Il potere globale di Netanyahu e perché nessuno riesce a fermarlo

Nonostante la condanna internazionale e un conflitto sempre più sanguinoso a Gaza, Netanyahu conserva controllo politico, diplomatico e militare: ecco perché nessuno riesce davvero a fermarlo

Mentre a Gaza la crisi umanitaria si aggrava ogni giorno di più, con migliaia di vittime civili e bombardamenti continui, Benjamin Netanyahu resta saldamente al comando di Israele, imperterrito di fronte alle richieste di cessate il fuoco e alle crescenti pressioni internazionali. Il segreto della sua longevità politica sta in una combinazione di alleanze strategiche, consenso interno, potere mediatico e gestione tattica della crisi.


Il pilastro americano: sostegno militare e protezione diplomatica

Il ruolo centrale degli Stati Uniti è cruciale per comprendere la stabilità del premier israeliano. Israele riceve ogni anno miliardi in aiuti militari da Washington, una partnership consolidata che si traduce in rifornimenti tecnologici avanzati e in un appoggio diplomatico costante. Non è un caso che, davanti ai mandati di arresto internazionali emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e l’ex ministro Gallant per crimini di guerra, la Casa Bianca abbia reagito con fermezza, definendo l’iniziativa una “deviazione politica”.

Il potere di Israele negli Stati Uniti non si esaurisce nei rapporti tra governi. L’influenza esercitata da lobby ben organizzate, come l’AIPAC, orienta da anni la politica estera americana, condizionando il dibattito congressuale e impedendo qualsiasi forma di sanzione reale contro Tel Aviv. Si tratta di un legame profondo, radicato in decenni di cooperazione strategica che sopravvive anche ai peggiori scandali umanitari.


La reazione globale: parole forti, ma poca azione concreta

Negli ultimi mesi, le condanne internazionali contro le azioni israeliane nella Striscia di Gaza si sono moltiplicate. Le Nazioni Unite hanno denunciato più volte l’utilizzo della fame come arma e l’attacco deliberato a civili, compresi i recenti episodi che hanno coinvolto persone in fila per ricevere aiuti alimentari. Tuttavia, a fronte di dichiarazioni ufficiali e inviti alla de-escalation, l’efficacia delle azioni internazionali resta limitata.

L’Unione Europea appare divisa: se da un lato alcuni Stati membri hanno riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina e richiesto lo stop all’esportazione di armi verso Israele, altri mantengono una posizione più ambigua, incapaci di proporre una linea unitaria. A prevalere è dunque una diplomazia simbolica, che si scontra con i fatti sul campo.

Nel frattempo, paesi come l’Ungheria si sono detti apertamente contrari all’esecuzione dei mandati della Corte Penale Internazionale, offrendo a Netanyahu una via diplomatica di fuga. Questo quadro frammentato impedisce di esercitare una vera pressione capace di cambiare l’orientamento politico del governo israeliano.


L’equilibrio interno: consenso e controllo

Nonostante l’impatto devastante del conflitto, Netanyahu gode ancora di un forte consenso interno. La sua narrativa, incentrata sulla sicurezza nazionale e sulla lotta al terrorismo, trova ampia risonanza tra i cittadini israeliani, in particolare dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. Il premier è riuscito a rafforzare l’idea che l’esistenza stessa di Israele sia minacciata, utilizzando questo argomento come scudo contro le critiche internazionali.

Dal punto di vista politico, la sua coalizione resta per ora compatta. Le tensioni con i partiti religiosi e le occasionali fratture non hanno indebolito l’asse di governo, e le opposizioni non sembrano in grado di proporre un’alternativa credibile. Netanyahu ha dimostrato di saper manovrare con abilità i tempi istituzionali e le dinamiche parlamentari, evitando crisi definitive e sfruttando ogni occasione per consolidare la sua posizione.

Anche sul fronte mediatico, il primo ministro gode di un vantaggio evidente. La copertura della guerra da parte della stampa israeliana, in larga parte allineata con la linea del governo, ha contribuito a rafforzare il sostegno popolare, minimizzando le violazioni commesse e amplificando le giustificazioni militari. Il controllo della narrativa è stato uno degli strumenti più efficaci della sua leadership.


Lo scacchiere regionale e la minaccia iraniana

Il potere di Netanyahu non si misura soltanto in chiave nazionale o occidentale. In Medio Oriente, la sua figura viene percepita da molti come garanzia di continuità e forza. Gli alleati sunniti, seppur critici sul piano ufficiale, preferiscono trattare con un leader esperto e prevedibile piuttosto che affrontare un cambiamento di equilibri regionali.

Al centro della strategia israeliana resta l’Iran. Netanyahu considera Teheran la minaccia esistenziale numero uno e utilizza ogni occasione per rafforzare il fronte anti-iraniano. Questo consente a Israele di legittimare anche le operazioni a Gaza come parte di una più ampia lotta per la sopravvivenza. In questo contesto, ogni pressione esterna viene presentata come tentativo di indebolire Israele e rafforzare i suoi nemici.


La forza dell’inazione internazionale

Il quadro complessivo mostra come il vero fattore di forza di Netanyahu sia l’inazione del sistema internazionale. Gli strumenti esistono – dai meccanismi delle Nazioni Unite alle sanzioni individuali, fino alle procedure giudiziarie internazionali – ma non vengono attivati in modo efficace. La mancanza di volontà politica, soprattutto da parte dei grandi attori occidentali, rende ogni condanna una dichiarazione priva di conseguenze.

L’inerzia diplomatica permette a Israele di proseguire indisturbato nella sua offensiva, contando su una rete di protezione fatta di alleanze storiche, equilibri regionali, interessi strategici ed elettorali. Netanyahu sfrutta queste condizioni con lucidità, resistendo ai tentativi di isolamento e ribaltando ogni critica in una narrazione di accerchiamento e difesa.


Il futuro del conflitto e la questione dell’impunità

La domanda che resta aperta è se questa impunità possa durare all’infinito. Il deterioramento della situazione a Gaza, l’accumulo di prove e testimonianze sui crimini commessi e il crescente disagio in una parte dell’opinione pubblica internazionale potrebbero cambiare gli equilibri. Ma fino ad oggi, nessuna iniziativa concreta è riuscita a produrre un effetto reale sul governo israeliano.

Il potere di Netanyahu risiede proprio qui: nell’assenza di una risposta coordinata, coraggiosa e concreta da parte della comunità internazionale. Le condanne morali non bastano a fermare un leader che ha costruito la sua forza sulla convinzione, finora ben fondata, che il mondo non interverrà davvero.