 1962, ha più di trent’anni di esperienza diplomatica. Dopo aver combattuto nella guerra Iran-Iraq come membro dei Pasdaran, è entrato al Ministero degli Esteri nel 1989. Tra le sue esperienze più rilevanti, quella di principale negoziatore nucleare dell’Iran nei colloqui con il P5+1 che portarono al Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) sotto la presidenza Rouhani.

Abbas Araghchi | Iran, Education, Life, Biography, War, & Nuclear Diplomacy  | Britannica

Il suo ruolo attuale nella crisi è quello di gestore della comunicazione strategica verso l’esterno. Araghchi ha dichiarato che l’uccisione di alti funzionari non rappresenterà una battuta d’arresto per il governo iraniano , una posizione ribadita pubblicamente in diverse interviste internazionali.

Nel caso in cui i colloqui con Washington diventassero seri, Araghchi potrebbe svolgere il ruolo di negoziatore tecnico sulle questioni nucleari. È il profilo più adatto al lavoro di détente, ma in un sistema sempre più militarizzato, la sua influenza reale dipende dalla volontà dei Pasdaran di lasciargli spazio.


Il labirinto dei negoziati: Trump tratta con chi?

La domanda che tiene banco a Washington è semplice e al tempo stesso irrisolvibile: con chi parlare in Iran? Lo stesso Trump l’ha ammesso pubblicamente, descrivendo una situazione di confusione ma anche di opportunità. Trump ha dichiarato che gli interlocutori iraniani sono ora “persone diverse da quelle con cui chiunque abbia avuto a che fare in precedenza”, definendole “molto più ragionevoli” dei predecessori.

Sul piano operativo, i colloqui sarebbero gestiti da Steve Witkoff, inviato in Medio Oriente, e da Jared Kushner. Trump ha presentato una bozza di accordo in 15 punti, in cui tra le altre cose l’Iran rinuncerebbe al suo programma nucleare.

I mediatori coinvolti includono Pakistan, Qatar, Turchia ed Egitto. Secondo i funzionari pakistani, l’accordo includeva un alleggerimento delle sanzioni, una riduzione del programma nucleare iraniano, limiti ai missili e la riapertura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa normalmente un quinto del petrolio mondiale.

Teheran, dal canto suo, ha presentato una controproposta che include condizioni difficilmente accettabili per Washington: l’Iran ha risposto con una controproposta che comprendeva il risarcimento per la guerra, la garanzia che non sarebbero state lanciate altre guerre contro il paese, lo stop all’uccisione dei suoi funzionari e la sovranità sullo Stretto di Hormuz.

Il paradosso è che la strategia di decapitare la leadership iraniana moderata — Larijani, Shamkhani, Mousavi — ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato. Il dubbio ha cominciato a circolare anche tra gli analisti occidentali da quando Trump ha ammesso che “la maggior parte delle persone accettabili al posto di Khamenei che avevamo in mente sono morte” nei raid. Molti temono che questa politica finisca per “indurire il regime” e che la “radicalizzazione della leadership iraniana” possa rendere ancora più difficile per Washington disimpegnarsi da una guerra senza scopi precisi.


Il regime non è crollato. Ma non è più lo stesso

Trump ha dichiarato che un primo “cambio di regime” è avvenuto, con un primo regime decimato e un secondo già morto, e che ora Washington tratta con un “terzo regime” con persone diverse e “francamente ragionevoli”.

La realtà è però più complessa. L’Iran che emerge da cinque settimane di bombardamenti è una Repubblica islamica trasformata: meno clericale, più militare, più chiusa alle aperture interne, mobilitata attorno a una narrazione di resistenza nazionale. L’effetto immediato sembra essere una maggiore chiusura e un rafforzamento della coesione interna, piuttosto che una disgregazione. Il regime iraniano non sembra destinato a crollare nel breve periodo, ma difficilmente uscirà da questa crisi invariato: più probabile è una sua trasformazione con maggiore peso dell’apparato militare, minore apertura politica e un rafforzamento delle logiche di sicurezza.

Vahidi che guida le operazioni militari, Zolghadr che presidia la sicurezza nazionale, Ghalibaf che gestisce la politica e tratta con gli americani, Araghchi che parla al mondo: quattro figure diverse, quattro ruoli distinti, un unico filo rosso. I Pasdaran.