Il Rapporto Istat 2026 conferma la fragilità strutturale dell’Italia: crescita minima, nascite al minimo storico e salari ancora sotto del pre-pandemia

Presentato il 21 maggio alla Camera dei Deputati, il Rapporto annuale dell’Istituto Nazionale di Statistica offre uno spaccato impietoso ma preciso del Paese: un’economia che avanza con il freno a mano tirato, una demografia in caduta libera e divari sociali che non si riducono.

L’Italia cresce poco, produce sempre meno figli, non valorizza abbastanza i giovani e le donne, e resta indietro rispetto ai suoi principali partner europei su quasi tutti i grandi indicatori economici e sociali. È questo, in sintesi, il ritratto che emerge dal Rapporto Annuale 2026 dell’Istat, presentato giovedì 21 maggio presso l’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente della Camera Lorenzo Fontana. Una presentazione che coincide con l’avvio delle celebrazioni ufficiali per il centenario dell’Istituto Nazionale di Statistica, fondato il 9 luglio 1926. Il messaggio del documento, nella sua trentaquattresima edizione, è chiaro: il Paese tiene, ma non riesce a fare il salto.

Un’economia che cresce, ma sempre meno degli altri

Il capitolo dedicato all’economia e all’ambiente fotografa un’Italia che nel 2025 ha registrato una crescita del Prodotto Interno Lordo pari allo 0,5 per cento, in rallentamento rispetto agli anni precedenti: era stato +0,9 nel 2023 e +0,8 nel 2024. Un risultato che colloca l’Italia in una posizione di coda tra le grandi economie europee: nel 2025, la Spagna ha segnato un +2,8 per cento, la Francia +0,9 per cento, e persino la Germania, uscita da una fase di profonda difficoltà, ha chiuso l’anno con un +0,2 per cento sostanzialmente in linea con quella italiana. Il divario con Madrid è ormai strutturale e il rapporto dedica un approfondimento specifico alla divergenza nei tassi di crescita tra i due paesi.

Il quadro non migliora guardando al 2026. Nel primo trimestre dell’anno in corso, la crescita congiunturale del PIL si è fermata allo 0,2 per cento, portando la variazione acquisita a +0,5 per cento. Uno scenario già di per sé modesto che rischia di peggiorare ulteriormente per effetto della crisi geopolitica in Medio Oriente. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, esploso tra la fine di febbraio e i primi mesi del 2026, ha provocato il blocco delle spedizioni nello Stretto di Hormuz, con ripercussioni pesanti sui prezzi dell’energia: il prezzo del petrolio Brent ha toccato 120 dollari al barile ad aprile, secondo i dati della Banca Mondiale, mentre il gas naturale ha registrato forti rialzi. La Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia stimano per il 2026 una crescita del PIL ancora intorno allo 0,5 per cento.

Il traino della crescita nel 2025 è stato quasi interamente interno: gli investimenti fissi lordi hanno spinto più dei consumi, con le costruzioni ancora sostenute dagli interventi legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). I servizi hanno tenuto, mentre la manifattura ha continuato a mostrare segnali di debolezza, con la produzione industriale ancora negativa in aggregato, seppure in miglioramento rispetto agli anni precedenti. Sul fronte del commercio estero, le esportazioni di beni sono cresciute dell’1,7 per cento in valore, trainate da alcuni comparti ad alta specializzazione come la farmaceutica, ma la domanda estera netta ha fornito un contributo negativo alla crescita complessiva.

Uno degli allarmi più preoccupanti sul piano strutturale riguarda la produttività. Il PIL italiano del 2025 risulta appena del +1,9 per cento rispetto al livello del 2007, contro una crescita prossima al 20 per cento registrata nello stesso arco temporale da Francia, Germania e Spagna. L’economia italiana ha mostrato una capacità limitata di riallocare le attività verso settori a maggiore intensità di conoscenza: la quota di valore aggiunto nei comparti tecnologicamente avanzati è rimasta sostanzialmente ferma dopo il 2007, mentre negli altri paesi europei ha continuato a crescere. La crescita degli investimenti, spiega l’Istat, è stata trainata soprattutto dalla componente estensiva — le costruzioni — restando debole quella intensiva legata alla ricerca, all’innovazione e al capitale immateriale.

Sul versante dell’inflazione, il 2025 ha consolidato il processo di stabilizzazione avviato a fine 2023, con valori inferiori alla media europea. I salari reali hanno beneficiato di questa dinamica, ma il recupero è ancora parziale: i lavoratori dipendenti hanno accumulato tra il 2019 e il 2025 una perdita di potere d’acquisto pari all’8,6 per cento, un divario che non è stato ancora colmato.

Sul piano ambientale, il rapporto segnala alcuni progressi: si è registrata una riduzione dei consumi energetici e delle emissioni in presenza di una crescita economica contenuta, confermando un progressivo disaccoppiamento tra sviluppo economico e pressione ambientale. L’utilizzo di fonti rinnovabili è in espansione, anche se il ritardo rispetto ai principali paesi dell’UE27 rimane evidente.

La demografia che non si inverte: nascite al minimo storico

Il secondo capitolo del Rapporto è dedicato alla popolazione e alla società, e offre uno dei quadri più preoccupanti dell’intero documento. Nel 2025 la popolazione italiana si è attestata a 58,9 milioni di residenti, stabile rispetto all’anno precedente (-636 unità). Una stabilità ingannevole, però: dietro il dato aggregato si nasconde un saldo naturale profondamente negativo — 296 mila decessi in più rispetto alle nascite — compensato esattamente da un saldo migratorio positivo di pari entità. In sostanza, è l’immigrazione a tenere in piedi la numerosità della popolazione italiana.

Le nascite nel 2025 sono scese a 355 mila, in calo del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente. Un nuovo minimo storico che conferma una tendenza di lungo corso. Il numero medio di figli per donna è pari a 1,18 nel 2024, con i valori più bassi tra le donne laureate (1,12) e tra quelle con diploma (1,12), mentre le donne con licenza media si attestano a 1,59. La denatalità è alimentata sia dalla riduzione delle generazioni in età riproduttiva sia dalla minore propensione ad avere figli, con un crescente divario tra i desideri dichiarati e le realizzazioni concrete.

L’invecchiamento della popolazione prosegue a ritmo sostenuto. L’età media dei residenti ha raggiunto i 47,1 anni al 1° gennaio 2026. I bambini e ragazzi fino a 14 anni rappresentano ormai solo l’11,6 per cento della popolazione totale, in calo del 16,7 per cento nell’arco di un decennio, mentre gli over 65 sono al 25,1 per cento, una percentuale cresciuta dell’11,3 per cento negli ultimi dieci anni. Gli ultranovantenni, circa due persone su cento, sono aumentati del 34,6 per cento nell’ultimo decennio.

La distribuzione territoriale della crescita demografica è fortemente sbilanciata: il Nord registra ancora segni positivi grazie all’afflusso di immigrati dall’estero, il Centro è sostanzialmente stabile, mentre il Sud e le Isole perdono popolazione con tassi di decrescita rispettivamente del 3,1 e del 3,2 per mille. Il Mezzogiorno è anche l’area più colpita dalla fuga di capitale umano qualificato: nel 2024 il saldo netto di giovani italiani laureati che emigrano all’estero è stato di circa 16 mila unità, mentre circa 21 mila giovani laureati hanno lasciato il Paese. Un saldo in parte compensato dall’arrivo di giovani stranieri altamente istruiti — circa 19 mila nel 2023 — ma il danno strutturale per le aree più deboli del Paese rimane rilevante.

Sul versante delle strutture familiari, il Rapporto segnala una progressiva semplificazione: aumentano le famiglie unipersonali, che oggi rappresentano circa un terzo del totale, con l’invecchiamento della popolazione e la diffusione dell’instabilità coniugale come fattori trainanti. Crescono anche i figli unici, una dinamica che concentra i carichi di cura su un numero sempre più ristretto di persone.

Indicatore demografico Valore 2025 Variazione
Popolazione residente 58,9 milioni Stabile (-636 unità)
Nascite 355.000 -3,9% rispetto al 2024
Decessi 652.000 -0,2% rispetto al 2024
Saldo naturale -296.000 Compensato da saldo migratorio
Età media della popolazione 47,1 anni +2,5 mesi rispetto al 2025
Quota over 65 25,1% +11,3% nell’ultimo decennio
Numero medio di figli per donna 1,18 Tra le più basse al mondo

Occupazione: il divario con l’Europa non si chiude

Sul mercato del lavoro, il Rapporto offre un quadro in chiaroscuro. Tra il 2019 e il 2025 l’occupazione è cresciuta, trainata soprattutto dalle fasce più mature della popolazione, ma il tasso di occupazione nel 2025 è pari al 62,5 per cento, un valore che colloca ancora l’Italia in posizione di coda nell’UE27. Il tasso di disoccupazione si è ridotto fino al 6,1 per cento, raggiungendo il livello medio europeo, ma i giovani continuano a incontrare difficoltà strutturali di inserimento: il tasso di occupazione della fascia 15-34 anni è appena al 43,9 per cento e scende al 17,9 per cento tra i 15-24enni, valori inferiori a quelli delle altre maggiori economie europee.

Persistono forti divari territoriali e di genere. I lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più all’anno rispetto a quelli del Mezzogiorno, dove la probabilità di percepire una bassa retribuzione oraria è doppia rispetto al Centro-Nord (3,2 per cento contro 1,5 per cento). Aumentano le forme di lavoro standard e cala la quota di occupazioni vulnerabili caratterizzate da contratti temporanei, part-time involontario e bassi livelli retributivi, ma le disuguaglianze strutturali non accennano a ridursi.

Le disuguaglianze economiche rimangono marcate ma stabili. Più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà, e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. La povertà assoluta continua a colpire soprattutto le famiglie numerose, quelle con minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno.

Il gap sull’istruzione: i laureati italiani ancora troppo pochi

Il terzo capitolo è dedicato al capitale umano e sociale. Sul fronte dell’istruzione, il dato più emblematico riguarda la quota di laureati tra i 25-34enni: in Italia si attesta al 31,6 per cento nel 2024, contro una media europea del 44,1 per cento. Un divario di oltre dodici punti percentuali che testimonia un ritardo strutturale nel processo di qualificazione della forza lavoro, con conseguenze dirette sulla produttività e sulla capacità innovativa del sistema economico.

Non mancano però segnali positivi. La dispersione scolastica è scesa all’8,2 per cento, consentendo all’Italia di raggiungere in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. La spesa pubblica per l’istruzione continua a crescere in valore assoluto, raggiungendo gli 88,95 miliardi di euro nel 2024 (il 4 per cento del PIL e l’8 per cento della spesa pubblica totale), anche se resta inferiore alla media europea del 4,8 per cento del PIL. Il sistema universitario mostra una dinamica espansiva in termini di iscritti, con una maggiore presenza di studenti stranieri come segnale di una crescente apertura internazionale.

Tuttavia, il capitale educativo è ancora distribuito in modo diseguale. Il livello di istruzione dei genitori continua a influenzare i percorsi dei figli, orientando la scelta della scuola superiore, la probabilità di laurearsi e l’accesso alle discipline STEM. La mobilità sociale presenta un quadro complesso: aumenta la mobilità assoluta, ma si riduce la possibilità di accedere alle posizioni più elevate, soprattutto per le generazioni nate dopo gli anni Ottanta, in un contesto di stagnazione economica e di scarsa espansione delle professioni qualificate.

Sul fronte del capitale sociale, emerge un’Italia che vive le contraddizioni del digitale: tra i 16-54enni la quota di non utenti di Internet è residuale, ma restano marcati i divari generazionali, territoriali e di istruzione. Il Mezzogiorno e gli anziani sono le fasce più esposte al rischio di esclusione digitale. Le donne, nonostante i progressi registrati nell’ultimo ventennio, continuano a sostenere la quota maggiore del lavoro domestico e di cura, con una distribuzione asimmetrica dei carichi familiari che alimenta il divario di genere nel mercato del lavoro.

Indicatore Italia Media UE27
PIL 2025 (crescita annua) +0,5% ~+1,5% (area euro)
Tasso di occupazione (2025) 62,5% Superiore alla media UE
Tasso di disoccupazione (2025) 6,1% ~6,1%
Laureati 25-34enni (2024) 31,6% 44,1%
Dispersione scolastica (2025) 8,2% Obiettivo 2030: <9%
Spesa istruzione/PIL (2024) 4,0% 4,8%
Occupazione giovani 15-24enni 17,9% Significativamente superiore

Conoscenza e innovazione: il vero collo di bottiglia del sistema produttivo

Il quarto e ultimo capitolo affronta il tema del ruolo della conoscenza nell’evoluzione del sistema economico, con un’analisi che integra fonti statistiche e amministrative a livello di impresa. Il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo che ha compiuto progressi sul fronte dell’istruzione e della diffusione delle tecnologie, ma continua a mostrare limiti strutturali nella capacità di tradurli in crescita economica sostenuta.

L’economia italiana ha mostrato una capacità limitata di riallocare le attività verso quelle a maggiore intensità di conoscenza. La quota di valore aggiunto nei settori più avanzati — manifattura ad alta tecnologia e servizi intensivi in conoscenza — si è sostanzialmente stabilizzata dopo il 2007, mentre in Francia, Germania e Spagna ha continuato a crescere. Parallelamente, si osserva una riduzione della componente manifatturiera concentrata nei comparti a bassa e medio-bassa tecnologia, con i servizi che crescono soprattutto nelle attività ad alta intensità di lavoro ma con limitata espansione di quelli più intensivi in termini di conoscenza.

Sul fronte dell’innovazione nelle imprese, il Rapporto evidenzia un quadro articolato: si osserva un progresso significativo nell’adozione di tecnologie digitali e nella diffusione di innovazioni di processo, con una quota crescente di aziende innovative. Persistono tuttavia ritardi rilevanti nell’attività di Ricerca e Sviluppo (R&S), la cui intensità resta tra le più basse nell’UE27, e nella disponibilità di competenze specialistiche, in particolare nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). L’analisi microeconomica conferma il ruolo cruciale del capitale umano nei processi innovativi: le imprese con una maggiore incidenza di lavoratori laureati e qualificati presentano livelli di produttività significativamente superiori rispetto alle altre.

Le aree urbane e alcuni sistemi locali ad alta specializzazione concentrano capitale umano qualificato e livelli di reddito più elevati, mentre ampie parti del territorio presentano una bassa capacità di attrazione e utilizzo delle competenze. Il sistema produttivo resta caratterizzato da un marcato processo di invecchiamento della forza lavoro, che può costituire un ulteriore vincolo alla capacità innovativa del Paese.

Un centenario in chiaroscuro: le sfide che l’Italia non può più rimandare

La presentazione del Rapporto 2026 coincide, non casualmente, con il centenario dell’Istat. Cento anni di statistiche che raccontano la storia di un Paese profondamente trasformato, ma anche di un sistema economico e sociale che fatica a rinnovarsi alla velocità richiesta dai tempi. Il Presidente Francesco Maria Chelli, introducendo la presentazione alla Camera, ha sottolineato come questo compleanno rappresenti un’occasione per guardare avanti, ma anche per fare i conti con i ritardi accumulati.

Le sfide che il Rapporto pone all’attenzione della classe politica e della società civile sono molteplici e interconnesse:

  • Sostenere la natalità con politiche integrate che riducano il divario tra i desideri riproduttivi e le realizzazioni concrete, intervenendo sui costi dell’abitare, sui servizi per l’infanzia e sulla conciliazione lavoro-famiglia.
  • Valorizzare i giovani e le donne nel mercato del lavoro, riducendo i tassi di inattività giovanile e femminile che pesano sull’economia come freno alla crescita potenziale.
  • Investire nell’istruzione terziaria per ridurre il divario nella quota di laureati rispetto alla media europea, con particolare attenzione alle discipline STEM e alle competenze digitali.
  • Aumentare la spesa in Ricerca e Sviluppo, portandola almeno in linea con la media europea, come condizione necessaria per agganciare la transizione verso un’economia più intensiva in conoscenza.
  • Affrontare i divari territoriali, in particolare quelli del Mezzogiorno, dove la perdita di capitale umano qualificato rischia di innescare circoli viziosi di sottosviluppo difficili da interrompere.
  • Costruire una risposta strutturale all’invecchiamento demografico, riformando i sistemi di welfare e di assistenza in modo da garantire la sostenibilità economica e sociale del Paese nel lungo periodo.

Il Rapporto Annuale Istat 2026 non è un documento di politica. È uno strumento di conoscenza, una fotografia del Paese scattata con la precisione dei numeri. Ma proprio i numeri che raccoglie — le 355 mila nascite, il +0,5% di PIL, il 62,5% di occupazione, il 31,6% di laureati — disegnano i confini di un’Italia che può ancora scegliere quale futuro costruirsi. A condizione, però, che smetta di rimandare le decisioni difficili.